Alaphilippe: «L'ho avuta, l'ho amata, l'ho ripresa»

di Francecsa Monzone

Avolte capita che per vincere bisogna attaccare e attaccare ancora per arrivare da soli al traguardo. Per tornare sul tetto del mondo Ju­lian Alaphilippe ha dovuto attaccare cinque volte, per riuscire ad andare via da solo, mettersi in testa alla corsa e vincere il suo secondo Campio­na­to del Mondo a Lovanio. La sua è stata un’impresa tanto epica quanto dolorosa e la forza per andare avanti negli ultimi chilometri l’ha trovata anche nelle parole poco garbate che il pubblico belga gli urlava, dopo aver capito che nessun Van Aert, Evenepoel o Stuyven avrebbe indossato la maglia arcobaleno. Una maglia nata nel 1927 e indossata per la prima volta da un italiano, Alfredo Binda, in quel Mondiale dominato dall’Italia in terra tedesca.
Julian Alaphilippe è il corridore che ama attacca ma lo fa con criterio, sa aspettare il suo momento, per impallinare in un attimo i suoi avversari con delle imboscate che sono difficili da pre­vedere. Lo abbiamo visto nel suo as­salto a Imola lo scorso anno, quando alla sua Fran­cia regalò quell’iride sullo sfondo bianco. Ha attaccato ancora sulle strade del Tour de France per an­dare a conquistare la maglia gialla e dimostrare che la maledizione dell’iride è solo una diceria senza fondamento. Sono stati proprio il suo brio e la sua incredibile energia a portargli il secondo titolo di campione del mondo.
Alaphi­lippe ha giocato con i suoi avversari, lo ha fatto come il gatto fa con il topo, per gustarsi sul traguardo il momento più bello.
Sono stati cinque attacchi i suoi, cinque mosse perfette negli ultimi 40 chilometri che hanno riportato il francese più ama­to del World Tour sul tetto del mon­do. Il primo attacco è arrivato con rabbia, per cercare di sgretolare la corazzata belga che voleva la vittoria ad ogni costo. È stata una brusca accelerata che ha fatto i primi danni, sulla strada verso Bekestraat, quando si è formato un gruppo con tre italiani, tre belgi e tre francesi. Ala­phi­lippe si è lasciato alle spalle il resto del mondo con Po­gacar, Sagan, Roglic, Kwiatowski, Mat­thews, Küng, Benoot, Politt e ha inferto un duro colpo alla superiorità belga.
«Non avevamo ancora deciso cosa fare, perché in un arrivo allo sprint potevamo giocarci la carta di Senechal - ha detto il francese rivivendo la corsa -. Ogni volta che ho attaccato, ho visto che tutti erano al limite e questo mi dava gusto e mi spingeva ad attaccare sempre di più».
Dieci chilometri dopo ci sono solo se­dici uomini di testa, che procedono ver­so lo Smeysberg ad alta velocità. So­no appena 700 metri con una pendenza media del 16%, ed è proprio qui che Alaphilippe tenta un nuovo assalto, mentre Van Aert abbassa la testa e guarda i suoi pedali:  nessuno lo ha ancora capito, ma in quel gesto ci sarà la resa del fiammingo. Ci sono solo Ala­phi­lippe e un determinato Sonny Colbrelli, che fa di tutto per non abbandonare il sogno con i colori dell’arcobaleno. I due vengono ripresi, ma Alaphilippe si sente sempre più deciso e pensa al momento migliore per infilzare altri avversari.
«Quando mi ha seguito Cobrelli ha costretto a la­vorare i belgi e, anche se eravamo ancora lontani dal traguardo, avevo intuito che Van Aert non stava bene».
Intanto Evenepoel ha faticato a tenere il passo sulla salita e spostandosi sul lato della strada ha fatto capire che la sua battaglia è finita. Ma poco più avanti anche Van Aert, si arrenderà e il comando della corazzata belga verrà dato a Jasper Stuyven.
In cima alla collina dei Wijnpers, Ala­phi­lippe attacca nuovamente e prende venti metri di vantaggio su Van Aert, ma questa volta viene ripreso presto da Stuyven, Madouas, Powless, Van Baar­le, Pidcock, Colbrelli, Nizzolo e Hoel­gaard. Ma non è arrivata l’ultima parola di Lulù, che ha ancora due proiettili micidiali da sparare.
Il gruppo ha la­sciato avvicinare Van der Poel e questa volta è in un tratto in pianura, a 19 chilometri dalla fine, che Alaphilippe morde velenoso i suoi avversari. Ci sono ancora Powless e Nizzolo, con Stuyven e Colbrelli, rientrano anche Van Aert e Van der Poel. Bisogna aspettare però solo un chilometro e mezzo perché il più forte di­mostri quel che vale: arriva così l’ultimo attacco, il quinto, quello più micidiale, che porterà il francese alla rincorsa finale, verso la vittoria, verso quell’arcobaleno che vestirà per altri 12 mesi.
Siamo sulla salita di Saint-Antoine, una ascesa con i ciottoli nel mezzo, appena 230 metri al 5,47%: il francese la prende in quarta posizione, attacca dove le pendenze sono più alte, come aveva già fatto altre due volte, avendo cura di mettere le ruote sull’asfalto piuttosto che sul pavé. A parte Powless, nessuno ha la forza di reagire. È lo sforzo colossale di Ju­lian, quando mancano ancora 17 chilometri: nessuno lo vedrà più e a lui serviranno pochi istanti per capire di aver vinto la partita.
«Nella mia mente pensavo di lavorare per Senechal, rendendo la corsa dura per spianargli la strada per il finale. Poi all’ultimo attacco ho visto che ad ogni curva prendevo velocità, ero sempre più forte ad ogni ripartenza e guadagnavo secondi. Ma ho dovuto chiedere a me stesso di dare tutto per arrivare, è stata una sofferenza».
Questa è stata una delle edizioni più spettacolari e imprevedibili degli ultimi Mondiali, un vero concentrato di tutto quello che è il ciclismo in una cornice di pubblico straordinaria.
Anche i suoni in questa corsa hanno avuto la loro importanza. C’era il frastuono del pubblico che acclamava i propri eroi, poi i fischi e le parole ingiuriose per il campione, che stava infliggendo a Wout van Aert e a tutto il Belgio una dura lezione. Una battaglia in bicicletta che ha fatto pensare a quella tremenda battaglia che si svolse ad appena una trentina di km da Lovanio, parliamo della battaglia di Waterloo, quando Napoleone venne sconfitto. Stavolta, al contrario di allora, ad uscire vincitrice è stata la Fran­cia.
Lo scorso anno il mondo intero pensava di aver assistito alla più bella vittoria del corridore francese, ma quest’anno, proprio nella patria del ciclismo, Alaphilippe è stato autore di un nuovo capolavoro, ancora più bello, che ha messo in ginocchio la co­razzata belga.
«Questa vittoria è diversa da quella dello scorso anno, in particolare nei sentimenti. A Imola ero uno dei favoriti e quel circuito si prestava di più alle mie caratteristiche. La rabbia con cui ho vinto a Imola veniva anche dalla tristezza del periodo che stavo affrontando. Quest’anno invece la voglia di vincere è nata dalla gioia, perché ogni pensiero mi riportava a mio figlio».
In Francia Alaphilippe è un autentico eroe, additato come l’esempio sportivo più bel­lo dell’ultimo ventennio, incoronato a Imola e consacrato a Lovanio. Per Ju­lian  l’anno iridato si era snodato tra alti e bassi, ora avrà altri 12 mesi davanti a sé per inseguire nuovi traguardi.
«Non è stato un anno facile per me -aveva detto Julian prima della corsa -, non ho mai creduto nella maledizione della maglia arcobaleno, ma certamente non posso dire di aver avuto un buona stagione».
La Liegi-Bastogne-Liegi sfumata e poi l’incidente al Giro delle Fiandre hanno condizionato la stagione di Alaphilippe in arcobaleno. Dolori e poi gioie, il secondo posto a Strade Bianche, il successo a Camaiore nella Tirreno-Adriatico e poi la vittoria alla Freccia Vallone. Poi è ar­rivato il Tour de France con la straordinaria vittoria a Brest e la conquista della maglia gialla, anche se il Tour non lo ha visto sorridere spesso. Ed ecco la rinuncia alle Olimpiadi, per preparare al meglio l’appuntamento iridato. Sono stati 12 mesi magici, di cui 9 in attesa dell’arrivo di Nino, il figlio avuto lo scorso giugno dalla sua compagna Marion. Lei bella e sorridente, ha seguito Julian in camper sulle strade della Grande Bou­cle.
Non è facile vincere un Mondiale, ma vincerlo per due anni consecutivi vuol dire assicurarsi un posto nella storia, firmare un’impresa riuscita solo a 6 corridori. Il primo fu il belga Georges Ronse con i successi nel 1929 e 1930, poi ancora il belga Rik Van Steen­ber­gen nel 1956 e 1957. Il Belgio mette a segno an­cora una doppietta nel 1960 e 1961 con Rik Van Looy e poi tocca all’Italia con Gianni Bugno nel 1991 e 1992. con con Paolo Bettini nel 2006 e 2007 ma su tutti c’è  Peter Sagan , autore di una tripletta da Richmond 2015 a Bergen 2017.
Lulù è il primo francese ad aver conquistato due mondiali e ad averlo fatto in modo consecutivo. E ancora una volta lega le grandi vittorie agli eventi importanti della sua vita, capace di vincere a Imola con il dolore nel cuore per la perdita del padre e a Lovanio con la gioia dell’essere diventato genitore.
La sua è una vita in bici, dove le passioni che travolgono l’animo, vengono elaborate e mescolate a quella forza fisica che gli permette di vincere.
«C’è sempre tristezza nella vita, altrimenti non potresti godere della gioia. Nel finale ho pensato molto a mio figlio, è da lui che ho tratto la mia forza. Queste sono gare molto particolari, dove devi spingere duramente per quasi 270 km, raggiungendo e superando qualche volta i tuoi limiti. Per vincere devi essere una persona particolare, deve piacerti la sofferenza, perché devi avere la consapevolezza che ti farai del male e allora devi sfruttare quella parte masochista che c’è in te».
Alaphilippe sa di aver compiuto una grande impresa, ma non è ancora pronto per fare un bilancio, per quello c’è ancora tempo e lo farà quando la sua carriera sarà arrivata al termine.
«Questa probabilmente è la mia vittoria più bella. Ho conquistato già tante corse nella mia vita, ma questa è veramente diversa, perché non ero il favorito numero uno e poi è arrivata in Belgio, dove ogni cosa parla di ciclismo. Non mi sento adesso di tirare una linea e fare un bilancio di quello che ho fatto, adesso è il momento di prendermi del tempo e analizzare i 12 mesi dello scorso anno e capire cosa vorrei cambiare per i prossimi 12 me­si, per vivere meglio un nuovo anno con questa maglia. Voglio assaporare i momenti belli e cercare di farli vivere il più a lungo possibile, penso che questo potrebbe essere il modo migliore per affrontare un nuovo anno arcobaleno».
Alaphilippe ha sfidato tutte le leggi del ciclismo, da campione uscente, ma non da favorito ha sfidato i padroni di casa, che del ciclismo fanno una vera e propria questione d’onore. Ma come spesso accade, nessuno è profeta in patria e dopo sei ore di gara, il francese ha vinto in solitaria a Lovanio, lasciando a bocca aperta i tifosi belgi.
«Nell’ultimo giro mi hanno chiesto di rallentare e non hanno avuto parole molto carine per me, ma io voglio ringraziarli, perché mi hanno dato la forza di spingere sui pedali ancora più forte».
Comunque Lulù, con la sua vittoria, in qualche modo non ha fatto piangere troppo i tifosi belgi, visto che in questo Paese è molto amato per il suo modo di correre e perché difende i colori della Deceuninck Quick Step.
«So che la gente ha apprezzato il mio coraggio in gara, quel mio modo di correre all’attacco. Posso dire di aver sentito veramente il calore della gente, che a sua volta è riuscita a sentire la mia sofferenza. Penso che la gente sia riuscita a comprendere quello che stavo facendo, sono certo che abbiano percepito le mie emozioni ed è per questo che alla fine tutti erano felici per la mia vittoria».
Alaphilippe continuerà a correre con quello straordinario simbolo sulle spalle, sarà ancora lui il corridore che la gente cercherà nel gruppo, perché quella maglia ispirata ai 5 cerchi olimpici lo renderà per altri 12 mesi un corridore speciale e sa che in corsa dovrà onorare quella maglia.
«Le emozioni sono state contrastanti, da una parte volevo perdere quella ma­glia e tornare ad essere un corridore come tutti gli altri, poi ho pensato che io quella maglia la volevo veramente e ho lottato per riaverla. Ci sono riuscito e per un altro anno sarò io a indossare questo simbolo. Continuerò a farlo come ho fatto lo scorso anno, ma questa volta anche con un pizzico di normalità, perché quando avrò finito una gara, dovrò tornare a casa e occuparmi di pannolini e biberon».

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