Rapporti&Relazioni

IN CODA ALLA POSTA, PENSO AL TOUR...

di Gian Paolo Ormezzano

È scoppiato, enfin, lo scandalo delle lettere raccomandate e non consegnate. E penso a quelle non recapitate  al destinatario da portalettere pi­gri, i quali al massimo, al meglio, lasciano “in buca” il bigliettino con l’invito ad andare a ritirarle al vicino ufficio postale, a cui regalare in coda un’oretta della propria vita. A questi postini, peraltro an­ni­chiliti da internet e quindi con alibi cosmico per il disamore del loro mestiere, io devo appunto tan­te di quelle ore all’ufficio postale, ore in cui se ti porti un libro o un giornale sembri uno snob che non sappia ammazzare il tempo con i propri pensieri e abbia bisogno di certi  strumenti per non scoppiare di noia o di impazienza.

Oppure in coda pensi. Io da qualche tempo dedico questi pensieri - un mio giochetto piemontesardo - noi di Torino e dintorni ci sentiamo, gira e rigira, un po’ francesi - al Tour de France, e aspettando mi faccio visitare da un ricordo specifico. Essì, perché io come reporter spor­tivo in giro per il mondo ho coperto tantissimi e quasi sicuramente troppi eventi (parlo di scarsa qualità dei miei articoli e scarse vivezza e saggezza dei miei rilievi), ora me ne ritrovo dentro pochi a su­scitarmi ricordi speciali, però il Tour de France è il massimo dei massimi. Ne ho seguiti una quindicina, pochi rispetto ai quasi trenta Giri d’Italia, e alle venticinque Olim­piadi fra estate e inverno, e a tantissimi Mondiali ed Europei di atletica, formula 1, nuoto, pallanuoto, basket, boxe, volley, persino ping-pong (già detto, già scritto, ma mi piace tornarci).

Ecco, se un angelo o anche (meglio?) un diavolo mi apparisse e mi dicesse di scegliere quale evento voglio se­guire ancora direi il Tour de France (Tour che in italiano al plurale non fa Tours, mentre Giro fa Giri). Più che mai adesso che in Francia, nella Provenza così ancora italiana anzi italica, passo tanti giorni all’anno. Il Tour che mi da­va la sensazione, più di ogni altro evento, di poter fare lo scoop, battere la concorrenza, insomma uscire del gregge delle conferenze-stampa, delle interviste uno contro mille, dei bollettini ufficiali.
Ma cosa è, in visioni rapide, subliminali quasi, questo speciale Tour per me? Provo a scovare altro al di là del quanto, tirato fuori dal tem­po, è già stato offerto qui. È la pia­na - sembra infinita - che precede l’Izoad. È la discesa pazza in auto dall’Alpe di Huez a tappa finita per trovare l’ultima camera al ghiacciaio del Lautaret. È il caldo di Tolosa, la città rosa, dove o ti ubriachi di pastis o muori. È il football di quando noi italiani eravamo forti o fortini e francesi era­no niente, avevano il Reims di Kopa che era polacco (e d’altronde nell’atletica avevano Jazy polacco lui pu­re, come il ciclista Sta­blinski, per dire di campioni) e si facevano ubriacare dal marocchino Ben Barek detto Perla Nera. Sono certe partite amichevoli nei giorni di riposo, fra la gentaglia del Tour che eravamo, noi italiani a fare una nostra squadra, e loro che cercavano di batterci a costo di usare calciatori della Francia professionistica, al Tour come gior­nalisti o testimonial (anche se allora non si diceva così). Il Tour è la nostra italiota spasmodica ricerca di donne in topless nei rari passaggi sulla Costa Azzurra, ed è an­che la ricerca della donna dentro i pre-burka da spiaggia quando si sconfinava (il 1965 di Gimondi) nella Spagna del Caudillo, bacchettona come l’Italia.

È l’assenzio che per conto di colleghi francesi nell’occhio dei loro doganieri (che allora esistevano ma se ne infischiavano di noi poveracci italiani) compravo in Spagna quando si sconfinava sui Pirenei. È Parigi oh Parigi: convinsi l’autista italiano, al suo primo Tour e già al pri­mo giorno munito di riviste pornosoft made in France e introvabili in Italia, che il 14 luglio festa na­zio­nale, quando la corsa arrivava sotto la Tour Eiffel, si circolava tutti nudi, perché Parigi è così, mi­ca si discute Parigi, che fra l’altro è sempre Parigi. Fu dura, nell’imminenza dell’approdo fatidico, dirgli che non era vero. Lo stesso autista al quale avevo detto che il presidente Mitterand ci avrebbe ricevuto e che avrebbe consegnato una Tour Eiffel in oro al suiveur italiano che avesse cantato la Marsi­glie­se senza errori, e lui la imparò e manco me ne volle.

Erano quelli del Tour cibi sublimi o porcate tremende più care dei cibi sublimi. Era la birra meno buona del mondo, ma orgogliosamente francese (sono soltanto due i paesi al mondo orgogliosi nelle etichette della propria birra e quindi scettici verso le importazioni, l’altro è il Messico che però, smandrappato come è, produce le birre migliori del mondo dopo il Belgio che per i francesi non esiste, è un paese di villaggi e villici che quando vogliono parlare francese fanno ridere (Simenon, la Yourcenar, Brel, Johnny Hallyday sono belgi, dicevo, e mi chiedevano cosa ero venuto a fare in Francia, volevo proprio rompere le scatole?).

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