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SEMPLICEMENTE EVENEPOEL
di Giulia De Maio | 26/02/2019 | 07:52

Lo chiamano il nuovo Merckx, ma lui si presenta come «un semplice ragazzo belga, che sta facendo quello che vuole». Vale a dire: pedalare in sella alla sua bici. Gli crederemmo anche guardando quella sua faccia da bambino, se non fosse per la fama che lo precede.

Remco Evenepoel è l’astro nascente del ciclismo mondiale che fino a due anni fa faceva il calciatore. Cresciuto nell’Anderlecht, ha trascorso tre stagioni in Olanda al PSV Eindhoven e ha ve­stito la maglia della Nazionale giovanile belga Under 15 e Under 16, della quale è stato anche capitano. Senza preparazione specifica, a 16 anni ha corso la mezza maratona di Bruxelles in 1h 16’ («per seguire papà e per partire davanti, ave­vo dichiarato un tempo basso, volevo vedere i keniani da vicino» il suo commento, ndr). Quando monta sulla bici inizia subito a macinare successi. Il primo dorsale ciclistico da junior, il 2 aprile 2017. Quell’anno vince 7 corse, nel 2018 diventano 35 (sulle 45 a cui ha partecipato, ndr) fino ai titoli continentali sia in linea (in fuga per 90 chilometri, arriva al traguardo con 9’45” di vantaggio, ndr) che a cronometro e quelli mondiali, in cui sbriciola la concorrenza dei suoi coetanei.

Quello che è riuscito a fare in Austria Remco da Schepdaal, 15 chilometri a ovest di Bruxelles, è storia recente. Nella corsa in linea finisce per terra, non per colpa sua, a una settantina di chilometri dal traguardo. La ruota è distrutta, l’ammiraglia lontana e il meccanico non prontissimo. Sta fermo due minuti, più o me­no il suo ritardo massimo dalla testa, ma in un quarto d’ora torna al suo posto. Ne avrà superati una sessantina, in stile Pantani a Oro­pa 1999. Va al comando con il tedesco Mayrhofer, poi s’invola da solo ai me­no 14 km. Così si può permettere di festeggiare in largo anticipo: chiama l’esultanza del pubblico con gesti plateali, poi mima con la mano sul mento “la capretta” in stile Cristiano Ro­naldo. Capra, goat in inglese, che è an­che l’acronimo di “più grande di tutti i tempi”. «Mi aveva detto di farlo il mio migliore amico», confessa. An­cora: arriva al traguardo e solleva la bici come un gladiatore. «L’avevo fatto anche alla Kuurne-Bruxelles-Kuurne, primo successo dell’anno, dopo una fuga di 60 km. Volevo chiudere il cerchio». Bacia la bandiera del Belgio, se la mette in bocca, sorride e ammicca come una rockstar.

Parliamo con lui per la prima volta a Calpe a inizio gennaio, in occasione della presentazione della Deceuninck - Quick-Step. Ci colpisce la sua parlata decisa e sciolta davanti ai microfoni di tutto il mondo e allo stesso tempo la modestia, i piedi per terra e la testa sulle spalle. È lucido e concentrato, più che spavaldo. Un ragazzino che alla sua età ha già vinto, pardon stravinto, tutto potrebbe facilmente essersi già montato la testa. Invece no. Sa che in Argentina per lui inizia un nuovo capitolo. Alla Vuelta a San Juan, a 19 anni (compiuti da soli due giorni) ha debuttato nel ciclismo professionistico. La sua carriera tra i grandi è appena iniziata. Se diventerà come il più grande è tutto da scoprire.

Sentirsi definire il nuovo Merckx non può lasciare indifferenti.
«Sì, ma io non sono il nuovo Merckx. Non ho vinto un titolo mondiale tra i professionisti e non ho vinto il Tour de France. Sono lontano dall’essere il nuo­vo Merckx, semmai potete scrivere che sono il nuovo Remco Evenepoel. Un ragazzo che si affaccia ora al professionismo e tra i big ha ancora tutto da dimostrare. Non penso né mi preoccupo di ciò che le persone si aspettano da me. Devo solamente concentrarmi sul mio percorso di crescita. Sono lontanissimo dalla perfezione. I campioni sono quelli come Eddy, Contador e gli altri che hanno vinto tanto tra i grandi».

Come vivi la popolarità nel tuo paese?
«Non mi preoccupo della pressione, mi concentro su quello che devo fare, sul mio lavoro, il mio futuro, la mia passione. Non penso ai media, sono già abbastanza preso dal mio lavoro. Ci sono state delle esagerazioni, degli abusi, come quando il giorno dopo del mondiale una troupe televisiva si è presentata davanti alla scuola della mia fidanzata. Volevano filmarla nella sua classe, non è stato piacevole per lei, è stato decisamente troppo. Dopo la doppietta di Innsbruck, in un paese piccolo e tanto appassionato come quello da cui provengo sono tutti letteralmente im­pazziti. Va così in Belgio con i buoni corridori, ma ora è tornata la calma. La squadra in questo senso è fondamentale, mi aiuta a restare tranquillo e con­centrato, per un giovane come me è davvero importante».

Ti hanno cercato Hagens Berman-Axeon, Sky e Mitchelton-Scott, ma alla fine l’ha spuntata il “wolfpack”.
«Questa squadra è una grande famiglia. Lo scorso inverno avevo già fatto uno stage con loro a Calpe e mi avevano subito fatto sentire parte del gruppo. Dopo i campionati europei dell’anno scorso ho avuto contatti con tante persone che ne sanno di ciclismo come Patrick Le­fe­ve­re e alcuni corridori che mi han­no consigliato di fare il grande salto perché secondo loro ero pronto, ero abbastanza forte per farlo, nonostante la giovane età. Li ho ascoltati e non ho esitato. Chi mi ha detto il contrario, è stata una minoranza e penso fosse per ge­losia. Questa squadra, oltre ad essere da anni la più forte al mondo, sa come far crescere un giovane come me. Ho fiducia nel programma a lungo termine che abbiamo stilato insieme».

Che effetto ti ha fatto ritrovarti in ritiro al fianco del tuo idolo Gilbert?
«È stato pazzesco perché in fondo io sono... un bambino. Pedalare accanto a Philippe mi sta insegnando tantissimo, sto imparando da tutti i miei compagni, ognuno ha la sua storia ed è arrivato al top in modi così diversi. Mi piace ascoltarli e mi motiva sentire anche chi ha davvero dovuto faticare per arrivare dove siamo ora. Io grazie al mio talento ci ho messo poco a raggiungere il professionismo, ma ho tutto ancora da dimostrare nella massima categoria. Spe­ro che la buona sorte mi accompagni, spero di non cadere, di non avere infortuni e continuare a divertirmi».

Cosa hai imparato dalla tua prima corsa da pro?
«Ho imparato che i professionisti vanno davvero forte, so­prattutto in pianura. Ma mi era già chiaro dal training camp del mese scorso. I miei compagni però mi avevano rassicurato dicendomi che ero già a un buon livello di condizione. Mi sono fidato della loro esperienza. Do­po il debutto in Argentina ora non vedo l’ora di correre l’UAE Tour visto che c’è in programma una tappa con arrivo in salita».

Che tipo di corridore sei?
«Datemi qualche anno e lo scopriremo (sorride, ndr). Per il momento sono bravo a cronometro e abbastanza leggero quindi anche in salita sono in gra­do di dire la mia. Per il fisico che ho, non penso che potrò mai andare bene sul pavé, mi immagino più adatto alle corse a tappe. Ci vorrà del tempo, do­vrò crescere (61 kg per 171 cm i suoi numeri, ndr) e accumulare esperienza, ma per il futuro con il team abbiamo deciso di puntare ai grandi giri».

Perché hai preferito la bici al pallone?
«Il mio amore per il ciclismo è da sempre più forte di quello per il calcio, che non ho mai seguito veramente. Ho iniziato a tirare calci al pallone semplicemente perché quando ero piccolo i miei genitori non volevano che andassi in bici. Per paura delle cadute ma an­che per la mia crescita, il ciclismo da piccoli non forma il corpo come altri sport. Giocavo come difensore centrale - mediano, nella posizione di Naing­golan per intenderci. Calciavo più di si­nistro ma anche con il piede destro non me la cavavo male. Ho lasciato perché non mi divertivo più. Oggi se­guo giusto la Champions League e i mondiali. Tifo Arsenal».

Da piccolo guardavi il ciclismo in tv?
«Certo, è sempre stato il mio sport preferito. Ho iniziato a correre tardi, ma l’ho sempre seguito. Le domeniche del Fiandre e della Roubaix erano un’occasione speciale. Dal vivo ricordo che seguii la Liegi vinta da Gilbert sui due fratelli Schleck tanto tempo fa (in real­tà risale solo al 2011, ma se hai 19 anni 8 stagioni possono sembrare una vi­ta..., ndr). Vedere Boonen vincere la sua quarta Roubaix nel 2012 e Con­tador brillare nei grandi giri tra il 2009 e 2010 mi ha fatto innamorare di questo sport».

Quando non sei in sella...?
«Trascorro il tempo con la mia famiglia (è figlio dell’ex corridore Patrick Eve­ne­poel, professionista dal 1991 al ’94, una sola vittoria in carriera, il Gp di Val­lonia, ndr), la mia fidanzata Oumaï­ma Rayane e gli amici. Ascolto musica, in questo periodo mi piace molto Sicko Mode di Travis Scott, e gioco alla playstation. Sono un ragazzo normale, a cui piace ridere e scherzare. Non ho passioni o interessi stravaganti. Per festeggiare le due maglie iridate ho cenato con i compagni da McDonald’s».

Sogni nel cassetto?
«Mi ritengo davvero fortunato e cerco di apprezzare al massimo tutto quello che mi sta capitando. Per la mia carriera mi auguro di vin­cere un Grande Giro e per la vita privata di costruirmi una bella famiglia. Per realizzare entrambi questi progetti la strada è ancora lunga. Sono solo all’inizio, datemi un po’ di tempo». E di sicuro ne vedremo delle belle.

da tuttoBICI di febbraio

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