Rapporti&Relazioni
Anche il rosa di Pantani cede al calcio azzurro
di Gian Paolo Ormezzano

Due giorni dopo la vittoria di Marco Pantani al Giro d’Italia un ex direttore di telegiornale, Ugo Zatterin, giornalista televisivo di quelli che hanno raccontato e con la potenza del mezzo anche fatto la storia del Bel Paese, ha ricordato a Uno Mattina che nell’82 gli entusiasmi della nostra gente per il titolo mondiale di calcio coprirono, con il loro lunghissimo strascico, le attenzioni per un altro titolo mondiale, quello di Beppe Saronni nel ciclismo professionistico su strada, ottenuto qualche settimana dopo il trionfo di Madrid. Francamente ci ha fatto piacere che un giornalista come Zatterin abbia ricordato questo torto patito dalla Creatura, torto che non fu poi troppo grave nè troppo evidente ma che, «letto» adesso, dice dello strapotere del calcio e dei pericoli che tutto il nostro sport che non sia football corre quando il pallone gira bene per la squadra azzurra.

Marco Pantani ha finito di vincere il Giro d’Italia in un giorno di calcio appena di serie B, e senza la concorrenza oraria diretta della Formula 1, che in Canada ha preso il via nello stesso giorno dell’ultima tappa, ma a corsa rosa conclusa da un paio d’ore. Però poi gli è rovinato addosso il campionato del mondo di calcio. E Pantani ha perso visibilità.
Esiste senz’altro una sudditanza di tutti gli sport nei riguardi del calcio, a parte - forse - l’automobilismo di Formula 1, che vive una vita abbastanza sua, ma quella del ciclismo ci appare particolarmente spiacevole, e perché si tratta di uno sport che amiamo, e perché davvero riteniamo che il patrimonio morale costituito dal ciclismo dovrebbe, in tempi di calcio trionfante, casomai godere di un impreziosimento per contrasto, come accade dell’antiquariato artistico quando imperversa, nell’arte e nella produzione molto anzi troppo industrializzata e nell’edilizia, la modernità.

Si pensi a come il calcio si accosta al ciclismo, a come un Ronaldo può essere accostato a un Pantani. Il mondo del calcio «annusa» il mondo del ciclismo con attenzione pelosa, e senza nessuna devozione. Gli riconosce una priorità morale, sentimentale, ma gli appioppa questa priorità come un handicap, come qualcosa che paralizza, che zavorra. Quasi a dire: «Sì, siete commoventi, soffrite tanto e guadagnate poco, ma cosa ci possiamo fare? Dovete già essere lieti del fatto che riconosciamo i vostri meriti, di più non potete pretendere». Non rompete, insomma. Tante volte siamo stati testimonial di un incontro pubblico fra un divo del calcio e un campione del ciclismo. Il primo sembra una damazza di San Vincenzo, anzi di qualche organizzazzione benefica meno valida e capace, in visita ad una casa di poveri: ha un po’ paura di sporcarsi, si muove a disagio, stringe tante mani, accarezza tante facce, ma si vede che ha fretta di lavarsi.
Quando un divo del calcio parla di un ciclista, non riesce a svestirsi dal paternalismo. In fondo quel faticatore gli appare come uno che ha sbagliato tutto nella vita. Con i mezzi fisici che ha, non poteva trovarsi uno sport più comodo e redditizio? Mah, forse con quel fisico altro non gli restava che salire in sella... Molto più paritario il confronto fra un campione del ciclismo ed uno di atletica, per non dire uno dello sci nordico, che del ciclismo è davvero sport fratello (invece Tomba e Pantani rischiano di avere in comune soltanto la cadenza, e quella parte di dialetto che è sia emiliana, sia romagnola).
Così è anche se non vi pare. E diciamo subito che il ciclismo ha un solo evento (un evento, più che il protagonista di esso) opponibile al calcio con la garanzia di trovare ammirazione, o comunque rispetto, e non paternalismo: si tratta del Tour de France. Perché sì (non scopriamo adesso, in zona Tour, la forza del Tour, sennò ci sciupiamo quel che resta del grande gusto del Giro d’Italia).

Secondo noi quando Pantani ha vinto il Giro d’Italia la persona più felice non è stata una della sua famiglia, non è stato l’organizzatore, non è stato Luciano Pezzi, non è stato il giornalista amicone, non è stata la bella e disinvoltissima fidanzata danese, non è stato il cliente del chiosco famigliare di piadine. È stato quell’automobilista torinese che lo aveva messo sotto, mandandolo all’ospedale pieno di fratture. Parliamo di sollievo morale e anche di sollievo materiale, documentato essendo il pieno recupero dell’atleta.

Ecco un esempio di realsentimentalismo: difficile trovarne un altro così forte e chiaro. Ma a proposito di sentimentalismo: il successo rosa di Pantani ha goduto di una valenza atletica così alta, non disgiunta da una buona esecuzione tecnica e tattica, che pochi hanno magnificato la vittoria sul destino, sulle avversità, persino sullo scetticismo medico.
Eppure l’occasione era ghiotta, invitante. È cambiato il giornalismo ciclistico? È svalutata la jella? È in calo lo spirito di sacrificio? A noi comunque non ha procurato nessun dispiacere personale, anzi, il fatto che Pantani sia stato lodato per avere battuto, più che il destino, Tonkov.

Gian Paolo Ormezzano, 61 anni, torinese-torinista,
articolista di “Tuttosport”
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