Rapporti&Relazioni
Un parafulmine troppo comodo
di Gian Paolo Ormezzano

La rabbia per le perquisizioni in casa del commissario tecnico azzurro Antonio Fusi è stata secondo noi sciupata. Si è parlato di persecuzione morale e materiale da parte dell’opinione pubblica ed anche dell’autorità, di partito preso, di esercizio anzi esibizione nei riguardi del mondo della bicicletta di quel potere che non si può esercitare nei riguardi del sacro potentissimo mondo del pallone. Ma noi ci permettiamo di essere arrabbiati per un’altra ragione: perché quelli del ciclismo sono presi per cretini.
Come si può pensare che, dopo tutto quello che c’è stato, dopo anni ormai di antidoping focalizzato soprattutto, per non dire esclusivamente, sul ciclismo, dopo le vicende del Tour de France con le loro scorie, le loro bave, la gente del ciclismo tenga ancora in casa prodotti vietati, conservi in ufficio documentazioni compromettenti, lasci nei computer memorie criminalizzanti? Se il mondo del ciclismo è cretino come pensano quelli che cercano prove di reato presso abitazioni, uffici, laboratori di gente da tempo nell’occhio di tutti i cicloni, non si può fare a questo stesso mondo il credito di una lunga capacità di azioni illegali ed impunite, dunque di azioni in qualche modo scaltre, per non dire in qualche modo intelligenti. Bisogna decidere: o i ciclisti sono grandi furbastri, o grandi idioti. Ma se sono grandi furbastri, certe indagini sono a priori inutili. E se sono grandi idioti, bisogna internarli, non perquisirli.
La verità, forse, è che diventa duro rassegnarsi alla perdita del parafulmine costituito, per anni, ovviamente in materia di antidoping, anzi di sdegno per doping, dal ciclismo.

Era troppo comodo, troppo facile prendersela con i pedalatori e soltanto con loro. Costretti a occuparsi del doping in senso ahinoi lato, persino nei riguardi del calcio, i grandi indagatori, i grandi moralisti si sono trovati in difficoltà, in carenza di indignazione pratica e in sovrabbondanza di indignazione teorica.
Sprovvisti - provvisoriamente, speriamo - di strumenti per affrontare questo secondo problema, si sono accaniti sul primo, quello solito, quello al quale erano, sono allenatissimi.
Stiamo parlando di un po’ tutto il mondo che si occupa di sport, non soltanto di chi è delegato a certe azioni repressive o indagatorie. Il «dagli al ciclismo» è uno sport nello sport, si fa bella figura e si rischia poco. Quando poi questo tipo di sport serve - e non parliamo di Guariniello, anzi lui sia benedetto - per distrarre le attenzioni dagli scandali del calcio, allora si impazza. E un malato nel ciclismo conta più di tre morti nel calcio, e si chiede che il ciclismo venga fermato e rifondato, con ciò consumando lo sdegno disponibile e dunque evitando di chiedere lo stesso per il calcio che non faceva i controlli o se li faceva li falsificava.
Così messo alle corde da tanta ipocrisia, cosa deve o può fare il ciclismo? Rallegrarsi del fatto di essere preso per ricettacolo di idioti? La scelta comportamentale non appartiene a noi, almeno se ha da essere pubblicizzata e suggerita. Noi siamo amici del ciclismo, innamorati del ciclismo, siamo dunque criminali o nella migliore delle ipotesi cretini.

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Ci sono nel mondo dello sport alcuni stupori stranieri nei riguardi della Italia. Stupori nobilitanti chi di essi è oggetto, come quando ad esempio si meravigliano, all’estero, per come siamo diventati bravi, noi pastasciuttari mandolinosi, nelle specialità di resistenza, a piedi o sugli sci. Stupori imbarazzanti quando in essi avvertiamo anche la presenza di una buona dose di scetticismo. Ad esempio per il fatto che al Tour 1998, fatta eccezione per il caso di Rodolfo Massi, gli italiani siano rimasti fuori dalle grandi retate, e neanche la frangia dell’ombra del simulacro del dubbio abbia sfiorato Pantani.
Ad esempio per il fatto che, almeno sino al momento in cui scriviamo queste righe, fra tutti quelli del Cio corrotti non sia stato neppure sussurrato il nome di un italiano, pur avendo noi il record di quattro-membri-quattro.
Non sappiamo e non vogliamo sapere se questi stupori celino o meno un alcunché di ammirazione per la nostra scaltrezza: perché comunque questo alcunché toglierebbe spazio all’ammirazione per la nostra onestà. Registriamo, ecco, senza riuscire ad impedirci una certa soddisfazione.

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Ottime segnalazioni dagli esperti di spot pubblicitari per la prestazione di Pantani che reclamizza un’auto presso un gruppo di ciclisti i quali gli chiedono notizie del Giro, visto che lo scorgono borghesemente al volante. Pantani è disinvolto, si autocaricatura niente male, sorride di un certo cliché, di se stesso, e - non guasta - parla un ottimo italiano, con l’appena giusta cadenza dialettale.
Pensiamo che il personaggio di Marco Pantani sia stato un po’ troppo ristretto dalle convenzioni. Romagnolo quindi oleograficamente ridanciano e spavaldo insieme, cultore della piadina quindi di una sommaria genuinità (ma anche il caviale è genuino...), scalatore dunque votato al fachirismo. Lui invece è molto probabilmente un buon gaudente internazionale, un buon attore capace di recitare la parte del campione, del tipo speciale anche quando è giù di sella, cioè viene privato del suo primario strumento di lavoro, uno che sa persino preferire lo champagne al sangiovese. E sa preferire l’auto alla bicicletta, quando non si deve pedalare per vivere, e si deve casomai guidare l’auto per stravivere.

Gian Paolo Ormezzano, torinese, editorialista de “La Stampa”
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