Rapporti&Relazioni
Raro, cantore di un altro ciclismo
di Gian Paolo Ormezzano

È morto lucidamente a 94 anni, sempre idealmente in bicicletta, Ruggero Radice detto Raro, RA da Radice, RO da Roger, suo nome francese essendo nato in Francia, a Salon de Provence, il paese di Nostradamus, da padre biellese emigrante. Radice è stato il più famoso giornalista italiano di ciclismo, da 1925 al 1990. Non il più bravo, non poteva esserlo per quel suo modo di far cronaca di braccia, improvvisando al telefono su pochi piccoli appunti geografici, matematici, enogastronomici e poetici, da mettere poi in prosa cronistica per articolesse che su Tuttosport prendevano una pagina firmata Radice, su La Gazzetta del Popolo due-tre colonne firmate Raro (gli altri tre suoi giornali furono La Stampa, quando prima della guerra Giuseppe Ambrosini vi creò la prima vera redazione sportiva in un quotidiano politico, il Guerin Sportivo e a Parigi France Soir).

Raro ha seguito una settantina fra Giri d’Italia e Tour de France: quando stava al Tour pensava in francese, la sua lingua amatissima. Uomo bellissimo, un mix felice di Tyrone Power e Clark Gable, due grandi di Hollywood, era molto conosciuto, molto stimato, molto amato. Fortemente piemontese, in fondo un altro modo di essere francese, a Torino dove ha vissuto tifava Toro e portava allo stadio di via Filadelfia, pedalando al suo fianco, il granatissimo Fausto Coppi quando prolungava qualche allenamento per andare a salutare Valentino Mazzola e i suoi compagni del Grande Torino.
Ma qui non vogliamo ricordare Raro, o soltanto ricordarlo. Ci preme - sulla base di un lungo affettuoso sodalizio che il giorno del funerale ci ha portati a dire a Marina Coppi, affranta e persino stremata, che era morto uno zio, suo e nostro - dire di un giornalista normale divenuto speciale per il mutare dei tempi intorno a lui, di un amico unico del ciclismo primigenio e definitivo, di un primo e ultimo mohicano.

Raro ha cominciato con i grandi cantori che inventavano e organizzavano le corse per fare su di esse del giornalismo ed ha finito lavorando insieme con giovani un po’ gaglioffi che gli dicevano che “tanto si vede tutto e meglio in televisione”. Ha conosciuto Orio Vergani e Gianni Brera, è salito un po’ a disagio sul palco di Sergio Zavoli per il Processo alla Tappa.
Ha messo il foulard per andare al Giro, il basco per andare al Tour. Quando telefonare il servizio era un’impresa, programmava in tempo, per lettera, anche la serata a lume di candela con la telefonista racchia, purchè al pomeriggio facesse in modo di fargli avere la linea. Jacques Goddet ancor più che Arnando Cougnet e poi Vincenzo Torriani facevano sovente riferimento a lui, quando volevano parlare con uno che sapesse spiegare le cose a tutti i giornalisti.

Era un attento scrupoloso cronista di guerra per un ciclismo che era missione, epopea, agguati della fatica e del caso, su strade tremende e con automobili approssimative. Era un formidabile classificatore di ristoranti. Un elogio funebre fatto alla maniera anglosassone esalterebbe in eguale misura la sua competenza in fatto di rapporti e quella in fatto di grandi vini francesi.
Non si può dire, alla Garcia Lorca in morte di Ignacio, che tarderà molto a nascere, se pure nascerà, un altro come lui. Per uno attento, devoto al lavoro, pazzo del ciclismo, malato di giornalismo da reporter come lui non c’è infatti più spazio nel mondo algido e brutale di oggi. Non c’è più spazio e non c’è più ciclismo per lui. Raro, che pure era onnivoro, mangiava ciclismo di pianura e di montagna, di cronometro e di sprint, di strada e di pista, a tappe e in linea, vero e finto (nel senso blando di arrangiato, come allora si potevano magari arrangiare certe corse minori), adesso non troverebbe di che degnamente sfamarsi.

Raro amava Coppi ed era amato da Bartali, aveva amato Binda intanto che veniva amato da Guerra. I corridori gli dicevano “signor Radice” o più spesso “signor Raro”: il soprannome prevaleva sul nome. A noi giovani offriva tantissima amicizia in cambio di appena un po’ di rispetto. A noi diventati vecchi alla sua ruota anagrafica riservava sospiri nostalgici speciali.
Le prime avvisaglie del maremoto-doping lo avevano lasciato stupito, e il suo ritirarsi dal mondo del lavoro era stato, forse, un sollievo per non dover affrontare certe questioni difficili e anche orribili, scabrose e persino trucide. Lui voleva troppo bene al ciclismo, lui era un samaritano fisso dei corridori, a priori innocenti, angelici o comunque angelicati dalla sua scrittura generosa, anzi magnanima sino ad apparire talora un po’ complice per amore.

Non è assolutamente più possibile diventare giornalisti vivendo e sciorinando tutto l’amore che lui aveva per il lavoro e il ciclismo. Si rischia di passare per fessi, per ingenui. Lui correva avanti, nelle tappe del Giro e del Tour, per poi fermarsi, aspettare i pedalatori, passare a loro molte belle parole ed un po’ d’acqua. Adesso si va avanti per poter sostare con comodo al ristorante importante, arrivare al quartiertappa e in sala-stampa a prendere i posti migliori davanti al video.
Passo alla prima persona singolare per dire che quando, in occasione della prima teletrasmissione diretta della Milano-Sanremo, scrissi su Tuttoport un neretto intitolato “Mamma Tivù - dacci di più”, molto probabilmente inventando in quell’occasione un appellativo diventato poi celebre, lui mi fece capire che stavo sbagliando a invocare il mostro. Naturalmente aveva ragione, e mi duole non essere mai riuscito a dirglielo.

Gian Paolo Ormezzano, torinese, editorialista de “La Stampa”
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