Rapporti&Relazioni
Agnelli, lo sport e la bici
di Gian Paolo Ormezzano

Le celebrazioni del personaggio Gianni Agnelli, morto dopo una lunga malattia che aveva, come dire?, preparato i media all’evento ultimo, hanno abbondantemente anche descritto i suoi rapporti, di regola amorosi, con tanto grande sport, dal calcio della sua Juventus all’automobilismo della sua Ferrari, dallo sci praticato in prima persona per tanti anni sulle piste del suo Sestriere alla vela delle sue barche d’avanguardia. Non c’è stata traccia del ciclismo.

Prima di affrontare il perché e le sue diramazioni, precisiamo che secondo noi la massa delle biografie, quasi tutte “virate” sull’agiografico, a proposito della vita e delle opere di Gianni Agnelli, ha celebrato giustamente il grande personaggio e la signorile persona, ma ha finito per dare l’idea di un uomo la cui vita fosse riempita di cose sino al parossismo. Quasi tutti i giornalisti hanno raccontato, più che Gianni Agnelli, la loro vita con Gianni Agnelli, imitati dai politici, dagli industriali, dagli uomini di scienza, arte e cultura. Lui, l’Avvocato, per stivare davvero nella sua giornata tutto quello che ci hanno messo gli agiografi-biografi, quasi sempre protagonisti con lui di momenti anche lunghi, avrebbe sempre dovuto svegliarsi all’alba, leggere tutti i giornali importanti, telefonare a tantissima gente del gran mondo della politica, dell’economia e dell’editoria discutendo sempre ad altissimo livello su tantissime cose, occuparsi continuamente di tavole rotonde, rassegne, convegni, dibattiti, aggiornarsi di tutto ed aggiornare gli altri di se stesso, se possibile andare con l’elicottero sui monti e sui mari per qualche ora di sci e di vela, non mancare di gettare uno sguardo e qualche parola sulla Juventus (con visite al campo) e alla Ferrari, frequentare concerti, mostre, anche impegni mondani. E intanto si capisce presiedere, orientare, curare la Fiat. Negli ultimi anni la sua pratica sportiva in prima persona era finita, però c’era l’impegno, ovviamente seguitissimo, al Senato, avendo avuto l’onore del laticlavio a vita. Il tutto fra Torino, Roma, Parigi e New York, le sue città.

Oh come avrebbe lui sorriso di queste rievocazioni sovrabbondanti, sovrorpellate. Lui che invece trovava il tempo di chiamare un piccolo giornalista e farsi raccontare, per lunghe ore, cosa si prova a correre la famosa maratona di New York, oppure a giocare al gioco di mettere a confronto ricordi calcistici. Lui che comunque non ha trovato il tempo e il modo di occuparsi, almeno stando a quel che si sa, di ciclismo: uno sport che pure la sua Fiat ha molto frequentato, e con una sezione di pedalatori dilettanti e con molte sponsorizzazioni, su tutte quelle al Giro d’Italia e al Tour de France.
E siamo alla ricerca del perché dell’assenza del ciclismo nel panorama, vastissimo, del suo sport, dove era entrata anche la boxe, da lui seguita pure negli Usa. Si potrebbe dire che Gianni Agnelli è stato l’auto e che l’auto è nemica della bicicletta, ma sarebbe davvero troppo semplicistico, e irriguardoso verso la sua intelligenza.

Chi scrive queste righe, e non ha scritto niente della sua vita con Gianni Agnelli, pur avendo parlato tanto con lui di sport, finendo persino con l’opporre il suo Torino alla sua Juventus, e senza avere la sensazione del sacrilegio, ma di contro quella di un amore o almeno di un interesse condiviso per tutto lo sport e quindi anche per il calcio e quindi anche per squadre che nel calcio hanno fatto tanta storia, ha una sua spiegazione, e la offre qui: Gianni Agnelli teneva già, assunto in prima persona e sotto vari punti di vista e modi di contatto, tanto sport molto suo a riempirgli una certa parte della sua vita, e il ciclismo avrebbe dovuto fare a spintoni per entrare nei suoi interessi, e dunque per trovarsi adesso rievocato nelle rievocazioni del personaggio. Il ciclismo è stato socialmente un fatto enorme nel divenire dell’Italia, la bicicetta è stata ed in certi posti è ancora uno strumento importante di lavoro, le vicende del ciclismo hanno raccolto, intorno allo stesso tifo amoroso, milioni di italiani, sino ad assumere valenza storica particolare in certi momenti: come quello lungo della ricostruzione, simboleggiata dai nostri campioni, Coppi su tutti, che pedalavano, faticavano, riprendevano posti di vetrina con i loro successi, come quello intenso, drammatico della tensione da guerra civile in occasione dell’attentato a Togliatti, con Bartali che al Tour de France si fasciava di un giallo che qui funzionava come colore di pace sociale.

Il ciclismo è stato un fatto storico enorme ma quando abbiamo voluto parlare di ciclismo con Gianni Agnelli, conducendolo in qualche modo sulle nostre strade della bici, abbiamo faticato. E per fortuna che era di aiuto la prosa di Gianni Brera, che lui sapeva forgiata soprattutto sulle vicende dei pedalatori, almeno per quelli che erano i momenti, i passaggi, i temi più alti. Brera è servito molto al piccolo giornalista, che sempre (Brera) sia lodato.
Naturalmente il ciclismo può pensare che nulla e nessuno al mondo ti obbligano a “far visita” ad un personaggio, quale che esso sia. E che sia stato in fondo più il ciclismo a mancare all’Avvocato che l’Avvocato al ciclismo (dove fra l’altro c’è stato un Avvocato, il grande giornalista e ancor più grande studioso di bicicletta e ciclisti Giuseppe Ambrosini). Naturalmente è pensabile che un Gianni Agnelli ciclofilo, anche ciclofilo, non avrebbe cambiato le sorti del nostro caro sport del pedale. Ma possiamo, posso dire semplicemente che ci è spiaciuto, mi è spiaciuto leggere tanto di Gianni Agnelli nello sport e leggere che si è trattato di Juventus e Ferrari, sci e vela, bici niente?

Gian Paolo Ormezzano, torinese, editorialista de “La Stampa”
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