Innsbruck, lo slittino, io e Adriano...
di Gian Paolo Ormezzano
In genere l’attualità comanda anche al dolore: e patirlo, pubblicamente ricordarlo a distanza dall’evento che lo ha generato, non sembra «journalistically correct». Ma alla memoria di Adriano De Zan a me piace dedicare, adesso, con un certo diaframma di tempo cresciuto e ispessitosi dal giorno in cui lui se ne è andato, una memoria speciale, divertente. E alla fine dirò anche il mio perché di questo tipo di ricordo.
Dunque siamo a Innsbruck, per i Giochi invernali 1976. La Rai ha sparpagliato i suoi telecronisti sulle varie gare, improvvisando competenze. Vado allo slittino, dove le tedesche dell’Est, della «famigerata» DDR, stanno dominando. Sono lì per la stampa scritta, passo sotto le postazioni dei colleghi della televisione, Adriano mi vede passare, io vedo lui che gesticola dietro il vetro dello sgabuzzino da cui trasmette, mi fa segno di salire da lui, mi indica una signora in abito classico tirolese, la giacca grigia con i bordini verdi, è una funzionaria della sede Rai di Bolzano, guarda De Zan, mi accompagna da lui, visto che non ho credenziali specifiche per quel tipo di accesso.
Adriano mi chiede di dargli una mano nel cazzeggio assortito, su una disciplina di cui si sa poco. «Intanto parliamo anche di ciclismo», mi sussurra. Andiamo avanti per qualche minuto. Io dico di Erika Lechner, l’azzurra altoatesina che aveva vinto a sorpresa nello slittino ai Giochi di Grenoble 1968, costringendoci ad occuparci del suo sport, ad avviare una competenza o almeno una conoscenza affrettata. Si va avanti ciacolando fra i Giochi e il ciclismo che (è febbraio) sta per riprendere. Improvvisamente Adriano emette un gemito. Una colica renale. Sono quelli i tempi in cui anch’io soffro di quel male, che dà dolori tremendi. Insomma capisco Adriano, che ad un certo punto si accuccia sul pavimentaccio dello sgabuzzino, mi dice, sempre gemendo, e non urlando soltanto perché si morde le labbra, di andare avanti io con la trasmissione. Mi chiede anche di farmi notare dalla funzionaria, perché gli porti un medico, gli chiami un’ambulanza. A gesti riesco a farmi notare dalla donna, e intanto parlo, parlo, parlo, dello slittino, dello scibile, visto che siamo ai Giochi invernali dello sciabile. La donna arriva, vede, capisce, tranquillizza Adriano, esce.
Il bravo telecronista Adriano De Zan non riesce ad emettere una parola che è una. Già tanto che non urli per il male. Mi fa segno di andare avanti. Io dico tutto quello che so su slittino e contorni, dico anche più di quello che so. Ad un certo punto mi soffermo sui caschi altamente aerodinamici delle slittiniste della DDR: sono caschi lunghi, caschi che «prolungano» la testa, sembrano tiare di faraoni. Mi prende un accesso di pazzia. Dico che hanno quella forma non perché sono caschi aerodinamici, ma perché le slittiniste tedesche orientali hanno tutte delle teste speciali, strette e lunghe. I caschi sono appunto modellati su quelle teste.
Guardo Adriano, che ospita in faccia il rictus del dolore e quello della risata. Passa un minuto, entra la funzionaria: stava in cuffia, mi ha sentito. Mi dice che sono ammattito, che forse ci saranno conseguenze, proteste. Guardo Adriano, vorrebbe difendermi ma non può. La funzionaria prende un telefono, dopo pochi secondi mi arriva - sto anch’io in cuffia, da che Adriano ha smesso di trasmettere - l’annuncio che debbo dare la linea ad un’altra postazione, per un altro sport. Sono sollevato. La funzionaria dice che l’ambulanza è in arrivo. Mi invita a lasciare lo sgabuzzino, è stretto e dovranno presto entrare gli infermieri. Ma fa una brutta faccia. Adriano riesce a regalarmi un cenno di rassicurazione, quasi di ringraziamento. Gli strizzo l’occhio, come sempre ci siamo capiti.
dddddd
Il mio speciale perché dell’avere spolverato questo ricordo si evolve in questa domanda: sarebbe possibile una situazione come quella di Innsbruck 1976 (un quarto di secolo fa) nello sport di adesso, nel giornalismo di adesso, nella Rai di adesso? Molto probabilmente no. La colica renale sarebbe stroncata con qualche pillola speciale, ad effetto immediato. In ogni caso l’ospite chiamato a co-trasmettere non si prenderebbe certe licenze. Comunque, se se le prendesse, verrebbe poi emarginato come un lebbroso, perché sullo sport non si scherza, ci sono interessi enormi. E poi su quegli stessi caschi dalla loro prima apparizione, già in prova, sarebbero stati forniti tutti i particolari.
E infine non c’è più un De Zan. Perché davvero lui è stato unico nel collegare, in diretta, lo sport all’umorismo, all’allegria, a suscitare nell’ospite la voglia di dire qualcosa di particolare, e pazienza se anche di irriverente, di non ortodosso. Gli devo tante ospitate in cui mi sono divertito, in piena libertà. Penso che lui sarebbe particolarmente contento di questo riconoscimento.
Gian Paolo Ormezzano, torinese, editorialista de “La Stampa”
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