Rapporti&Relazioni
No
alla dittatura del calcio
di Gian Paolo Ormezzano


Bazzicando altro sport, abbiamo notato una cosa, e ci pare significativa: il ciclismo è stato ultimamente soppiantato come disciplina aggiunta per i momenti di svago, le sfide con gli amici, le allegrie che fanno anche sudare.
Ci spieghiamo: una volta era normale o quasi, per quelli della Formula 1, farsi la loro brava gara di ciclismo in un intervallo del lavoro, approfittando della pista lì vicina, bella e comoda. Salivano in sella il grande pilota e l’oscuro meccanico, il giornalista pimpante e il dirigente austero. Si pedalava un poco, si rideva di più. Adesso si gioca la partita a calcio.

Un po’ tutti quelli degli sport che non sono il calcio giocano, appena è il tempo del divertimento, la loro brava partita a calcio. Nessuno pedala. Non solo: anche i ciclisti, o in senso lato quelli del ciclismo, quando al Giro o al Tour è giorno di riposo fanno la loro partita a calcio.

Sembra quasi che se non si passa attraverso il calcio non ci si diverte, o non si paga un astuto tributo che in cambio dà una specie di patentino di appartenenza sia pure indiretta ad un certo mondo. Anche i tennisti giocano a calcio: ma siccome anche i calciatori giocano a tennis (e sempre più a golf) c’è almeno qui una sorta di ricambio.
A noi questa faccenda procura una piccola inquietudine. Non abbiamo niente contro il calcio dei ciclisti, dei tennisti, degli automobilisti e dei motociclisti, ma siamo preoccupati di fronte a quello che appare come una sorta di obolo. Così come ci preoccupano le escursioni orali nel calcio che fanno tutti, ma proprio tutti, quando hanno bisogno di palesare un loro interesse speciale, di speziare la conversazione. Siamo già in pieno regime calcistico, e naturalmente non vogliamo accorgercene. Poi si arriverà alla dittatura, e ce ne accorgeremo ancora di meno. E il bello (nel senso di brutto) è che non c’è niente da fare. Se non far sapere che sappiamo, che ci siamo accorti di tutto. Far sapere che sappiamo. A pensarci bene, una delle ultime forme di libertà.


Una volta il ciclismo coltivava, ricambiato, una sorta di gemellaggio con lo sci di fondo, ed anche un po’ con quello alpino. Si era deciso che le due specialità potevano farsi del bene a vicenda, nel senso di fare del bene a chi le praticava, al ciclista se praticava lo sci, allo sciatore se praticava la bicicletta. Si parlava con la stessa convinzione di incremento dei riflessi e dei polpacci.
Non se ne parla quasi più e il sospetto è che il ciclismo non abbia più bisogno dello sci, lo sci del ciclismo, che nessuno sport abbia più bisogno di un altro sport.
E che tutti gli sport abbiano bisogno del doping.


Ma come ha fatto il ciclismo a non passare attraverso gli integratori, che fra l’altro rappresentano spesso un ottimo alibi tipo «ho preso quella cosa lì senza sapere che conteneva anche quella cosa là»?
In fondo, se c’era uno sport che ne aveva bisogno questo era proprio il nostro beneamatissimo ciclismo. Invece niente, nel mondo della bicicletta quando si è parlato di interventi chimici subito si è parlato di eccitanti, di simpamine e simili, per poi passare agli ormoni, all’epo e ad altre cosacce complicate.

Intanto il calcio giocava al gioco di far credere che soltanto gli integratori erano nel menù dei suoi atleti, e tutti ci credevano.
Bisognerebbe poter ripartire, bisognerebbe poter rifare tutto. Invece il ciclismo sembra un ciclista che parte prima, parte avanti sapendo già che sarà squalificato.

Ogni tanto, magari su qualche televisione privata, si può acchiappare Ladri di biciclette e vivere il film come spaccato di un’Italia, come impreziosimento massimo della funzione del velocipede, come saggio di neorealismo... Bisognerebbe che la bicicletta avesse adesso un altro capolavoro cinematografico, a rappresentarla nella sua evoluzione anche sociale e intanto a dotarla di un senso di eternità, di immanenza nelle nostre cose quotidiane. Un film che partisse magari dalla bicicletta che sta nel portabagagli di un’auto, ridotto a negletto strumento ludico, e che però, per una emergenza, diventa importantissima, vitale.

Ci vorrebbe un soggettista, uno sceneggiatore. un regista: tutti di primissimo ordine, tutti speciali. Dal tempo del film di De Sica, la bicicletta è stata posta e alzata sul mondo, come la alzava idealmente il povero derubato, l’attore Lamberto Maggiorani, soltanto da un extraterrestre, E.T., e dai suoi amichetti americani (ricordate il finale del film?).

Gian Paolo Ormezzano, torinese, editorialista de “La Stampa”
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