Scripta manent

Amore e ciclismo, da Coppi a Tadej

di Gian Paolo Porreca

Caro Tadej, ti scrivo - con delega a chi firmerà questa lettera - dall’alto dei cieli, lì dove in­dosso per indulgenza una mantellina incredibilmente eterea, ma buona per tutta le stagioni in senso lato, una indenne livrea celeste, un azzurrino più celeste più azzurrino ancora di quello della mia Bianchi in vita. Da lì, oltre le stelle e i pianeti, dove al fianco semmai di Gino Bartali il “pio”, scontata qualche tornata di penitenza dolente in specie io - mi presento, sono Fausto Cop­pi, il “campionissimo”, come di­cevano di me per le terre a pe­dali - ho licenza di ammirare, e in cielo i ciclisti sono rispettati come angeli, grazie ad un etere sottinteso, le corse che tuttora sono prodighe di emozioni, giu’ o sotto da voi. E allora, caro Ta­dej, voglio a te rivolgere il batticuore e l’intima riflessione - si suggeriscono ancora batticuori e intime riflessioni ai vostri livelli, o non si usa più? - che mi ha animato, puro spirito, vedendo il trionfo tuo al quinto Giro di Lombardia, sui cinque soli da te disputati. 5 Lombardia vinti da te consecutivamente, e al mio la­to Bartali, toscano franco e autentico anche in excelsis, a chiedermi allora cosa io provassi di fronte ad un mio primato, quello stabilito dal 1946 al ’49, dei 4 Lombardia consecutivi vinti, che vedevo così irrimediabilmente infranto. Intuiva lui, quello che provavo io, una lacrima sul viso anche degli immortali, un sottile dispiacere che così in alto pure non si potrebbe consentire, dove è fuori luo­go la vanità.

Ma qui entra in questione, caro Tadej, il di­rit­to ineffabile, l’unico consentito nell’empireo, che è quello dell’amore, quello che muove il sole e le altre stelle, e che nella tua immagine di vincitore oltre me io intendevo. Ve­de­vo, ecco, in te a Bergamo il sorriso radioso dell’amore senza soluzione di continuità, rappresentato in terra da quella donna quella ragazza bionda di nome Urska, certo ciclista anch’ella, che ad ogni traguardo è lì a do­narti abbraccio e bacio e dedizione bionda e celeste. In ma­nie­ra fragorosa, anche se qui im­pera la voce del silenzio, ve­devo l’amore al comando ap­pun­to senza soluzione di continuità. Mondiali, Europei, Giro e Tour, classiche per diadema, e l’amore indissolubile e fedele, quello che qui dove siamo comprendiamo da titolari come metafisico, a fondere i due cuori in uno, mai a metà. 

Vedi, questo è il motivo per cui a te rivolgo in trasparenza questa confidenza, pensando a quando nei remoti anni ’50 - certo quanto quanto tempo è passato dall’ eternità, nessuno era nato - sulle pagine di stampa si era clamorosamente palesata la ufficialità pubblica del mio  privato… Pen­so a Saint Moritz e al Mon­dia­le di Lugano del ’53, ai Giri di Campania del ’54 e del ’55, vittorie palpitanti della mia se­conda stagione dell’amore, quello turbato da tanto dolore  in me e fuori di me, quello per la Giulia, quello che rimuoveva, spento il primo vissuto - con la Seconda Guerra Mondiale turbinosa e devastante intorno e dentro - per la Bruna.
Vedi, dopo i miei quattro Lom­bar­dia vinti consecutivamente, dal 1946 al ’49, ne avrei saputo pure vincere un quinto, giusto nel ‘54, appaiato anche qui nel totale da te, Tadej. Ma in me si era di già, nelle stagioni dopo il ’48, incrinata quella coscienza e quella melodia eburnea e cristallina, l’amore non univoco si era trasformato, per un’altra conoscenza sincopata, ansia e timore, crepacuore e nostalgia, nell’amore in fuga clandestino, quel sentimento latitante che da sistoli ed extrasistoli.

Quanta luce raggiante in te, Tadej, l’amore senza equivoco, la sinfonia, l’em­pireo, beata donna beato uomo, beata Madonna. Al Cam­pania, ad esempio, vincevo e mi applaudivano folle immense, c’erano Palumbo Cassero Scan­do­ne Compagnone, non li in­crocio spesso, che carezzavano di mistero le mie fughe con la Giulia in Costiera... Ma dove era ancora più, l’amore distante dalla tribolazione, l’amore a cielo spalancato, quell’amore che non arreca dolore ad altri, sen­za nuvole ad alcuno... Caro Tadej, e qui mi fermo, “quanto la fai lunga, Fausto” mi rimbrotta burbero Gino, “chi vuoi che riparli ancora di noi, loro sono anime in pena, noi anime in pace”, ma mi fermo qui, non c’è  retorica nella confidenza, su un finale dove tu davvero non arriverai per fortuna tua e dell’amore prodigioso, a quelle mie lacrime del Lombardia del 1956, quando arrivai secondo al Vi­go­relli battuto di un nulla da Dedé Darrigade. Piansi a dirotto, c’è un audio che avete giù da voi, Mario Ferretti, diceva che quelle lacrime avevano spento per sempre i miei eterni 20 anni. Era così, mi raggiunsero e batterono in tanti colleghi di corsa quel giorno, lo scrissero, per un dispetto nei loro riguardi - un gesto di scherno dall’auto - fatto dall’amante Giulia che seguiva la corsa... Mi ripresero quasi per ripicca, ero in fuga da solo, an­co­ra davanti al Velodromo, Fio­renzo Magni per capopopolo, li elencano i nomi giù da voi. Io qui solo ricordo, ero al congedo della carriera, 35 anni, l’amarezza struggente della ultima vittoria mancata, nelle corse e nella vita. Tadej, ma non nel dolore a un Lombardia, tu mi supererai su ogni traguardo ancora e sempre - non chiamatemi oltre - perché la virtù dell’amore sacro è il suo infinito premio, “nessun maggior dolore che ricordarsi del tempo felice ne la miseria”. E nel platonico ciclismo, scuola di religione, oltre ogni umano ragionevole dubbio, ancora e per sempre più.
Fausto Coppi 

PS. Scusami anche la lunghezza, sai, ma qui di tempo ce ne è. Fuori e dentro di me.

(delega a Gian Paolo Porreca)

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