Editoriale

di Pier Augusto Stagi

UN CALCIO AI PREGIUDIZI. Un pubblico di 16 milioni su Bbc e Itv e quasi altrettanti online. Un boom assoluto per il titolo europeo di football vinto dalle ragazze inglesi per la seconda volta consecutiva. Hanno visto e hanno festeggiato gli inglesi, come se avessero vinto con gli uomini, cosa per altro che non avviene da una vita, dal 1966. Sono scesi in strada per le Leonesse Campionesse d’Europa: in 65.000 hanno festeggiato lungo il Mall dove le ragazze sono sfilate. Un successo per la squadra, per un Paese dove il beautiful game degli uomini fatica a vincere. La partita con la Spagna è stato l'evento tv di maggior successo di tutto il 2025. Le squadre femminili giocano in stadi veri: l'Arsenal, che quest'anno si è assicurata la Champions, gioca all'Emirates, con i suoi 60.000 posti. Festa regale e reale, non una finzione, non un modo di dire, non un esercizio retorico su quanto è bello il calcio femminile e poi in sostanza interessa poco più di zero. No, in Inghilterra è tutto vero, come del resto in Olanda e in quasi tutti i Paese nordici da anni, così come in Spagna e in Francia, meno che da noi. Chiaro, noi siamo meglio, i provinciali e gli sfigati sono loro, che non capiscono una mazza. Epppoi a noi che ci frega dello sport coniugato al femminile: il calcio, il ciclismo, il basket – meno la pallavolo perché lì c’è in fondo un motivo per seguirlo – è solo al maschile. Non ce l’ha ordinato il medico: ognuno sceglie quello che vuole. Chiaro che sì, però che peccato. Che peccato vedere la festa regale riservata alle regine d’Europa sull'autobus a due piani rosso che da Trafalgar Square ha raggiunto anche Buckingham Palace, fermandosi sotto il balcone del saluto dei reali. Che invidia sapere che hanno 310 mila ragazze che giocano al pallone e 2,7 milioni sono perlomeno iscritte ad una società calcistica quando nel 2021 erano meno della metà. Sarina Wiegman, la Ct olandese che di europei ne ha vinti tre (uno con i Paesi Bassi, due con l’Inghilterra) ha avuto un incontro virtuale con il premier Starmer, per chiedere maggiori stanziamenti per lo sport femminile. Il pubblico c’è, l’interesse anche, i risultati sono sotto gli occhi di tutti. Il governo ha annunciato la nascita di una task force che coordini finanziamenti, ricercatori e federazioni per replicare, nei prossimi dieci anni, la crescita non solo del calcio femminile, ma di tutto lo sport. Non vedo altrettanto da noi: non vedo né pullman in giro per le città e neanche gente acclamante. Direte: bella scoperta, non abbiamo vinto. Solo al pensiero, temo la controprova. 
CONTROMANO. Siamo sicuri che ci interessi la sicurezza? Spero di sì, credo di sì, mi auguro che arrivi anche dall’Uci un segno concreto, una svolta culturale e che finisca quanto prima questo stucchevole minuetto “radio si, radio no” che ci ha oltremodo stufato. Mi sembra ormai evidente che le radioline non siano strumento di disturbo, ma di aiuto per la sicurezza su strade sempre più complicate e pericolose, non certo e non solo per l’asfalto più o meno buono, ma perché oggi dall’Italia alla Francia, dal Belgio a dove volete voi, le strade per i corridori sono diventate autentici percorsi di guerra, con rotonde e restringimenti, occhi di gatto, dossi e dissuasori di velocità che le rendono simili a campi minati.
Quante volte ci siamo domandati: come sono potuti cadere lì? Poi si va a verificare e ci si accorge che c’erano due dissuasori di velocità che i corridori non si aspettavano e che li hanno disarcionati dalle loro biciclette. Se avessero avuto le radioline al Giro della Valle d’Aosta, nonostante gli organizzatori avessero dato informazioni preventive al mattino, forse, dico forse, il povero Samuele Privitera avrebbe raccontato l’ennesima caduta di corsa con un sorriso sulle labbra.
Invece siamo qui a piangere lacrime amare e l’idea della Federciclismo e del suo Consiglio federale, che dal 1° giugno ha autorizzato l’utilizzo delle radio nelle gare fin dalla categoria juniores sia in corse regionali che nazionali è un passo secondo me importante. Ora ci sarà chi sobbalzerà sulla sedia e mi darà del venduto al potere e io non farò nulla per cambiare la vostra idea, ben consapevole che questa è missione impossibile. Più facile è forse contrastare e limitare i danni nel nostro sport con azioni concrete. Questo provvedimento va in questa direzione, così come le parole del presidente Cordiano Dagnoni: «Credo che a livello generale dobbiamo utilizzare la tecnologia a disposizione quando questa permette di aumentare la sicurezza dei nostri ciclisti». Banale? Per la cronaca l’Uci è andata nella direzione opposta: e contromano è pericoloso.

HA BATTUTO TADEJ. Attacca troppo. È eccessivamente ingordo. È famelico. È egoista. Non ce la racconta giusta. Questa una serie di commenti che ha accompagnato e accompagnano Tadej Pogacar. Per poi, al primo cedimento, al primo colpo di tosse, al primo starnuto e colpo al ginocchio (un versamento negli ultimi cinque giorni per una botta sul manubrio), ecco che il Taddeo umano non piace più. È nervoso. È ombroso. È indisponente. È insofferente. È ragioniere. È troppo calcolatore. Questi i commenti di un’altrettanta minoranza: se Dio vuole. È stato un Tour duro, molto duro, pedalato ad una velocità folle e Tadej l’ha vinto correndo un po’ più alla Vingegaard, mentre il danese ha scelto sin dalla prima tappa di correre più alla Tadej. Lo sloveno più compassato: reattivo, ma meno esuberante. Fateci caso, quest’anno non si è mai buttato in mezzo ai velocisti per provare a fare una volata. Il danese, in compenso, ha corso sempre sulla ruota del campione del mondo provando a mettergli pressione con qualche scatto qua e là. Il risultato è stato evidente: si è stancato tanto tantissimo Pogacar, ma in riserva ci è sempre solo andato il danese. Taddeo è arrivato stanchino, Jonas sfinito. Se proprio vogliamo, la differenza la si è vista a Parigi: il battuto se l’è presa comoda ed è arrivato a quattro minuti; Tadej, invece, si è battuto fino alla fine, solo per lo spettacolo. Solo per sentire Wout Van Aert dire a Jonas: «Hai visto, io posso dire di aver battuto Pogacar, tu no». Sipario.

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