Rapporti&Relazioni
Il Duemila e il culto delle memorie
di Gian Paolo Ormezzano

Di recente sono stato a cena con un gruppo di calciomani, e mi hanno messo accanto ad un giocatore straniero molto noto, impegnato in Italia presso una squadra celebre, nazionale fisso nella rappresentativa del suo paese, che è di buone tradizioni calcistiche e di grandi tradizioni ciclistiche. Con questo calciatore ho discusso, usando io la sua lingua, che conosco molto bene, ma usando entrambi anche il suo già buon italiano, di sport e di campioni assortiti. Ad un certo punto ho fatto l’elenco dei ciclisti celebri degli anni Cinquanta, quelli della mia nascita al giornalismo, e ovviamente sono partito da quelli del suo paese. Lui ad ogni nome assentiva, oppure diceva alla francese «ullallà» per significare che si trattava di un grande. Ad un certo punto volle andare avanti nella lista e mi disse che c’era pure, sul livello di quei francesi e anche meglio, un grande italiano, ma che non riusciva a ricordarne il nome. Mi sembrava pazzesco dire Coppi, pensare che il suo oblio coinvolgesse il nostro campionissimo, però in difetto di altri nomi ricordabili provai lo stesso, chiedendo mentalmente scusa a Fausto buonanima e aspettandomi che lui mi dicesse che fare il nome di Coppi era banale, lui stava pensando a qualche altro. Invece mi fece ripetere Coppi, cioè Copì, due volte e poi pensieroso mi disse che sì, doveva trattarsi proprio di questo «macomesichiama?».
Devo precisare che il calciatore in questione è un personaggio a tutto tondo, ricco di esperienze, molto ma molto civile, pronto a discutere di temi anche vasti, anche sottili del vivere quotidiano, dell’attualità mondiale. Preciso che il nome di Coppi è stato famosissimo, amatissimo nel suo paese. La sua ignoranza, peraltro condita di scuse e sorrisi, mi ha portato a chiedermi quanto tempo ci vorrà ancora, in Italia, perché sia un italiano, e sportivo militante, a non ricordare Coppi, a chiedersi il nome di quel tipo che pure è stato importante.
Fra quattro anni scarsi scoccano i quaranta dalla morte, penso che sino al 2 gennaio 2000 Coppi «terrà». Con il rischio però che la celebrazione legata alla cifra tonda sparisca in quelle per il nuovo millennio, visto che per festeggiarlo mica si aspetterà, come pure vorrebbe la logica, il 1° gennaio del 2001. E la domanda sin d’ora è: Coppi «terrà» sino al 2 gennaio 2010, quando scoccherà il mezzo secolo dalla sua scomparsa? Perché soltanto se «terrà» ci saranno celebrazioni rinfrescanti.
Stabilire, o cercar di stabilire, la durata mnemonica di un mito, in genere decidendo che sarà lunghissima, è un lifting anagrafico che ci facciamo. Optando per una sua lunga sopravvivenza, regaliamo a noi stessi del tempo valido: specie se a quel mito abbiamo agganciato un bel po’ della nostra vita, per fluire su di esso di grossi sentimenti, o addirittura il «giornalista sportivo» per ragioni di lavoro. Accorgerci che il mito è al tramonto, almeno come memoria viva presso la gente, e decidere che siamo al tramonto anche noi è fisiologico, automatico, inevitabile. Quel calciatore mi ha invecchiato di brutto. Lui non lo saprà mai, io lo saprò sempre. E per sempre.

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Il problema del culto delle memorie, senza però evitare che diventino zavorra, è di tutto lo sport, ma forse del ciclismo in maniera particolare. Sia per alta qualità delle memorie stesse che per loro forte datazione, il ciclismo è sport molto ma molto museale. Le imprese hanno collocazione storica sempre precisa e in un certo modo fossilizzante. C’è di mezzo sovente non solo l’impresa di per se stessa, ma anche - e importantissima - la sua collocazione geografica, che in altri sport ha scarsa importanza, o che addirittura tende a essere ignorata: un primato di atletica e di nuoto, ad esempio, tanto più è valido quanto meno risente di condizionamento o comunque di collocazione ambientale, come se fosse stato realizzato in uno stadio o in una piscina che si chiama mondo.
Nel ciclismo contano nella mitica-mistica dell’impresa il corridore protagonista, i battuti, il clima, il tipo di strada, la gente ai bordi, la gente all’arrivo, i contorni ed i dintorni... talora sono addirittura gli ambienti, naturali o artificiali, a «fare» l’impresa, a renderla grande, a vivificarla, a rassodarla, a permetterne la precisa fruttifera consegna al ricordo.
Proprio per questo scoprire che può esistere, nel mondo anzi nel gran mondo dello sport, un bipede interessato, coinvolto, che sa del ciclismo, sa anche di ciclismo, eppure si deve far ricordare Fausto Coppi, perché nome e cognome gli son sfuggiti di mente, fa male. Ma bisogna anche affrontare la cosa, la cosaccia con realismo. Sino all’altro giorno abbiamo tenuto discorsi di coppismo fine a se stesso, assoluto. Adesso non sarebbe male fare corsi di coppismo comparato...

Gian Paolo Ormezzano, 60 anni, torinese-torinista, articolista de
“La Stampa”
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