Rapporti&Relazioni
Riflessioni in muntan baich
di Gian Paolo Ormezzano

La diffusione della mountain bike in Italia a suon di successi, e non solo firmati da Paola Pezzo, ci porta ad alcune considerazioni, che elenchiamo nell’ordine in cui ci vengono in mente, lasciando ad ognuno ogni decisione sulla loro graduatoria di eventuale importanza.
4 Ormai tutti ma proprio tutti, a parte alcuni inglesisti accaniti, pronunciano dalle nostre parti muntan baich, alla faccia della pronuncia ortodossa che dovrebbe essere mauntein baich. Fra poco, per la forza dell’Italia nell’agone sportivo mondiale, pronunceranno muntan baich anche negli Stati Uniti, anche nella California dove l’oggetto sportivo è stato inventato un quarto di secolo fa. Magari i raffinati diranno, per fare gli italiani, rampichino, anzi rampicaino.
4 Una volta o l’altra bisognerà prendere in esame la strepitosa operazione industrialcommerciale eseguita con il velocipede in questione: perché si è presa una bicicletta classica, la si è spogliata di tutti gli accessori (copricatena, campanello, reticella copriruote, portapacchi, parafanghi, fanaleria eccetera), riducendone il costo ed aumentandone il prezzo, e si è dato il via a colossali vendite.
4 Una volta o l’altra bisognerà capire se la mountain bike ecologicamente è una cosa buona o una bestemmia. Vero che porta ai posti di campagna e di montagna gente che non procede su rumorosi puzzolenti veicoli a motore, ma vero che porta a questi posti gente che mai si sarebbe sognata di andarci, e che adesso li distrugge almeno un pochettino.
4 Presto bisognerà indagare il come mai la pratica della mountain bike non ha avvicinato il popolo nordamericano, che pure ad essa è dedito, alla comprensione, alla raccolta e all’uso culinario dei funghi. Perché da quelle parti i funghi porcini crescono a tonnellate e sono ignorati, non essendo contemplati da nessuna ricetta culinaria davvero popolare (contemporaneamente bisognerà indagare sulla fine dei nostri funghi, dopo che i praticanti nostrani della mountain bike li avranno spazzati via tutti dai nostri boschi).
4 Una volta o l’altra bisognerà pure cominciare a indagare, indagando l’origine del campione classico, sulle sue possibili origini legate alla mountain bike, mentre adesso si fa ancora il contrario: io pratico la mountain bike perché ad essa sono arrivato partendo dal ciclismo tradizionale.
4 Un’attenta rilletura della Olimpiade di Atlanta dovrà quantificare l’importanza della scollatura «da gran caldo» inventatasi addosso da Paola Pezzo nella gara di quei Giochi: senza quello zip avremmo avuto meno zapping televisivo, e questo sport sarebbe fermo, o avrebbe fatto registrare miglioramenti quantitativi minimi.
4 L’Accademia della Crusca dovrà stabilire e spiegare perché mentre i francesi hanno subito inventato per la cosa la sigla vtt, vélo tout terrain, noi non abbiamo trovato una valida dizione italiana.
4 Un computer dovrà ricreare una sfida tra Coppi e Bartali sulla mounatin bike: lo si è fatto nella boxe, fra campioni del passato e di adesso, non si vede perché, farcendo di dati la macchina signora e padrona delle nostre vite, non ci si debba privare del piacere anche nel ciclismo. E potremmo andare avanti. Credevate - oh marrani - che appassionarvi alla mountain bike significasse soltanto scrutare l’eventuale tetta scoperta di Paola Pezzo? Domanda da tavole rotonde, dibattiti, persino serate monotematiche da Maurizio Costanzo.

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La Valle d’Aosta assegna ogni anno un suo premio intitolato a Maurice Garin, lo spazzacamino che dal comune di Arvier partì per la Francia in cerca di lavoro, si fece francese e ciclista, vinse nel 1903 il primo Tour de France, finendo squalificato nel secondo per intemperanze misteriose. Il premio è un lingotto d’oro di un chilo (lo si prende in mano sapendo cosa vale, oltre venti milioni, e lo si avverte pesante come almeno dieci chili di metallo vile: provare per credere), va o dovrebbe andare a chi meglio ha interpretato - meglio si capisce se proprio al Tour de France - lo spirito di Garin, con un tanto di avventura, un tanto di sacrificio, un tanto di nemo propheta in patria, eccetera. In tre edizioni sono stati premiati Pantani, Indurain e Virenque, scelte che diremmo ineccepibili. Ma chi premiare, all’alba del 1998, per il 1997? Pantani ha rifatto, al Tour, il Pantani, ma è già stato insignito della commedia «garinesca». Virenque si è meritato quest’anno eccome il premio concessogli, prima del Tour 1997, un po’ sulla fiducia. A chi potrebbe toccare? Si lancia un nome, quello di Cipollini. Garin era piccolo e nero, anche per via della fuliggine dei camini, lui è alto e biondo. Garin era un fachiro persino un po’ incazzoso, lui è un playboy che si arrabbia soltanto nelle volate... Però Cipollini va al Tour con un po’ dell’esprit-Garin. Per avventura, e pazienza se da avventuriero, da corsaro, da pirata. Va per arraffare tappe e celebrità e denaro, come Garin. Ci resta il giusto per la coltivazione del suo personaggio: a suo modo è esploratore, è coraggioso (nel senso che non teme critiche). Certe sue volate sono condotte con temerarietà alla Garin, certi suoi regolamenti di conti allo sprint possono ricordare quelli di Garin negli anfratti della corsa. Pensateci, se volete. Da Arvier comunque ci informeranno a tempo, in italiano e in francese.

Gian Paolo Ormezzano, 61 anni, torinese-torinista,
articolista di “Tuttosport”
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