Scripta manent
Lance e la luna

di Gian Paolo Porreca

Caro Lance,
chissà se l’avrai vista an­che tu, la luna, stasera, tu dopo l’arrivo sul Tour­ma­let, come l’ho vista io, sul mare della mia città.
Chissà se l’avrai vista an­che tu, a tre giorni dalla fi­ne del tuo ULTIMO Tour, e avrai sillabato ad alta vo­ce davanti a lei e al suo specchio quella fra­se che avevi appena pronunciato il giorno prima, in una intervista alla pre­senza del presidente Sar­kozy: «I wish I was younger...», «vorrei essere più giovane...».

Caro Lance, oggi che sei sul traguardo della avventura fi­nale della tua vicenda agonistica, lo sguardo ai 39 anni di settembre così vicini, segno della Ver­gi­ne, oggi che vai via con so­bria dolcezza da questa edificante terza stagione della tua vita ciclistica e “umana”, ti siamo grati di tutto una volta ancora di più. Anche per quella fra­se, tua e nostra. Non sei tornato due anni fa da Maciste, no, sei tornato senza strafare da uo­mo vero prima che da atleta allenato, tanto meno forte di Contador, al Tour, lon­tano anche da Men­chov e Di Lu­ca, al Giro... Sei tor­nato, il braccialetto Live­strong da esaltare e una passione viva da carezzare ancora. E vai via, in una classifica ge­nerale che ti vedrà confinato al Tour 2010 dignitosamente stretto fra Moreau e Wig­gins, ventesimo o giù di lì, ancor più come uno di noi, uno tra tanti.
«I wish I was younger...», «vorrei essere più giovane...» Quanta umanità, quanta emozione in questa frase che condividiamo, a cuore battente.

Lance, noi ti siamo stati - tu non lo sai, o forse lo hai in­tuito quel giorno di fine maggio al Giro 2009 in cui sul lungomare della mia città, Napoli, mi firmasti, guardandomi negli occhi, una copia del tuo Non solo ciclismo - vicini e complici; e tu lo sei stato per noi, all’ennesima po­ten­za, nei lunghi anni di una malattia comune. E del tuo primo ritorno. La tua malattia iniziò, nel ’96, giusto quando iniziò la ma­lattia di mia moglie, de­vi sapere. E la tua guarigione, o meglio quella “speranza di essere gua­rito”, propria di ogni pa­ziente che abbia do­vuto affrontare il cancro e che vincitore proprio non si sentirà mai, è stata pa­ral­lela alla storia clinica ap­punto di mia moglie.

Sulle tue sette vit­to­rie al Tour, cla­mo­rose, dal ’99 a se­guire, come non ne esisteranno in sequenza eguali, io e lei, meglio, LEI ed io, co­struimmo una certezza di riscatto fisico e umano. Gra­zie, Lance. Per aver ac­ceso, con il tramite di una bici coniugata all’af­fet­to, quella sensazione im­pagabile di ri­torno alla luce. Dopo l’oscurità, do­po le gallerie buie. Grazie, Lance.

E grazie oggi, e una stretta di mano for­te, per una amicizia non roboante da Far West, come sarebbe piaciuta all’Armstrong guascone del ’93, ma virile da Hemingway, come è tanto giusto oggi, per questa ul­tima frase, credimi: «I wish I was younger...», «vorrei essere più gio­va­ne...».
Già, come dicessi, gli oc­chi umidi, davanti alla lu­na sul Tourmalet o sul ma­re, la voce bassa, «non sono più un ragazzo», a quel cucciolo di donna che ti aspetta per ab­brac­ciarti. Gli occhi umidi. A corsa ormai finita.

Gian Paolo Porreca,
napoletano,
docente universitario
di chirurgia cardio-vascolare,
editorialista de “Il Mattino”
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