Longo Borghini, guerriera azurra

di Giorgia Monguzzi

Uuna guerriera che sfida un esercito, una campionessa che lotta contro un colosso. Elisa Longo Borghini è co­sì, l’unica atleta che in questa stagione pazza in cui le emozioni si concentrano come in un frullatore riesce a  incrinare, contrastare, impensierire il dominio delle campionesse olandesi. All’Europeo c’era Elisa, al Giro Rosa c’era Elisa, al mondiale sempre Elisa. La piemontese della Trek Segafredo sta vivendo un’annata davvero eccellente, lotta e combatte su tutti i traguardi e finora si è portata a casa due medaglie, una maglia rosa e la prima tappa in carriera al Giro.

PRIMA IL GIRO. Sono state tante le emozioni che ci ha regalato il Giro Rosa 2020 e anche noi italiani abbiamo avuto la nostra fetta di gloria. La prima ma­glia rosa è stata proprio quella di Elisa Longo Borghini che si presentava al via con una forma tutta da scoprire. Per la piemontese è stato un Giro corso all’attacco, alla ricerca sfrenata della vittoria tentando di tenere testa alle avversarie olandesi. Il sigillo è arrivato nella penultima tappa, al termine di una frazione incredibile a cui si è aggiunto uno splendido terzo posto nella classifica finale.
Com’è stato il tuo Giro Rosa?
«È stato come affrontare le montagne rus­se: sono an­da­ta prima su, poi giù e all’improvviso di nuovo su, le emozioni non sono mai mancate. Alla fine è stata una corsa rosa veramente bella che mi ha regalato grandi emozioni, anche in negativo. Sono partita nella prima tap­pa con una maglia rosa stupenda, ma già il giorno dopo sullo sterrato ho do­vuto soffrire. È sta­ta la giornata più difficile in assoluto, ho patito molto il caldo e in più ci sono stati dei problemi meccanici, ho perso diversi minuti. Credevo che il mio Giro fosse finito lì, ma per fortuna ho saputo reinventarmi e sono stata premiata».
Ti saresti aspettata un risultato del genere?
«Devo ammettere che sin dalla partenza la condizione era buona, i numeri e le sensazioni me lo confermavano, ma ad essere onesta non mi sarei mai aspet­tata questo genere di risultato. Mettere la maglia rosa è qualcosa che sognavo sin da bambina, ma mai e poi mai avrei pensato di farcela sul serio; è stato solo per un giorno ma è stato pazzesco. Ho sentito varie storie sulla ma­glia, ma non sapevo che sarebbe stato così magico, mi ha dato una forza che non sapevo di avere. È stato un Giro bellissimo, non mi aspettavo di andare così forte e nemmeno di essere così motivata nella ricerca della vittoria: di solito il Giro Rosa è una corsa molto stressante, richiede molto impegno so­prattutto a livello nervoso, ma è stata l’edizione che ho vissuto meglio».
Qual è stato il tuo segreto?
«Penso che la squadra sia stata il fattore più importante. Con lo staff e con le mie compagne abbiamo costruito un ambiente magico che ci ha fatto stare veramente bene, alla fine ha portato dei grandi risultati. Siamo colleghe ma an­che una specie di famiglia, non è solo un’immagine di facciata ma ci vo­gliamo proprio bene e siamo pronte a sostenerci in ogni momento. Se quest’anno sono arrivata a questo punto, è soprattutto merito loro: infatti se ci fosse la possibilità di allargare il mio terzo gradino del podio sicuramente farei spazio anche a tutto il team».
Quest’anno hai dimostrato che forse, dopo tutto, le olandesi si possono battere…
«Le olandesi sono delle avversarie to­stis­sime, ma penso che spesso noi sia­mo svantaggiate dal fatto che abbiamo un po’ paura di loro, già all’inizio diciamo che dovremo difenderci dai loro attacchi e così partiamo sulla difensiva. Sono dell’idea che sia la corsa a parlare, non tutto quello che c’è prima: certe vol­te dovremmo provare a mettere da parte tutto questo e a pensare solo a noi stesse, a combattere con tutte le armi in nostro possesso. Poi se vincono loto va bene così, sono state più forti, ma mai partire con preconcetti. Quest’anno sa­pevamo che Anna Van Der Breggen e Annemiek Van Vleuten erano le due avversarie da battere, ma non ci siamo mai arrese in partenza, abbiamo lottato fino alla fine».
Van Vleuten sfortunatamente è caduta, in gruppo c’è stato un po’ di disorientamento poi tu, con la tua vittoria, hai regalato un grande spettacolo davanti ad un grande pubblico.
«La vittoria a San Marco la Catola è sta­ta veramente incredibile, mi sentivo in una forma super e appena Anna Van Der Breggen è andata via in salita io l’ho seguita. Riuscire a raggiungere una vittoria che avevo inseguito da tanto tempo è stato un sogno bellissimo. Sull’arrivo ho sentito un boato incredibile, ai lati della strada c’era un tifo da stadio. In tutte le tappe di questo Giro il calore del pubblico è stato incredibile e, anche se le norme anticovid imponevano le distanze, era come averli tutti con me. La cosa mi ha stupito di più è stato il Sud Italia, sinceramente non sapevo che così tante persone mi potessero conoscere, invece mi hanno regalato tantissimo supporto e sostegno. Sentire urlare il mio nome è stata una spinta in più, mi sento di ringraziare tutti coloro che hanno regalato un po’ del loro tempo per venire a so­stenermi: è stato veramente bello».
Vista l’emergenza sanitaria, con le tue vittorie hai dato una speranza a tutti…
«Sono dell’idea che lo sport sia fatto per creare delle emozioni e distrarre dai problemi della vita. Purtroppo noi sportivi non possiamo fare molto, durante la pandemia - mentre tanti erano impegnati a salvare vite, a consegnare viveri e a far funzionare l’Italia - noi eravamo in casa ad aspettare. I miei nonni durante le guerre sono an­dati a combattere, mentre a noi è stato chiesto di combattere dal divano. Du­rante il lockdown mi sono ripromessa di allenarmi al massimo per cercare, una volta finito, di fare la mia parte, di ricompensare tutti con un po’ di emozioni. È stata la speranza che mi ha fatto andare avanti e sono contenta di aver dato tutta me stessa e di esserci riuscita».
POI IL MONDIALE. Un grazie a tutte le sue ragazze e quella medaglia al collo che ha un sapore tutto speciale perché da ad Elisa Longo Borghini  certezze per il futuro, per essere lei, un domani, ad avere la meglio sulle imbattibili olandesi.
«Quando ho visto la Van der Breggen andare avanti, io ero con un quartetto e, non essendo una veloce, ho deciso di aspettare le mie compagne e fare la differenza in salita, sapendo che da sola con me sarebbe rimasta solo la Van Vleuten e così è stato. Ho fatto la volata più bella della mia vita ma Anne­miek è incredibile, è riuscita, con un polso rotto, a passare tra me e la transenna»
E ancora: «Sono molto felice, questo risultato mi dà speranza per il futuro. È un bronzo che vale tanto, perché sul podio davanti a me ci sono due campionesse incredibili, due autentiche do­minatrici delle corse femminili. Ma noi azzurre ab­biamo corso benissimo, con la consapevolezza che avremmo potuto raggiungere un obiettivo importante. E alla fine nessuna di noi ha avuto rimpianti».
Come è stato correre un mondiale in Ita­lia?
«È stato semplicemente unico. I romagnoli e tutti gli italiani che erano a bor­do strada, ci hanno incitato in modo meraviglioso, sembrava il tifo che si fa allo stadio. Voglio ringraziare il pubblico che è riuscito a manifestarci il suo affetto rimanendo distante. Han­no cap­ito il problema Covid e hanno rispettato la nostra sicurezza».
C’è una dedica particolare per questa medaglia?
«Naturalmente per la mia famiglia, perché mi sono stati tantissimo vicino. I miei genitori erano degli sportivi e quindi capiscono quanti sacrifici devo fare per raggiungere un obiettivo. Poi naturalmente ringrazio tutte le altre azzurre, che sono state bravissime, mi hanno aiutato tanto in corsa, abbiamo fatto un lavoro di squadra eccellente. Un ringraziamento speciale poi va a Paolo Slongo, il mio preparatore. Lui sa come prendermi ed è uno dei pochi che riesce a sopportarmi».
La Van Vleuten ha detto che le donne in Olanda sono più facilitate, rispetto ad altri Paesi, perché sono più libere e indipendenti nel potersi organizzare. Anche lei è di questa opinione?
«Sinceramente penso che anche le don­ne italiane siano libere di andare in bi­cicletta e organizzarsi e fare ciò che vo­gliono. Penso che in Italia il ciclismo femminile sia meno sentito rispetto a quello maschile, perché è più giovane come movimento. Ma stiamo crescendo e lo vediamo dal numero di tesserate che aumentano ogni anno. Quello che manca al ciclismo rosa è la visibilità mediatica e l’esposizione al pubblico».

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