Scripta manent
Il ciclismo come metafora della vita
di Gian Paolo Porreca

Per gentile concessione dell’editore Limina, pubblichiamo uno stralcio del contributo di Gian Paolo Porreca relativo al rapporto fra ciclismo e letteratura, tratto dal volume «Atti del Convegno Internazionale “Sport e letteratura”, Università del Lazio, Roma aprile 2001», a cura di Nicola Bottiglieri, in libreria dal 10 maggio.


Gli eroi non vanno in compagnia. Al massimo vanno in bicicletta. Due ruote, due pedali, due freni, un doppio plateaux. Al massimo si davano un cambio all’americana, come Bughahl-Renz, nelle Sei Giorni fumose dei velodromi d’inverno, gli eroi; o andavano in tandem. Prima che quest’ultimo diventasse il nome di un gelato.
E gli eroi del ciclismo erano troppo soli, perciò ne siamo diventati indivisibili amici: per rispecchiare, nelle loro solitudine, la nostra. Nelle lunghe estati di campagna, a Carano, poniamo, quando un procaccia di nome Michele ci portava con una settimana di ritardo Lo Sport Illustrato, il giornale che ci raccontava del Tour de France. Una settimana di ritardo, il tempo per correggere le storie e gli ordini di arrivo sui sentieri strappati agli olivi, su una biciclettina rossa, un giorni, e poi, più in là nell’infanzia, su una Bianchi “18” da bambino truccata da corsa, con tanto di rudimentale cambio sulla canna ed una borraccia di stagno ed il manubrio a corna. «Guarda che quel manubrio lì fa male alla schiena dei piccoli, a stare così piegati...».
Non sappiamo se più quel manubrio o più il malincuore dei giorni ci hanno ferito, ma di certo non chiedetelo ad una maglia gialla effimera - malchancheux - di nome Vermeulin o ad uno spagnolo di nome Manzaneque, Fernando non Jesus, se con noi - nel nostro cuore salgariano - hanno vissuto o no belle giornate di vita, in assoluta simbiosi. Con l’unico dolore comune, quello in noi e nel ciclismo sempre immanente, del tramonto. Del crepuscolo. Della strada che si svuota. Della fine. Gli eroi, anche Aiace Telamonio ed Idomeneo, andavano innanzi da soli. Pure Ettore, da solo, ridotto infatti ad ombra Deifobo, avrebbe incontrato Achille, fuori alle Porte Scee.

Soli, come i ciclisti, su una striscia sottilissima di gomma o di seta, chissà se lo avete provato anche voi, con l’incertezza estrema se sia la strada o noi ad andare. Soli, ad esempio, come quella volta, nella tappa di un Tour, quando l’olandese Karstens, per sfuggire al rango del plotone compatto, all’orrido di una vita scandita, se ne andò via - “inutilmente” - a dieci chilometri dall’arrivo, soltanto per arrivare secondo, perché il primo, lo spagnolo Viejo, era infatti già arrivato da venti e più minuti.
Secondo, appunto, ma almeno solo.
L’equilibrio della pedalata diventa per noi l’emblematico ortostatismo della vita: l’unico, perché se non pedali più, se non procedi di animo o di corpo, stramazzi al suolo. E se invece vai e vai e vai, di spalle e di buona volontà, mica obbligatoriamente di classe e di gran nome, puoi raggiungere anche le stelle. Come Jean Pierre Matignon, l’ultimo in classifica del Tour 1969, che se ne andò a vincere, lui, lui, e non Merckx e neppure Gimondi, la tappa tanto attesa del Puy de Dome. Già, primo, da solo, Matignon, sulla montagna del Signore, proprio in quei giorni trepidanti di luglio in cui il primo uomo metteva piede sulla Luna! E Matignon, su una bici affaticata, aveva capito che la Luna in fondo in fondo ciascuno di noi può trovarla pure quaggiù. Gli eroi sono soli, in assoluto come gli uomini, come un medico di fronte ad un malato e un fioraio dinanzi ad un tulipano che sboccia di colore. Come abbiamo un giorno lontano visto in Gilson, un lussemburghese biondo, piccino, trascurato da tutti all’arrivo di Fiuggi di una tappa del Giro, primo Tullio Rossi, un enfant du pays, romano, fra lo schiamazzo ebbro di parenti ed amici. E Gilson, terzo all’arrivo, dimenticato, ad osservare, nessuno che lo degnasse di uno sguardo. Ricordiamo che sentimmo il dovere di chiedergli un autografo, quel giorno del ’73, e se tanto altro - forse anche troppo poco - è andato smarrito dei nostri sentimenti, non è stato mai dimenticato il suo sorriso. La gratitudine di chi, straniero, riconosce nuovamente la grazia di un samaritano.

Eroi soli, di uno sport che non ammette il razzismo, non ammette l’offesa, ingualcibile come un panorama dell’infanzia, i ciclisti restano i compagni più fedeli delle nostre speranze. Anche negli occhi di Pantani, ad esempio, in un incontro tempo fa, nel suo cuore in inverno, abbiamo sorpreso questa sensazione nobile: essere, o tornare, degni delle nostre speranze. E delle proprie, innanzitutto.
Eroi soli, talora privi di luce, talora popolati di bruma, stanchi anche dei lunghi cognomi - Van der Flaas, Gomez del Moral, Gonzales de Galdeano - declinati con orgoglio, immaginateli sempre con la mano rivolta verso di voi. Sarà un saluto, sarà un cenno di intesa al gregario devoto, sarà il desiderio di un sorso d’acqua fresco di fronte. Sarà pure, ma sì, un garbato invito a soffiare dietro di loro. Perché, come i palloncini dei bambini, quelli che ci sono ancora, in questo tempo - in questo cattivo tempo - che ci accompagna, i loro nomi volino più in alto. Sia pure nei cieli.

Gian Paolo Porreca, napoletano, docente universitario di chirurgia cardio-vascolare, editorialista de “Il Mattino”
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