La prima volta di Matteo Jorgenson

di Carlo Malvestio

Il ciclismo americano è alla ricerca, quasi disperata, di un corridore che possa far tornare a battere il cuore agli appassionati. Tejay Van Garderen ci è andato vicino, spegnendosi però sul più bello, mentre per il momento sembra mancare qualcosa ai vari Sepp Kuss, Neilson Powless e Brandon McNulty per arrivare al vertice del ciclismo professionistico. In attesa di capire quel che potrà diventare Quinn Simmons, il classe 1999 Matteo Jor­gen­son vaga alla ricerca della sua dimensione di atleta.
Intanto si è aggiudicato il Tour of Oman, ma ciò che più ha colpito del ragazzo nato in California ma cresciuto nell’Idaho è la voglia di arrivare ad ogni costo, unita ad un’umiltà e ad una simpatia fuori dal comune. Un bel personaggio.
A 15 anni, lo statunitense dai capelli ros­sicci aveva chiaro in mente che il suo de­stino era quello di diventare un corridore professionista, ma aveva anche già capito che per diventarlo avrebbe dovuto farsi notare e trasferirsi in Europa. Al tempo veniva nel Vec­chio Con­tinente con le nazionali giovanili degli Stati Uniti per correre gli ap­puntamenti internazionali e ogni volta si rendeva conto di quanto i coetanei europei fossero più avanti rispetto a lui: nelle gare in Italio o in Francia «im­paro 10 volte di più rispetto ad una corsa negli Stati Uniti» ha detto in una vecchia intervista a VeloNews. Se vivi negli Stati Uniti, le strade per arrivare al grande ciclismo sono essenzialmente due: la più classica è quella di riuscire ad essere selezionati dalla Hagens Ber­man Axeon, la squadra Continental di Axel Merckx, che non so­lo fa tutte le migliori gare del calendario giovanile europeo, ma è anche una delle realtà migliori al mondo per poter crescere da U23. La seconda strada, più tortuosa, è quella di trovar da sé un ingaggio in Europa, ma è tutt’altro che facile perché, se non sei un fenomeno già a 18 anni, le squadre francesi prediligeranno corridori francesi, le squadre spagnole gli spagnoli e le squadre italiane gli italiani. Jorgenson ha ricevuto un secco “NO” da Merckx e dalla Hagens Berman Axeon, così ha dovuto cominciare a cercarsi un’opportunità in Europa.
Nelle stagioni 2017 e 2018, alla fine di ogni allenamento, Matteo dedicava 2-3 ore per scrivere ed inviare mail a varie squadre europee, personalizzandole e studiandone le caratteristiche, come roster e calendario, e chiedendo loro di dargli un’opportunità di correre. Nel 2018 rimane negli States con la Jelly Belly-Maxxis, che gli garantisce parte del programma corse in Europa, ma la grande opportunità arriva quando il Chambéry CF, squadra satellite della AG2R, decide di dargli una chance per l’anno seguente, dopo averlo visto in azione al Rhône-Alpes Isère Tour e aver visualizzato la sua mail.
Jorgenson si fa trovare pronto, non so­lo in gara ma anche fuori, nel giro di po­chissimi mesi, a furia di lunghe le­zioni online, impara il francese in quello che definisce «uno dei percorsi della sua vita di cui è più orgoglioso» e nel giro di poco tempo si integra bene col gruppo. Chiude al quarto posto sia il Trofeo Edil C che la Ronde de l’Isard, poi vince la classifica a punti del Tour de l’Avenir e a fine anno firma un contratto da professionista con la Mo­vi­star, che gli offriva condizioni migliori rispetto alla AG2R Ctroën. Percorso completato, ora non gli resta che affermarsi nel ciclismo che conta.
Dal 2020 è quindi ufficialmente un corridore americano con nome italiano (senza un motivo specifico) e cognome svedese, che vive in Francia, a Nizza, e corre con una squadra spagnola, la Movistar. All’inizio deve però inseguire, il 2020 e il 2021 non gli regalano particolari gioie, ma dall’anno scorso le sue qualità hanno cominciato ad in­tra­ve­der­si, con il 4° posto al Tour de la Pro­vence, il 13° al Giro del Delfinato e soprattutto la tripla Top 5 di tappa al Tour de France, che per un ciclista americano non può che rappresentare il sacro graal. Per il primo successo ha dovuto però aspettare il suo quarto anno tra i professionisti e la salita di Jabal Haat, al Tour of Oman, lungo la quale con una progressione bruciante ha messo in fila tutti gli avversari.
«Ad ogni gara impari qualcosa, soprattutto dai corridori che ti battono nel finale - ha detto Jorgenson -. L’anno scorso ci sono andato vicino molto spesso, anche al Tour de France, dove in diverse occasioni penso di essermi giocato male le mie carte. Ero affranto. Pensavo che questa vittoria non sarebbe mai arrivata, a un certo punto co­min­ci a pensare che non sei forte abbastanza, che vincere non fa per te, e in­vece eccomi qui. Quando sono arrivato in Movistar volevano convincermi che fossi un corridore con le possibilità di vincere, ma io ci credevo poco e, anzi, se devo essere onesto, pensavo di non meritarmi nemmeno di essere professionista. Ho cominciato quindi un percorso per convincermi di poterlo essere e per farlo dovevo arrivare davanti nel­le corse. In Oman questo percorso si è completato, sto vivendo un sogno. Se è l’inizio di qualcosa di grande? Beh, lo spero».
Per l’americano il pensiero della vittoria stava cominciando a diventare una ossessione: «La pressione me la sono sempre messa da solo, negli ultimi anni ho pensato e mi sono allenato come se fossi un leader, con l’unico desiderio di vincere - spiega ancora -. A gennaio ero in Spagna ad allenarmi da solo, isolato da qualsiasi cosa e concentrato al massimo, e ho visto che la gamba cominciava a girare, che i numeri iniziavano ad essere buoni, ma era difficile pensare di sbloccarsi già in Oman».
Sulla Green Mountain ha dimostrato anche una certa maturità nel sapersi ge­stire, resistendo agli attacchi del coetaneo Mauri Vansevenant e portandosi a casa la classifica generale per un solo secondo: «Nei giorni precedenti mi ero mostrato molto fiducioso ma la verità è che ero abbastanza nervoso. Una salita con le caratteristiche della Green Moun­tain non poteva che portarmi al limite, quelle pendenze mi fanno male,  ho dovuto gestire bene lo sforzo. Mau­ri mi ha messo in difficoltà, ma alla fine è andata bene. È difficile spiegare quanto sia speciale per me vincere una gara così prestigiosa, dove hanno vinto alcuni grandi campioni in passato. In due giorni ho conquistato la mia prima corsa tra i professionisti e la prima cor­sa a tappe. Il mio obiettivo stagionale era vincere una gara e ora, beh, ne ho due!».
Ironico e solare, Jorgenson, che è il primo americano a vincere in Oman, ha poi detto che avrebbe mandato un messaggio a Tejay Van Garderen per prenderlo in giro, visto che lui era arrivato due volte secondo nel 2014 e 2015 in questa corsa. Ora come ora, risulta perfino difficile collocarlo in termini di caratteristiche, e non è un caso che la Movistar abbia riservato per lui un ca­lendario piuttosto variegato, che lo ve­drà al via di brevi corse a tappe come Parigi-Nizza, ma anche di gare col pavé come il Giro delle Fiandre, alle quali si aggiungeranno le classiche delle Ar­denne e, a luglio, il Tour de France, che ha già conosciuto l’anno scorso.
Quel che è certo è che Matteo non ha intenzione di fermarsi qua: «Sono davvero in grandissima forma, spero di riuscire a mantenerla fino alla Parigi-Nizza, uno dei miei grandi obiettivi stagionali. Perché? Perché è una corsa che mi pia­ce tantissimo, che guardavo da piccolo in televisione e mi è rimasta nel cuore. Il secondo picco di forma in­vece è in programma al Tour de Fran­ce: alla Grane Boucle con­to di fare qualcosa di molto buono».

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