Gatti & Misfatti
Quel gesto che nel ciclismo e’ normalita’
di Cristiano Gatti

Devo prenderla un po’ alla lontana, però calma: è solo la scusa per parlare di un tema perenne. Macchina indietro fino a Pasqua, Giro delle Fiandre: vince Bartoli, non è nemmeno più il caso di ripeterlo, ma nelle retrovie si registra un fatto che scatena ondate di commozione e - inevitabile - di retorica. Il direttore sportivo della Gewiss, Emanuele Bombini, ottima persona e ottimo tecnico, scende dall’ammiraglia e cede subito una sua bici a Baldato, avversario della MG, comunque sempre italiano, ma soprattutto appiedato da un incidente nei momenti più delicati della corsa. Grazie al nobile gesto del diesse rivale, il corridore riesce a tornare in gioco e a piazzarsi (ancora una volta) secondo.

L’occasione è servita a Candido Cannavò, direttore della Gazzetta dello Sport, per proporre il Premio fair-play ’96 proprio ad Emanuele Bombini, fulgido esempio di altruismo in epoche di generale imbarbarimento sportivo. Altri non hanno proposto premi, ma hanno ugualmente sottolineato il gesto come qualcosa di esemplarmente cavalieresco, qualcosa di inconsueto e di inedito - ormai - su tutti i campi di gara. Il coro buonista è un’ottima cosa e suona bene, ci mancherebbe, però personalmente non riesco a condividere lo stupore. Cioè: non afferro l’eccezionalità dell’evento. All’inizio ho pensato che fosse per via del sottile e sedimentato cinismo lasciato addosso dagli anni che passano. Così mi sono un po’ intristito, perché non è bello scoprirsi incapaci di nobili entusiasmi. Poi però mi sono subito ripreso. Perché ho capito il perché. In questi anni ho imparato a praticare e a conoscere il mondo del ciclismo parallelamente agli ambienti di altre discipline sportive. I paragoni, che non sono mai belli e spesso sono anche poco pertinenti, diventano però inevitabili. E sempre mi sono ritrovato a concludere che quello della bicicletta è un pianeta assolutamente unico e singolare rispetto a tutti quelli confinanti.

In giro per alberghi e ritiri, per raduni di partenza e vialoni d’arrivo, ho incontrato tanta - ma veramente tanta - gente vera, gente perbene, gente semplice, di quella semplicità che è la virtù dei migliori. Ho incontrato gente che va in testacoda sui congiuntivi e sulla consecutio temporum, ma di un’intelligenza e di un cuore vitalissimi. Con questa gente che pedala, che guida le ammiraglie, che organizza le squadre, che lava e smonta biciclette dalla sera alla mattina, che carica e scarica valige due volte al giorno, che mangia spaghetti e filetto alle cinque di mattina, che sta seduta dei quarti d’ora nelle hall degli alberghi solo per inquadrare la ragazza della reception, che lascia due dita di pelle sull’asfalto e riparte pedalando con orrendi affreschi sanguinolenti sui glutei e sui gomiti, che a febbraio è già stanca di girare il mondo, che spesso fa questa vita per due milioni al mese: ecco, con questa gente mi sono sempre sentito a casa, in famiglia, davanti al camino. Non mi è mai capitato una sola volta di avvertire disagio, neppure all’inizio, quand’ero il pivellino della comitiva. Ho incontrato uomini di tutti i caratteri, qualcuno più spregiudicato e qualcuno più riservato, qualcuno che arrossisce e qualcuno che le spara sempre e comunque, allegri e tristoni, macchiette e meditabondi, taccagni e mani bucate. Ma ho sempre avvertito il profondo e indissolubile legame che questo ambiente ha con la vita di tutti i giorni, con i problemi e con i crucci, con le soddisfazioni piccole e con i sogni grandi, con la fatica di arrivare e con la tenacia di combattere. Tutto molto diverso rispetto ai teatrini, alle recite, alle finzioni, ai filtri che purtroppo reggono il gioco negli altri sport maggiori.

Dice: che c’entra tutto questo con Bombini? C’entra: perché in un mondo come questo ci sta che Chiappucci e Argentin, trionfatori su tanti traguardi di prestigio, si prendano a cazzotti dopo la volata per una corsa minuscola. Ci sta che Bugno s’innamori di una ragazza dei box aspettando di partire per un tappone dolomitico. Ci sta che gli sprinter si randellino negli ultimi 200 metri e poi continuino nel dopocorsa, evitando di dire ipocritamente che non è successo niente.
Ci sta tutto questo e ci sta naturalmente che un direttore sportivo salvi un avversario, perché sa cosa sta provando in quel momento e gli viene naturale dargli una mano. Non c’è nulla di sorprendente, che rasenti l’eccezionalità. Perché, se qualcuno non l’avesse ancora capito, il ciclismo è nel bene e nel male, la più bella e fedele rappresentazione sportiva della nostra vita.

Cristiano Gatti, 38anni, bergamasco, inviato de “Il Giornale”
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