Rapporti&Relazioni
Il ciclismo è troppo

di Gian Paolo Ormezzano

Ogni tanto, e però sempre più spesso, mi chiedono: di tutti gli sport che hai frequentato da giornalista, quale ami di più? Si aspettano che io dica subito “ciclismo”, li deludo. Temono che io dica “calcio”, li rassicuro. Espongo qui il mio caso non perché abbia rilevanza assoluta, ma perché, nel relativo vivente che sono io, rappresenta un passaggio, una galleria secondo me interessante. In fondo sessantatre anni e un pezzetto di giornalismo sportivo significano, se non altro, il piacere/dovere di partecipare sensazioni emozioni soddisfazioni delusioni ed anche classificazioni, nella speranza che posseggano un qualche interesse diciamo storico, o che nella peggiore (o migliore, chissà) delle ipotesi siano un divertente bla-bla-bla di un vecchio si­gnore parti en couilles, come dicono i francesi.

Dunque: il ciclismo è un as­soluto naturale e intanto artificiale, per la natura e intanto il lavoro di un giornalista sportivo vero, vecchio perché vero o vero perché vecchio. Per via so­prattutto del Tour de France, co­me ho cercato varie volte di spiegare su queste colonne (e pazienza se in tempo di display non si do­vrebbe più dire anzi scrivere di colonne eccetera). Il ciclismo è fa­tica, sofferenza, sacrificio, allegria, entusiasmo, forza, armonia, ferinità, fachirismo, individualità, gruppo, tecnica, tattica, ecologia, semplicità, poesia calda, prosa cruda, e poi anche panorama, na­tu­ra, casualità, lotteria, logica, rigore, fortuna, sfortuna, dolore, gioia, profumo, puzza, recitazione, improvvisazione, bella piaga, brutta piega, ghiaccio, neve, gelo, solleone, pioggia, fame, sete, fama, se­ta, cilicio, e chi ha dei sostantivi importanti glieli appiccichi pure, per un verso o per l’altro possono funzionare. Ma proprio per questa summa di cose, questo cumulo di valenze, questo rosario di addentellati il ciclismo è troppa cosa per l’esperienza di un singolo, o me­glio per la sua pretesa o comunque voglia di ammantarsi di esso.


Ciclismo extra, oltre, altro. Ma il mio sport beneamato è stato da subito il nuoto, prima come agonista assai praticante poi come giornalista forse persino competente: la porta del mestiere mi si è aperta quando un giornalista anziano, che mi conosceva come campioncino piemontese di stile libero e di dorso categoria allievi, mi disse che lui la do­menica lavorava a Tuttosport e che sempre al giornale faticavano per avere i risultati delle gare nelle pi­scine di Torino e immediati dintorni; io glieli portai, li corredai di ri­ghe di cronaca & commento anche sulle mie prestazionucole (pochissime righe, pochine, poche, dose discreta, righe abbondanti, numerose, numerosissime, troppe), smi­si col nuoto praticato e divenni giornalista e mi assunsero persino. Secondo sport scritto il basket, soltanto perché sono un po’ nanetto: ebbi la ventura di trovarmi con gli azzurri, un pomeriggio a Parigi prima di Francia-Italia, in un teatrino di femmes nues, li coprii, in­staurai con alcuni di loro un sodalizio forte basato anche sul comune voyeurismo verso le valorose danzatrici, e cominciai quella che dicesi una carriera da pseudoesperto di quella disciplina che allora si chiamava pallacanestro, dopo avere smesso da poco di chiamarsi palla al cesto.

Poi il resto, soprattutto la valanga del calcio quando assunsi cariche e sinanco qualche atomo di considerazione (usurpata, rapinata, ma solo io lo sapevo). Sempre ciclismo, comunque: trasversale, immanente, assorbente, impellente. E secondo vero grande amore l’atletica, repressa professionalmente per paura di eccessiva invadenza di territori altrui, l’atletica intesa come rappresentazione dello sport del pri­mo uomo: correre, saltare, lanciare per vivere, per sopravvivere. In memoriam di quel che dovevo co­munque all’atletica ho corso e finito, da fachiro ipoallenato, la maratona di New York per i miei sessant’anni, quella di Torino per i miei sessantatre, e poi mai più un passo di corsa.

Ma devo dire che il ciclismo mi ha sempre filtrato tutto il resto. Filtrato, drenato, setacciato, fate voi. Nel senso che costantemente ho cercato di rapportare lo sport che vedevo e raccontavo, specialmente in tantissime edizioni dei Giochi olimpici, ventiquattro cioè tante come - pare - giornalisticamente nessun altro scrivano al mon­do, con quello sport su due ruote e soprattutto su due gambe, intriso di significati dall’ultrapopolare al letterario prezioso al poetico di grana grossa e/o piccola. A quello sport più sport di ogni al­tro, se lo sport è (ancora?) quella bella cosa lì che sappiamo o quella bella cosa là che si sapeva e che ogni tanto gioca a nascondino con la moda, i tempi, i cervelloni e i cervellastri, i cosiddetti criteri di giudizio, le valutazioni anzi le considerazioni più assortite e spesso più ambigue che ci siano.

Il ciclismo che sempre, quando scrivo un articolo su di es­so, mi lascia nel dubbio di non riuscire a far capire bene l’affetto riconoscente che provo e in­sieme la sensazione che patisco di essere in debito. Anche questa volta, sì sì.
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