Ho appena finito di scrivere un libro sul mio giornalismo sportivo. Dovrebbe uscire intorno a Natale, l’editore è Limina, cioè Mattesini al quale promisi un libro trent’anni fa, non dicendogli però bene il come e il quando. Mi ha atteso, lo ringrazio. Il titolo dovrebbe essere: Non dite a mia mamma che sono giornalista sportivo, lei mi crede scippatore di vecchiette. Mi sono sfacciatamente ispirato al titolo di un libro del celebre pubblicitario francese Séguéla: Non dite a mia madre che sto nella pubblicità, lei mi crede pianista in un bordello.
Perché ne scrivo qui? Primo pensiero-risposta di chi mi sta leggendo: per farmi della pubblicità. Verissimo. Se negassi sarei ipocrita. Ma in fondo uno scrive sempre per farsi pubblicità: pubblicità alla firma, se vogliamo. Ma ne scrivo anche per chiarire, chiarirmi a proposito di una notazione che ho eseguito su me stesso. Prima della notazione però devo dire qualcosa di più del libro: esso percorre la mia vicenda giornalistica lunga ormai ben più di mezzo secolo, una vicenda anche gaglioffa, come non faccio fatica a ricordare, ammettere, riportare. Sperando di salvarmi con due tipi di arma: 1) la buona fede caricata anche dall’entusiasmo per il lavoro, 2) il fatto che sono riuscito a non diventare ricco, ma che dico ricco?, neanche benestante.
La vicenda mi serve anche per considerazioni sul giornalismo sportivo che da essa esulano o divergono, pur se da essa traggono la prima ispirazione. Ad evitare che il libro (gonfio di cose e di persone) annoi, ci sono tanti episodi spiccioli quasi sempre allacciati ad eventi grandi, ci sono soprattutto tantissimi personaggi, diciamo pure i più celebri dello sport dai primi anni Cinquanta ai nostri giorni. Li ho frequentati e in qualche modo conosciuti, taluni bene anzi benissimo, sono stato molto fortunato ad accumulare questa serie di ricordi. Spero di averli trasferiti bene sulla carta, o almeno di non avere tradito la loro grandezza, la loro importanza.
Ed eccomi alla notazione particolare: mi è venuto assai più facile scrivere di ciclismo che di calcio, di ciclismo che di atletica, di sci, di nuoto, di automobilismo, di boxe, di basket. Ho passato in rassegna situazioni e persone che in qualche modo hanno passato in rassegna me, ora spettatore, ora comparsa, ora compare, ora coprotagonista, ora vittima, ora complice... Sempre il ricordare il ciclismo e i ciclisti mi ha dato letizia, serenità. Non così ricordare altri sport, altri attori del loro copione, altri copioni. La stessa mia memoria mi è sembrata di cristallo, chiara e forte, quando ho dovuto ricordare il ciclismo, spampanata, frastagliata, slabbrata in non pochi casi di altri sport. Tanto per far nomi, ricordo Aldo Moser più e meglio di Cassius Clay, Gianni Motta (che in qualche modo nel libro sono riuscito a legare al mio Toro del calcio grande e sano) più intensamente di Michel Platini (col quale pure ho vissuto momenti specialmente extracalcistici assai divertenti ed interessanti). E nessun paragone, per favore, tra il caro Nino Defilippis e Pelè: a pro del Cit, chiaro.
Non so se si tratti di mio amore cieco, di mio senso di riconoscenza per quando pascolavo nel giornalismo da agnellino inquieto e il ciclismo mi offriva praterie subito amiche. Di certo mi sento di dovere al ciclismo molto più che ai Giochi olimpici: dove pure ho fatto il giornalista per 24 edizioni (pare che la cifra tenga ancora, come zavorrante record mondiale), dove mi sono pasciuto di tantissimi sport al massimo livello di rappresentanza, ciclismo compreso anche se il gusto del ciclismo ai Giochi sta a quello del ciclismo ai Giri come l’acqua minerale sia pure frizzante allo champagne.
Per non dire del calcio, da me vissuto sempre come un gigantesco complotto del destino o della cricca a pro di club ricchi e contro il mio Toro, con fasulle oasi di manifestazioni internazionali in cui mai sono riuscito a tifare Italia, pensando a quanta degenerazione creano i suoi successi nelle menti e anche negli animi dei troppi semplici, labili e deboli calciofili nostrani.
Non so e non voglio sapere. Scriveva Catullo a proposito del suo famoso odio e amo: “Non so il perché, ma avverto che accade, e me ne dispiace”. Essendo lui un poeta e io un poveraccio, non riesco neanche a provare dispiacere.
Ecco, mi consegno così, con un libro che ho scritto in tanti anni e in pochissimi giorni. Sono un po’ blasfemo, ma dopo Catullo mi piace ricordare Picasso, quando qualcuno mi dice che in fondo campo bene, perché scrivo velocissimamente e trovo ancora chi mi paga per pubblicare le mie cose, articoli o libri che siano. Il grande pittore si trovò un giorno a dover fronteggiare questa domanda: “Ma non ti vergogni di guadagnare, con un schizzo che ti costa pochi minuti di lavoro, come un operaio in tanti anni di fatiche?”. Rispose: “Non si tratta di pochi minuti, ma di una vita più pochi minuti”. E visto che bazzico con un grande, insisto. Sempre Picasso, ad una esposizione di disegni infantili mirabilmente disse, commentando le opere dei pargoletti: “Io alla loro età dipingevo come Raffaello, poi ci ho messo settant’anni per arrivare a dipingere come loro”.
Io da piccolo alla scuola media facevo i temi per i compagni di classe, venivo pagato in mentine (le mie madeleines, e così scomodo anche Proust), sicurissimamente scrivevo meglio di adesso, mi piacerebbe sapermi inquadrare bene come fece il maestro. Ma non sono Picasso, non sono un artista, non so andare bene avanti e indietro nella vita tutta, figuriamoci nell’arte, o nell’artigianato povero ma bello del giornalismo.
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