Rapporti&Relazioni
Il mio ciclismo è un'Islanda

di Gianpaolo Ormezzano

Il vero mio libro sarebbe (e forse sarà) quello sulla gente conosciuta grazie ad un altro libro. In mezzo secolo di mio giornalismo sportivo molto ma molto orientato sul ciclismo non ho in­contrato tanta gente quanto in mez­zo anno di contatti per presentare il libro Coppi&Bartali, scritto con Marina Coppi e Andrea Bar­tali, i primogeniti di “quei due”, spingere a leggerlo, se possibile far­lo addirittura comprare. Gi­ran­do il Bel Paese, da solo o con Ma­rina e Andrea, ho felicissimamente conosciuto un numero enorme di persone appassionate al ciclismo, ai suoi trascorsi, ai suoi eventuali misteri. E attenzione: la maggioranza è stata (è ancora, visto che i miei giri continuano), di giovani, non certo di vecchi bacucchi e so­spirosi. E sempre le donne sono numerose.

Se penso che i cinquant’anni dalla morte di Coppi (e stiamo andando verso i dieci dal­la morte di Bartali) hanno generato tanti altri libri su Fausto e contorni e dintorni, devo e posso anche pensare ad una autentica moltitudine di persone che vengono toccate da questo tipo di incontri. Al limite si potrebbe obiettare che sono sempre le stesse persone, addirittura una immane compagnia di giro che si trasferisce da un posto all’altro, da una presentazione all’altra, da un libro all’altro. Ma questo se si vuole scherzare su di un fenomeno che, se preso se­riamente, stupisce ed impegna: in realtà sono tante persone di tanti posti, chiamate queste persone ad un certo posto in tanti modi e co­munque senza mai uno strumento forte di convogliamento delle mas­se. Nessun pifferaio di Hamelin convoca ciclofili e ciclomani e li porta dietro di sé verso il posto dove si presenta, si celebra, si com­menta, si critica un libro. Sia­mo di fronte ad un affetto, o quantomeno ad un interesse, assolutamente spontaneo.

Mi si può dire che sto scoprendo l’acqua calda, visto che il ciclismo è sport di popolo e il popolo sul pia­no sentimentale offre di solito molto, anche a chi gli infligge un libro. Ma il fatto è che questa ac­qua continua a rimanere calda an­che se si parla di grande gelo in una disciplina sportiva anacronistica rispetto alla vita moderna, alla motorizzazione totale, che fa andare tutti di corsa e cerca di farli andare comodamente. Continua a rimanere calda anche se i ciclisti italiani vincono poco (pochissimo, nel 2009, almeno presso i professionisti), anche se il doping continua a colpire, sino a costringere un azzurro a restituire la medaglia d’argento vinta ai Giochi olimpici di Pechino 2008, anche se mancano le stelle mondiali, i corridori di fascino assoluto sulle genti più as­sortite.

Non avevo bisogno di convincermi della costante presa sentimentale del ciclismo, e la mia vicenda diciamo li­bresca mi ha confermato cose che sapevo già. Ma non avevo mai vi­sto signori e signore, anziani e non solo, all’aspetto benestanti e no, tremare autenticamente di fronte alla figlia di Fausto e al figlio di Gino. E così più che mai chiedo e mi chiedo come è possibile che questo fuoco grande non venga imbrigliato, canalizzato, non venga usa­to, se del caso anche sfruttato. Io sono colpevole come tutti di non sapere come riuscire in que­sto, so­no se si vuole ancora più col­pevole perché conosco meglio di altri l’in­tensità di una passione, e ho persino qualche strumento - tipo la pa­gina che state leggendo - per avanzare proposte e domande.

Il mio ciclismo è un’Islanda con tanto freddo e con però un’aria calda che soffia sotto la terra, scalda le acque, fa schizzare in alto i getti di vapore, offrendo alla gente il grande regalo termico che vuole anche dire sopravvivenza. Sono stato in Islanda, quella gente benedice l’acqua cal­da, la ringrazia. L’Italia è piena di islandesi i quali però non si proclamano tali: forse sono gelosi dell’acqua calda e hanno paura che a farla conoscere e lasciarla espandere diventi tiepida e poi fredda. Forse i ciclofili sono tutti islandesi pudichi, o gelosi della fortuna che hanno

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Però che differenza fra i due figli dei due grandi campioni. Marina dialogando del padre, nel senso soprattutto di ascoltare come ne parlano gli altri, si impossessa di lui, nel senso che ha avuto poco tempo per conoscerlo, considerando che Fausto è andato via di casa quando lei ave­va sei anni ed è mancato quando lei ne aveva appena tredici. An­drea invece parlando del padre si disfa di un po’ di lui, nel senso che lo partecipa a tutti in maniera ottima e abbondante, essendo tantissimo il Bartali che lui ha frequentato e assimilato. Spesso Marina chiede del padre ad uno che le dice di averlo conosciuto, spesso Andrea stampa il suo padre, in sovrimpressione, sul Bartali che qualcuno gli offre sulla base di una qualche conoscenza rapida, di una sommaria frequentazione.

Scrivendo un libro sulla rivalità sportiva fra i due campioni, sulla loro non inimicizia, su quale Italia li circondava, li abbracciava, sempre cercando di unirli e mai di dividerli, mi sono davvero convinto del patrimonio che possediamo, e della povertà mentale che abbiamo nel non riconoscerlo sempre, nel non esserne sempre orgogliosi di esso. Per fortuna che nessuno ci presenta il conto. Noi giornalisti poi siamo più colpevoli di altri, quanto a trascuratezza, indifferenza, ignoranza. Io mi aspetto che nell’aldilà, per essere ammesso a qualche pa­radiso dopo aver pagato il giusto in qualche purgatorio, mi venga chiesto cosa ho fatto per il ciclismo che mi ha dato tanto, e io, messo fra l’altro nell’impossibilità di dare una risposta scritta, che ma­gari mi verrebbe benino per gaglioffa conoscenza del mestiere, balbetto e mi affido alla clemenza della davvero Suprema Corte.
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