Rapporti&Relazioni
Volti e memorie

di Gian Paolo Ormezzano

Una cosa che un po’ commuove un po’ turba è la capacità della gente del ci­clismo di ricordare piccoli particolari e di ammollarteli quando ti ri­vede magari dopo cent’anni. L’e­mo­zione consiste nel riscontrare una sorta di affetto mnemonico che (pur se il particolare è insignificante) irrora anche la tua persona. Il turbamento sta nell’assistere alla stupefazione, e poi alla desolazione, del tuo interlocutore quando gli fai sapere che non ricordi proprio che le cose siano andate co­sì, anzi non ricordi proprio quell’incontro, anzi non ti sovviene proprio il nome di chi ti sta parlando.
Ovviamente il giornalista è più di altri nell’occhio di questo ciclone visivo-sentimentale. Di solito trova comprensione proprio nell’interlocutore deluso: eggià, con tutte le persone che come giornalista ti tocca di vedere… Ma basta un mi­nimo di sensibilità per capire che il tizio deluso rimane triste, e ti lan­cia una ciambella di salvataggio perché non vuole che tu, annegando nella non memoria, cancelli o comunque mortifichi anche il ri­cordo che lui ha conservato ben dentro di sé, e magari per un tem­po lunghissimo.
Chiaro che sto facendo un riferimento personale. La prosopofisiognomica è una malattia, ancorché poco nota, che riguarda non po­che persone. Consiste nell’incapacità di collegare un volto, che pure risulta noto, con un nome, un co­gnome, un periodo di tempo, un episodio. Luciano De Crescenzo ha - dicono almeno le leggende - un biglietto da visita che allunga all’interlocutore, e sul biglietto ci sono le scuse perché proprio - colpa della prosopofisiognomica - non riesce a metterlo a fuoco, pur sapendo benissimo che si tratta di una persona apparsa e bene nella sua vita.
Perché il ciclismo e non un altro ambiente sportivo? Perché nessuno sport come il ciclismo propizia così la conoscenza prima, il sodalizio poi, l’amicizia in non pochi ca­si, nessuno sport come il ciclismo dà ai suoi frequentatori il senso di fare parte di una compagnia di bra­va gente, nessuno sport come il ciclismo garantisce, una volta effettuato il ritrovamento, il riconoscimento, la stura di tanti ricordi quasi sempre belli.
La sensazione comune, confermata quasi sempre dai fatti, quella di avvertire che l’episodio che l’in­ter­lo­cutore cerca di farti venire in men­te è comunque bello e piacevole, o se triste ha una tristezza dignitosa, gentile, sana, che vale la pena frequentare. Molto bello è poi quando finalmente agguanti l’identità di chi ti sta parlando, e subito il ricordo ti fiorisce dentro, rigoglioso e veloce e repente come una pianta tropicale, di quelle che un minuto fa non c’erano e adesso occupano tutto il panorama. Dav­vero una cosa bella, piacevole, intensa. Vi risparmiamo la spiegazione di cosa accade, in situazioni analoghe ma non omologhe, con interlocutori appassionati di calcio. Ben che vada ti ricordano un tuo errore clamoroso, una tua tristezza importante, comunque una distonia con loro: che sembrano parlarti per farti male alle orecchie, non per farti bene al cuore.

fffffffff

Affrontati con Andrew Ho­we, saltatore in lungo di grossa fama, centinaia di ra­gazzi, in una sorta di convention in cui l’atleta rendeva omaggio alla ditta dolciaria che lo sponsorizza e ai giovani studenti della città in cui questa ditta ha sede. Tocca a me condurre l’incontro, impegno pe­raltro facilitato dalla voglia che loro avevano di dialogare con lui e lui aveva di dialogare con loro. Pochissime le domande davvero sportive, la più “forte” e intanto ovvia su quante ore al giorno dedica agli allenamenti. Naturalmente al primo posto il quesito totale, assoluto: sei fidanzato? Ha detto di sì: urletti di delusione da parte delle ragazze, tutte. Niente sul razzismo, eppure Howe è un ragazzo di colore cresciuto nel Lazio. Me­diamente, lui più vivo e saggio dei suoi interlocutori, fra i quali però, esaurito il repertorio banale, che ha ovviamente riguardato anche le preferenze musicali, sono affiorate domande pertinenti allo sport.
Ho provato a pensare ad un ciclista celebre, in quell’auditorio di una cittadina di trentamila abitanti, con quel pubblico. Cosa gli avrebbero chiesto? Cosa lui sarebbe riuscito, magari con l’aiuto del conduttore, a farsi chiedere? Si sarebbe parlato di doping più o me­no di quanto (poco) se ne è parlato con Howe?
Ma la vera grossa domanda che ad un certo punto mi sono fatto, per farmi del male, è stata questa: sono sicuro che un ciclista avrebbe riempito l’auditorio come lo ha riempito Howe?

fffffffff

Ho avuto la fortuna di conoscere Eddy Merckx con un certo anticipo rispetto a tanti colleghi italiani: parlo della Parigi-Nizza del 1966. Vinse Anquetil ma lui andò assai forte, e mi lanciai sino a darlo fa­vorito, per iscritto, nella Mila­no-Sanremo, dove in effetti colse la prima delle sue sette vittorie su quel traguardo. La biografia di Merckx scritta in francese da un giornalista belga, Pierre Thonon, ri­porta della mia felicità a San­remo avendo centrato una volta tanto un pronostico
Bene, da allora fra Mercxk e il giornalista si è sviluppata una buona conoscenza, parente abbastanza prossima dell’amicizia. Chiuso con il Merckx corridore, che mi riservò in esclusiva la sua mezza tristezza quando rientrò a casa, nella palazzina alla periferia di Bruxelles, dove lo aspettavo da ore, con le foto in cui indossava la maglia di una nuova squadra, ed era una squadra piccola, che infatti non chiuse con lui il contratto, l’ho incontrato molte volte in giro per il mondo del ciclismo. E ne scrivo per dire che mai, neanche quando correva, l’ho visto così in salute, così “bello” come all’ultimo Giro d’Italia, in quel di Pi­ne­rolo. Sono molto curioso, in genere, dell’excursus fisico del ciclista che ha smesso di correre, e lo stesso Merckx mi aveva di se stesso ammollato immagini abbastanza devastate dal tempo e dall’ingrasso.
Ho visto il fuoriclasse anche nel gestire il suo gran corpo, gli sconquassi metabolici dovuti al non gareggiare più ed al riposo che per molti è una sorta di killer, ho visto un esemplare bellissimo di ex atleta che non insulta, col passare de­gli anni, se stesso, e gliel’ho persino detto, e credo di averlo fatto contento come quando, dopo una sua vittoria, cercavo di trasmettergli le congratulazioni speciali di un giornalista che ha davvero “ap­poggiato” a lui tanta parte del­la sua vicenda “pedalata”..
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