Rapporti&Relazioni
Figli di Beckham

di Gian Paolo Ormezzano

Pensando a cosa era il ciclismo negli anni trenta, quaranta, cinquanta per l’Italia, come dominava 1a scena sportiva pur avendo contro il calcio che pure aveva conquistato due campionati del mondo e un oro olimpico e che aveva goduto e patito la vicenda unica del Grande Torino, e contro l’auotobilismo che sapeva di affascinante progresso e conosceva i fasti della Mille Mi­glia e dei Gran Premi (il Mon­dia­le di Formula 1 cominciò nel 1950, primo titolo al torinese Nino Farina su Alfa Romeo, chi lo ricorda più?), pensando ai corsi (e ma­gari ricorsi della storia), viene da chiedersi se per il Bel Paese si può intravedere la fine della dominazione psicologia, morale (cioè im­morale) e materiale del gioco del pallone. Perché non sembra possibile a nessun altro sport, eccetto forse la stessa Formula 1, di godere di vasta popolarità sino a quando impazza il calcio. E sino a quando il calcio impazzirà?

Andiamo per ordine e cerchiamo di fissare alcuni punti.
Punto primo: il fenomeno del calcio così assorbente ed al tempo stesso così dilagante è solo dell’I­ta­lia, è cosa nostra. Ogni altra nazione, anche se eminentemente calcistica, si concede (sempre considerando la Formula 1 un discorso a parte, e infatti lì “parlano” le auto ben più che gli uomini, i piloti) uno sport alternativo: la Spagna ha il tennis e se si vuole la corrida, l’In­ghilterra anzi tutta la Gran Bre­tagna ha l’ippica, il cricket, il rugby, la Francia ha eccome il rug­by e ha il ciclismo nel senso so­prattutto di Tour de France, la Germania ha l’atletica leggera e - at­tenzione – sta scoprendo il ba­sket, la Svizzera ha lo sci e l’hoc­key su ghiaccio, l’Austria ha lo sci, la Russia ha l’hockey su ghiaccio, come anche la Cecoslovacchia, l’Ungheria ha la pallanuoto, la Bul­garia ha la lotta (idem la Tur­chia), il Portogallo ha l’hockey a rotelle, la Grecia ha il basket, il Belgio ha sempre il ciclismo, l’O­lan­da ha il pattinaggio sul ghiaccio che d’inverno, grazie ai canali, di­venta sport di massa con tanto di superidoli locali, la Scandinavia tutta ha lo sci di fondo, a parte la tranquilla grassa Danimarca e l’Islanda che ha come secondo sport la lotta contro il clima e lapesca al merluzzo…
Fuori Europa ci sono tante altre realtà fortissime: basti pensare a basket, baseball, football americano, rugby, boxe, persino cricket e hockey su prato (India e Pakistan). E magari Pe­chino 2008 servirà alla Cina anche per schierarsi non tutta sul calcio.

Il calcio in Italia è ormai il novanta per cento dello sport, sempre Formula 1, anzi per noi Ferrari, a parte. La domanda è: ci sono state esperienze simili in altri paesi di uno sport cresciuto, in mezzo secolo, sino a ottundere tutta la concorrenza, che pure partiva da posizioni assai belle, assai importanti? Pensiamo, temiamo che la risposta sia un bel no, cioè un no bruttissimo.
Altra domanda: c’è qualcosa da fa­re? Però con postilla: ma siamo sicuri che si debba fare qualcosa?
Tentativi di risposta. Nella misura in cui predominanza significa po­tere economico, e potere economico significa corruzione, sì, contro il calcio si deve, si dovrebbe fare qualcosa. Però attenzione: non è detto (siamo alla riposta al “c’è qualcosa da fare?”) che si possa contrastare in qualche modo il po­tere del calcio in Italia. Per prima cosa, manca la volontà politica di contrastarlo: qualsiasi governo di qualsiasi colore cede al calcio, e l’alibi è di cedere alla voce del po­polo, che come si sa per taluni è addirittura la voce di Dio. Poi man­ca la voglia spicciola dei bipedi del Bel Paese, uno per uno. Tutto sommato il calcio serve a tutti, per gli happy few ignorarlo è segno di distinzione, per gli intellettuali a tutto campo praticarlo a parole è segno di calata verso la gggente, per la gggente è tutto som­mato un bel divertimento, con forti dosi di trucido, di grossolano, di violento, cose insomma di alto valore emotivo.

Non esiste, pensateci bene, una nazione, almeno nell’unione europea, il cui il calcio sia insieme rispettato, temuto, usato come e quanto in Italia. La violenza come valvola di sfogo, la popolarità come luce riflessa quando non anche come strumento di consenso, la festa (e i fescennini, e i baccanali) come anestetico o stupefacente. Del calcio, in Ita­lia, non si butta via niente.
E allora anche campioni di ciclismo che sul piano della valenza fisica ma anche su quello della va­lenza umana valgono ognuno co­me cento calciatori miliardari mes­si insieme, quando approcciano i calciatori stessi sembrano essere a corte, a ringraziare il re - non im­porta se silente, imbecille, arrogante o falsamente umile - di averli ammessi al suo cospetto. Incon­scia­mente (o no?) quando un giornalista di emittenti anche importanti intervista un personaggio del ciclismo riesce a far capire che sta eseguendo un esercizio di piccola par condicio, che si sta piegando affettuosamente verso l’ospite che pure non tira calci ad un pallone. Le belle donne portano il flirt col calciatore come un fiore all’occhiello, anzi come un fiore su una tetta. Gli attori, soprattutto quelli comici, lottano per avere le ribalte del calcio da dove dire le loro battute. I politici, be’, i politici…

L’intellettuale magari non ha nulla da dire ma lo de­ve dire. Contro il calcio non c’è probabilmente nulla da fare ma lo si deve fare. Nel senso che bisogna combattere per salvarsi almeno la faccia. Anche contro il male, il crimine, la corruzione, la droga e, massì, il doping non c’è nulla da definitivamente fare, ma bisogna farlo per potersi guardare allo specchio. E adesso basta, i giorni a cavallo di fine anno sono sempre brutti perché non c’è il calcio, sapere che i nostri calciatori sono andati in vacanza in posti eso­tici ci scalda sempre il cuore, qualcuno arriva a chiedersi cosa sarebbe d’inverno Milano senza Beckham, anzi senza i Beckham, e a chiedersi pure per quale benignità degli dei la metropoli lombarda abbia potuto negli anno passati trascorrere le feste senza di loro.
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