Rapporti&Relazioni
Un Giro d'Italia a “tutta donna"

di Gian Paolo Ormezzano

Una idea, che dopo a­vere visto le gare di ci­clismo su strada ai Gio­chi di Pechino, ci è parsa meno folle di quanto potevamo pensare al momento (un bel po’ di tem­po fa) in cui ci era brillata dentro: far gareggiare anche le donne nel prossimo Giro d’Italia, quello speciale dei cent’anni. Per onorare un ci­clismo emergente nell’altra metà del cielo, per celebrare un progresso, per sintonizzare il mondo della bicicletta con quello del podismo e soprattutto con quello del triathlon, dove le donne ormai ga­reggiano idealmente a fianco degli uomini.

Pensiamo a stesse tap­pe, davvero (tanto la tendenza è quella di accorciarle sempre più), con partenza per le donne an­ti­cipata o differita. In fondo il campionato del mondo e la prova olimpica si disputano sullo stesso percorso, e nessuno ha niente da dire. E quanto al chilometraggio, le donne so­no agili, leggere, sudano di me­no, hanno il senso del rit­mo anche in bicicletta, e in­somma, come hanno provato in gare podistiche anche di 100 chilometri, alla fine ri­schiano persino di fare meglio sugli uomini, a parità di fatica teorica.
Ancor più bello sarebbe, pensiamo, addirittura fare partire tutti insieme, nella scia di Al­fonsina Strada (non si tratta di un cognome d’arte) che si fece - agli albori degli anni Trenta - il Giro d’Italia con i maschi, finendo fuori tempo massimo come tanti uomini e però proseguendo sino alla fine da pioniera, da rompighiaccio, da apripista, a piacere. Ci rendiamo conto che nascerebbero problemi di ogni tipo, compreso quello legato al fatto che i maschietti fanno pi­pì in cor­sa, senza scendere di sella (ma forse anche le donne si comportano così: mancano testimo­nianze e stu­di in merito), ma pensiamo anche che l’oc­ca­sione dei cent’anni può e de­ve permettere licenze ed esperimenti di ogni tipo, dentro i confini vastissimi di quello che sarà pur sempre un evento sportivo.
Regaliamo l’idea al­l’ami­co An­gelo Zo­me­gnan, sperando di non sentir dire che le donne hanno il loro Giro d’Italia: per­ché noi stiamo parlando di un Giro d’Italia vero, non di quella cosuccia di geo­grafia mi­sera, per le pedalatrici fatte rimbalzare da un paesucolo all’altro, che ogni anno pretende invano di farsi seguire e persino coccolare.
Pensiamo che le donne da­rebbero un qualche po’ di gentilezza alla corsa, renderebbero meno facile il doparsi (se persino la signorina che fa la tua stessa strada ti vede stravolto oppure troppo si­curo di te, può persino nascerti dentro un sentimento che si potrebbe anche chiamare vergogna), servirebbero al ciclismo per liberarsi dalla considerazione al­trui, insieme ammirata e li­mitatrice, per cui trattasi so­prattutto di fatica sporca, fe­rina. In fondo, se le donne fan­no la stessa strada…
Sarebbe persino bello ve­dere un grosso e autorevole giornalista sportivo nella parte della bravissima Alessandra De Stefano, lui che all’arrivo in­tervista le donne come lei in­tervista gli uomini.
Sarebbe bello un Processo al­la Tappa con dialoghi al ma­schile e al femminile sulla stessa fatica. E le immagini del ciclismo delle donne, an­che e specialmente quelle da Pechino, hanno det­to chiaro che si può es­sere bel­la ragazza (o bella si­gnora, ve­dasi l’ormai cinquantenne fran­cese Jeann­ie Longo), brava ci­clista, ottima parlatrice, lu­dica esaminatrice di fatti tecnici e agonistici: il tutto dopo avere pedalato per un bel po’ di chilometri andando a tut­ta, come si dice nel gergo del ciclismo parlando di pedalatori impegnatissimi: cioè a tutta donna…
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