Rapporti&Relazioni
Nostalgia delle forature

di Gianpaolo Ormezzano

Per chi scrive queste righe due sono stati i passaggi più lancinanti nel suo seguire lo sport: quando il ping-pong ha smesso (re­pentinamente) di chiudere le partite ai 21 punti, quando il ciclismo ha smesso (gradualmente) di essere condizionato o quanto me­no visitato dalle forature. Nel pri­mo caso c’è una data, che non di­ciamo per non ferirci col ricordo preciso e dolente del cambiamento. Nel secondo caso c’è stata quel­la che si dice una progressione dovuta al miglioramento e dei materiali e delle strade.
I 21 punti a ping-pong sono stati un must per tutta la nostra gioventù. Nessuno sapeva bene perché si andava i 21, tutti sapevano che si doveva andare ai 21. Il nu­mero 21 era così sacro che si ritenevano fasulle, blasfeme le partita che costringevano i contendenti ar­rivati al 20 a 20 ad andare avanti sino a che uno avesse due punti di vantaggio sull’altro, e poteva dunque accadere, anzi accadeva il più delle volte, che si passasse per il 21 pari, cosa bruttissima, tristissima, e poi si andasse avanti a lungo nel punteggio altalenante, scordando il 21: un crimine.
Ma la fine delle forature è stata co­sa peggiore. Tanto più che mai è sta­ta proclamata, infatti si fora an­cora, ogni tanto, e per esempio al­l’ul­timo Giro ci sono state forature importanti, vicine a quelle che una volta erano una tragedia. Mai proclamata, dunque neppure la possibilità di fare una commemorazione ufficiale. Per l’edizione del centenario, l’anno prossimo, se non sarà troppo occupato a spiegare che scoccano sì i cent’anni dal primo Giro, ma la corsa del 2009 sarà sol­tanto quella numero 92, per via delle interruzioni durante le due guerre (la gente di oggi non vuole sapere che ci sono state due guerre e che i sacrifici di adesso fanno ri­de­re rispetto a quelli imposti da quei due eventi), il capo del Giro Angelo Zomegnan potrà dedicarsi a innovare e a stupire. Noi gli proponiamo sin d’ora una tappa delle forature, su una strada perfida, se necessario cosparsa di puntine da disegno, e con l’obbligo di pneumatici “à l’ancienne”. Una tappa piena di sibili non rilasciati da fi­schietti o serpenti o bocche o intestini, una tappa con tanto accorrere di addetti al cambio repente del­la ruota (a meno di rendere ob­bligatorio il cambio della gom­ma…), una tappa con tanto sacramentare. Offriamo sin d’ora il giochetto di parole: sporcato dal do­ping, il Giro farà il “bucato” per tornare bianco.

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L’altro giorno, ad un bel pran­zo nel Tortonese con Marina Coppi, ci siamo trovati davanti, seduto al tavolo non grande in cui ci aveva assemblati Gianni Rossi grande ciclofilo delle terre di Fausto, uno che mez­zo secolo prima era diventato per noi un felice impasto di Zorro, Gim Toro, Nembo Kid e Flash Gor­don, come si chiamavano allora gli eroi dei nostri fumetti. Fa­ceva l’uomo libero nel ciclismo dei gregari, al Giro andava in fuga an­che se Bartali e Coppi e Magni non erano d’accordo, mise anche la maglia rosa, aveva un fratello bravo ma meno bravo di lui, proprio come i grandi campioni della bici (Luigi Bartali, Serse Coppi, e prima di loro Albino Binda).
L’uomo anzi il vecchio - gran bel vecchio, però - era molto stupito del fatto che lo ricordassimo quasi ni­tidamente. Renzo Zanazzi, a qualcuno dirà qualcosa (Valeriano il fratello). Ci raccontava di sue tappe ribalde, fuori dagli schemi non solo del gregariato, non solo del quieto vivere, ma anche dell’onesto pedalare assumendo le dosi giuste di animosità. Ci affascinava. Ascoltava, seduto al suo fianco, Ma­rino Vigna, medaglia d’oro dell’inseguimento a squadre sulla pi­sta olimpica di Roma 1960 ma anche forte stradista di tante gare e di alcune belle vittorie, e ascoltava noi due, il vecchio pedalatore e il vecchio giornalista, con gli occhi sgranati del bambino che ascolta una favola. Che bello.

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Collaborando alla confezione di un libro per un’industria che sponsorizza alla grandissima tanto ciclismo dei dilettanti, abbiamo visionato decine e decine di fotografie degli arrivi, molte vol­te vittoriose, degli atleti di questo forte gruppo sportivo. Bene, tutti ma proprio tutti quando vincono alzano le braccia al cielo, e la perfezione del gesto, eseguito nel­lo stesso impeccabile modo da ogni atleta vittorioso, fa pensare che sia in un certo senso preparato, studiato, collaudato.
È un bel gesto, di solito lo si collega ad un ringraziamento a chi sta in alto, e magari è proprio così, an­che se si devono stabilire le percentuali del ringraziamento: quanto per la vittoria? quanto per la fa­tica conclusa senza lasciare pezzi di pelle per strada e senza spaccarsi le ossa? quanto per fare contento lo sponsor, offrendo il suo no­me in bella lettura sulla maglia? E non è che fra pochi metri il gaudioso vincitore, impossibilitato a frenare, si schianterà contro un mu­ro umano di fotografi, di tifosi?
Comunque il “blow up” (chi ri­corda il film di Antonioni?), l’in­grandimento di queste foto è ap­portatore di grossi riscontri: sul viso dell’atleta vincitore, sui visi dei battuti, sui visi degli spettatori. Una commedia dell’arte appoggiata su un canovaccio minimo, quello appunto del passaggio sulla li­nea d’arrivo. Un bel vedere, davvero.
Però viene anche da pensare che non esistono fotografie di Fausto Coppi a braccia alzate: eppure lui tagliò da vittorioso tanti traguardi, e mai sotto l’urgenza di uno sprint, quindi con tutto il tempo e il mo­do per curare la posa. Forse il sen­so di una missione che ad ogni arrivo proiettava il Campionissimo sulla dura minacciosa fatica se­guente, forse la paura di cadere, forse la voglia di non dimostrarsi troppo felice, con tutti quegli dèi cattivi che lo aspettavano. O forse nessuno sponsor esigente.
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