Editoriale
SPIEGATELO AI TEDESCHI. È stato scritto da più parti e continuano a ripeterlo imperterriti in moltissimi: l’Italia del ciclismo è rimasta con due squadre e mezza nel circuito ProTour. Liquigas e Lampre italiane e Milram mezza italiana e mezza tedesca, perché gestita dalla società di gestione di Gian Luigi Stanga e ha come sponsor uno dei colossi del latte tedesco. Noi non siamo d’accordo: le squadre italiane sono tre e tre sono le società di gestione. La Milram, quando ha dovuto far di conto con Stanga, ha compreso chiaramente che la squadra è a tutti gli effetti italianissima, e ha pagato a caro prezzo - è proprio il caso di dirlo - questa scelta. Un anno fa, come sponsor tedesco gestito da tedeschi, la squadra costava molto meno e non solo perché era un team “professional”. Quest’anno il salasso è stato notevole. E non pensiate che sia una questione di Stanga troppo esoso o di noi italiani che facciamo i soliti furbetti: anzi, facciamo le cose come devono essere fatte. Il problema è che la pressione fiscale italiana è molto molto più pesante di quella tedesca. Quindi, non dite più che la Milram è per metà tedesca. La verità è che è italianissima in tutto e per tutto, e i primi a dirlo e a riconoscerlo, con un pizzico di rimpianto, sono proprio i manager della Milram: ma è inutile piangere sugli euro versati.

SPIEGATELO A MANOLO SAIZ. Il caso Heras ha fatto rumore. Soprattutto perché il personaggio in questione, il quattro volte vincitore della Vuelta, con la sua positività nella penultima tappa dell’edizione 2005 (la crono di Alcalà
de Henares) ha gettato un’ombra lunga sulla corsa spagnola e sull’intero ciclismo iberico. Da una lato la soddisfazione del Governo del ciclismo mondiale per il modo in cui l’intera vicenda è stata gestita, dall’altro il disappunto del corridore spagnolo e del suo entourage per l’esito della stessa. L’Unione Ciclistica Internazionale ha difeso a spada tratta il
metodo di individuazione dell’Epo e ha riaffermato la propria «fiducia incondizionata» in uno strumento che è diventato dal 2001 il baluardo della lotta al doping. Heras contesta apertamente e continua a urlare la propria buona fede. I suoi tifosi accusano e scendono in piazza in difesa del loro beniamino, mentre Manolo Saiz, da sempre molto vicino a Verbruggen, all’Uci e al progetto ProTour, nel caso specifico non ha preso posizione. I suoi silenzi sono stati a dir poco imbarazzanti. Il 13 dicembre scorso si è dimesso Manuel Pinera, presidente della squadra Liberty Seguros, deluso per la positività del campione spagnolo. Manolo Saiz invece è ancora lì.

SPIEGATELO A PAT McQUAID. Il neo presidente dell’Uci è rimasto sorpreso dalla dura presa di posizione dei tre Grandi Giri, che hanno rotto gli indugi e hanno detto a chiare lettere: «questo ProTour non ci appartiene».
L’Uci aveva da giocare la carta della distensione, magari non attribuendo la ventesima licenza, e invece ecco il capolavoro: dal cilindro esce la Ag2r, del team manager Vincent Lavenue. La squadra francese ha ricevuto la licenza per quattro stagioni a partire da quest’anno e rimpiazza il Silver Team di Giancarlo Ferretti, la cui candidatura era ormai solo formale dopo l’addio della Fassa Bortolo e la spiacevole vicenda legata alla Sony-Ericsson. I Grandi Giri, che chiedono da tempo e a gran voce autonomia nella gestione dei diritti televisivi, un calendario meno affollato e un sistema di ProTour meno chiuso, si sono sentiti presi in giro. Un ProTour con 18/16 squadre, che lascia la facoltà agli organizzatori di invitare dalle quattro alle sei squadre, sarebbe stato semplicemente auspicabile. È sorprendente che il Governo mondiale di uno sport olimpico abbia invece messo a punto un sistema chiuso e in pratica antisportivo. Una vera lobby, con privilegi e privilegiati (sì perché le regole non sono uguali per tutti i team, soprattutto dal punto di vista fiscale). Come se Milan, Inter, Fiorentina e Roma giocassero per quattro anni di diritto in Champions League. Nel calcio c’è business, ma c’è soprattutto un meccanismo sportivo che regola l’accesso nel più importante torneo europeo. Se arrivi nelle prime quattro in campionato giochi, altrimenti ciccia. E non è solo una questione di budget o fatturati, vi ricordo che quest’anno in Champions ha giocato anche l’Udinese. Perché la Panaria, la Naturino, la Lpr o l’Acqua & Sapone non potrebbero sperare e ambire un giorno a poter accedere al ProTour per meriti sportivi? Spiegatelo al presidente Pat McQuaid.

SPIEGATELO NON SOLO A LUI. Non solo non doveva passare al professionismo perché privo del benché minimo talento, adesso fa anche il piangina e il paladino dello sport pulito.
Aveva tentato di addebitare il proprio fallimento al professor Francesco Conconi ritenendolo colpevole di falsare le corse dopando gli avversari, ma Maurizio Marchetti, 40 anni, di Sezze Romano (Latina) non fu ammesso a suo tempo come parte civile nel processo penale di Ferrara contro lo stesso Conconi, Grazzi e Casoni. Adesso Marchetti ci ha riprovato e l’ha fatto con un’azione civile di richiesta danni presentata il 2 dicembre (aggiornato al 13 gennaio) scorso al tribunale di Roma dai suoi avvocati Adriano Casellato e Roberto Mantovano. Marchetti, che corse tra i pro nella stagione ’96 con la Ideal diretta da Marino Basso, sostiene che nel ’97 abbandonò il ciclismo per non essersi mai sottoposto a pratiche di doping e ora chiamerà in causa per danni il Coni, la Federciclismo e la Lega ciclismo, perché il comportamento «fraudolento di certi corridori è stato possibile e favorito - scrive nella sua denuncia - dalla totale mancanza di vigilanza dei vertici dirigenziali del Coni, ad esempio verso il Centro Studi di Ferrara del professor Conconi».
Per la serie: Marchetti era un fuoriclasse, ma degli asini trasformati in puledri gli hanno impedito di diventare un vero campione. Ho corso in bicicletta, e ho imparato un paio di cose importantissime: comprendere i propri limiti e riconoscere i meriti degli altri. Ero una pippa e me ne sono fatto una ragione. Se ne faccia una ragione anche lui.
Pier Augusto Stagi
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