Rapporti&Relazioni
Le stagioni del ciclismo

di Giampaolo Ormezzano

Ma qual è la stagione giusta dei ciclismo? Impossibile dire tutto l’anno, o almeno, per chi crede ancora nelle stagioni, primavera-estate-autunno. Sarebbe presuntuoso, irrealistico, cieco. La stessa Formula 1 sta meditando se raccogliersi, compattarsi temporalmente di più: due Gran Premi in otto giorni piacciono, sanno di rivincita immediata, di meccanici in affanno per ovviare, cambiare, rattoppare, di polemiche tenute vive e subito messe in pista, non decantate, arrangiate in due settimane. Il calcio in fondo gode del suo climax massimo quando è tempo di Mondiale o di Europeo, tante partite in pochi giorni. E il basket sembra vivere di soli play-off, il tennis di quattro grandi veri tornei all’anno, a Melbourne-Parigi-Wimbledon-New York, mentre lo sci appare ormai rassegnato: la sua stagione, già stretta e breve per ragioni geoclimatiche, vive ormai di Mondiali ed Olimpiadi, non certamente di Coppa del Mondo, ridotta ad un lungo avanspettacolo.

Mi rendo perfettamente conto che l’immagine, come dire?, “maratonistica” del ciclismo con le sue fatiche lunghe e sorde non si potrebbe assolutamente sposare ad una sua eccessiva compattazione di impegni. Però si può mediare. Compattazione che fra l’altro esiste già, se si pensa alle grandi corse a tappe. Ma via, pretendere attenzioni, nel mondo di oggi, che durino da febbraio ad ottobre, da parte di bipedi ingozzati di tanto altro cibo sportivo come anatre da paté, è troppo. E cosa accade, poi? Che il Giro e il Tour hanno sì grande audience, come anche il Mondiale (ma non certamente per tutta la settimana iridata, troppo diluita e parcellizzata in gare di scarso richiamo), ma bastano ad avanzano per a) sfamare i patiti, almeno a livello di prima grossa nutrizione, b) nutrire bene gli altri, i fruitori normali di sport, così che poi difficilmente provano altri stimoli, c) mettere a posto con la coscienza, anzi con la coscienzuola, quelli che si rendono conto di dare troppe attenzioni al calcio ed ai suoi immediati succedanei e che offrendo un po’ di se stessi al ciclismo si fanno l’alibi dell’interesse ecumenico, della offerta di se stessa anche agli sport non rutilanti, facili e sontuosi.

Forse valutando appieno il non interesse per tutto quello che in primavera non è Milano-Sanremo o classiche del Nord, in estate non è Giro o Tour (con riserve poi per il Giro, o meglio per una certa speriamo tramontata idea del Giro), in autunno non è Mondiale o, ma con tanta buona volontà, Giro di Lombardia, si potrebbe evitare di organizzare corsette, anche a tappe, che non hanno eco, provocano reazioni persino selvagge sul piano del traffico, fanno spendere grandi soldi a organizzatori sempre più rari, poetici e poveri. C’è tutto un mondo ed un modo nuovo per le due ruote, ed è quello del cicloturismo spinto, soprattutto per donne e giovani in genere. Gratificare, coccolare, alimentare il “mix” fra campioni che si allenano e cicloturisti che gareggiano, stessi giorni stesse strade tanti confronti tanta propaganda. Possibilità di ottenere grossa televisibilità con iniziative speciali, affollate, di timbro ecologico, sociologico eccetera. Meglio, per tutti e per tutto, di una corsetta a tappe di cui non riferiscono bene neppure i giornali sportivi, e anche di una corsetta in linea costosa e di visibilità ridotta assai. Si tenga conto che le grandi battaglie calcistiche costano ormai troppo alle televisioni, e che offerte sportive a basso costo e di forte impatto sono da esse benedette: forse è il tempo di proporre loro un ciclismo nuovo, speciale, che non toglie niente dell’altro ciclismo diciamo di forte tradizionale impatto popolare.
Be’, sono idee e basta. Discutibili, magari: ma proprio per questo non sarebbe male discuterne.

fffff

All’alba dell’estate è arrivato a Napoli Diego Maradona, tiratissimo dopo la resecazione dell’intestino in una clinica colombiana, e si sono fatti accostamenti fra la sua vicenda e quella di MarcoPantani.
Precisazione personale: su Pantani ho delle idee, mie e non solo, che non vanno nel senso della deificazione del personaggio. E figuriamoci le mie idee su Maradona.
Comunque sono rimasto male per l’accostamento. Non perché Marco sia sottoterrra e Diego saluti la folla osannante in una città di un paese verso il cui fisco è debitore forte. Semplicemente perché il ciclismo non ha niente a che vedere con il calcio, questo calcio. Se nel ciclismo un atleta vince, si dopa, si droga non c’è possibilità seria di accostamento con una vicenda analoga nel calcio. Perché se esistono due mondi opposti, non solo diversi, sono quello della bicicletta e quello del pallone. Davvero sono storie che nascono da sorgenti che più diverse non possono essere. L’unico filo che le può legare è la presenza sordida del mercante di veleno, ecco. Ma questo non giustifica nessuna omologazione ambientale, etica, sentimentale. Ci vuole rispetto delle radici diverse del male, per disgraziate che siano.
Se mi santificano Maradona usando Pantani per fare più lucente l’aureola, nel mio piccolissimo posso anche arrabbiarmi in maniera tremenda. E sia chiaro che io non mi batto per la santificazione “comunque” di Pantani.
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