Gibo Simoni: «Io, la salita, Pantani, l'azzurro...»

di Alessandro Btambilla

Gilberto Simoni è stato uno dei campioni più tenaci e combattivi degli Anni No­vanta. Il trentino ”archetipo ideale da gare a tappe” ha tuttavia infarcito il palmares di successi anche con storiche corse in linea. «Per creare selezione -assicura Gibo Simoni, che il 25 agosto compirà  50 anni - a me bastava uno strappo, non necessariamente una salita da 15 chilometri per fare il vuoto».
La sua ultima gara è stato il Giro d’Ita­lia 2010. «Da allora fare il papà è la mia attività principale», dichiara il vincitore di 32 corse su strada da professionista tra i quali due Giri d’Italia, una tappa al Tour de France e due alla Vuelta a España. I coniugi Arianna e Gilberto hanno tre figli: Sofia, maggiorenne dal primo marzo, Enrico di 15 anni e Clarissa di 13.
«I principali interessi commerciali li ho nel settore immobiliare, seguendo la tradizione della mia famiglia», ag­giunge Gilberto, che il Giro d’Italia lo vinse anche quando era dilettante nel 1993.
Gibo, da professionista hai ottenuto la prima vittoria nella tappa di Arco del Giro del Trentino ’97. Già allora ti esaltava il fattore campo?
«Più che il fattore campo è stato il cast dei campioni ad esaltarmi. In particolare la presenza di Bugno con me nel drappello di testa. Gianni si è staccato in salita e quell’episodio mi ha messo le ali».
Hai trionfato ai Giri d’Italia del 2001 e 2003. Quale dei due è stato il più difficile da vincere?
«Sono stati entrambi molto difficili. Quello del 2001 sembrava facile: correvo nella Lampre e nei due Giri d’Italia precedenti ero arrivato terzo. Sono sta­ti determinanti i consigli del diesse Pietro Algeri per arrivare ad un successo così prestigioso».
Nel 2003 sei stato un cannibale: hai vinto maglia rosa, maglia ciclamino e tre tappe, compresa quella allo Zoncolan.
«La vittoria allo Zoncolan la ricordo per la fatica pazzesca che ha richiesto. Ma era fatica produttiva e l’arrivo delle tappe con salite, che tutti temevano, a me garantiva tranquillità. Gli altri non dormivano la notte della vigilia quando c’era uno Zoncolan da scalare. Io aspettavo le montagne per dormire di più».
Il terzo successo di tappa al Giro 2003 l’hai ottenuto alla Cascata del Toce, quando eri maglia rosa inattaccabile. Dissero che eri un despota: non hai lasciato andar via nemmeno Marco Pantani, che quel giorno cercava la vittoria di tappa per risorgere.
«Molti girano attorno a questa storia e pochi riescono a raccontare la realtà dei fatti: io non ho fatto molto per ri­prendere Pantani. Il potenziale vincitore alla Ca­scata del Toce doveva essere Dario Frigo per quanto aveva mostrato il giorno prima. Infatti Frigo alla Ca­scata è arrivato secondo. Perso­nal­mente lo dissi già alla vigilia di quella tappa che non avrei fatto regali. Lo stesso Pantani nei periodi migliori non ha mai regalato niente. Alla Cascata del Toce Marco è arrivato oltre la sesta po­sizione; se fosse giunto secondo potevano anche accusarmi. Al massimo ho privato Frigo della vittoria, non certo Pan­tani».
Nel Giro d’Italia 2004 sei arrivato terzo. Nella Saeco eri coequipier di Damiano Cu­nego, vincitore finale. Tu hai trionfato sull’erta di Corno alle Scale. Insomma, un Simoni molto forte ma battuto da Cu­nego e Gontchar.
«È stata soprattutto una caduta nella cronometro di Trieste a rovinarmi il Gi­ro. Quel giorno giove pluvio si scatenò solo quando presi il via io e ca­dendo persi tempo prezioso e mi procurai problemi fisici che si trascinarono qualche tappa. Non ho perso quel Giro a Montevergine, quando Cunego s’impose, e nemmeno su altre salite. A Trieste persi un Giro comunque anomalo: siamo arrivati 12 giorni allo sprint, e Petacchi vinse 9 tappe. Da quando io ho smesso di correre le tappe che si risolvono allo sprint si contano sulle dita di una mano. Se fosse stato un Giro sullo stile di quelli post 2010 avrei potuto correre con più tranquillità. Io a Trieste 2004 disputai la crono con grande foga per guadagnare secondi preziosi, forse anche per quello finii per terra. Coi percorsi di adesso, una crono è decisamente meno determinante».
Al Giro d’Italia hai continuato ad essere protagonista e nel 2005 sei arrivato secondo in classifica, a soli 28” dal vincitore Savoldelli. Rimpianti?
«Savoldelli è stato bravo nella gestione tattica della corsa, soprattutto nei pri­mi quindici giorni. Nella penultima tappa io ho attaccato sul Colle delle Finestre, andando fortissimo. Purtrop­po è sul Sestriere, una salita tutto sommato dolce, che sono stato inferiore a quan­to auspicavo, accusando molto la fatica».
In totale sei salito sette volte sul podio al Giro d’Italia, mai su quello del Tour de France o della Vuelta a España.
«A parte Pantani, tra i corridori della mia generazione nessuno finiva sul po­dio in Giro e Tour nel medesimo an­no».
È più emozionate vincere sull’Angliru alla Vuelta o al Giro sullo Zon­colan?
«Mi ha emozionato di più indossare la maglia rosa, la prima per me al Pordoi nel 2001».
Sullo Zoncolan hai concesso il bis al Giro 2007 benché altri fossero i favoriti.
«Nel 2003 avevo vinto con la consapevolezza di essere il più forte di tutti. Nel 2007, comunque, ho affrontato lo Zoncolan con l’impeto del più forte, accusando qualche difficoltà. Ho rivinto su quel traguardo grazie a esperienza e volontà».
Tu hai vinto una Japan Cup, due Giri dell’Emilia, due Giri dell’Appennino, altre corse non necessariamente da scalatore.
«Non ho mai lottato per conquistare la maglia verde al Giro proprio perché non mi ritenevo solo scalatore. Certe volte volevo uscire dal mio personaggio».
Hai disputato solo due Mondiali su strada. Ti sei mai chiesto il perché?
«Commissari tecnici e Federazione non mi tenevano in considerazione. I Mon­diali 2000 e 2001 per il sottoscritto so­no stati molto tristi per me. Ma non me­no dolorosa fu l’esclusione dal giro azzurro per la sfida iridata di Verona nel 2004, stagione in cui andai fortissimo. L’Italia a Verona schierò una squadra tipo Gruppo Sportivo costruito non a tavolino, ma a tavola, anziché alle gare».
Forse eri fuori perché Verona 2004 non era Mondiale da scalatori.
«La salita delle Torricelle per me era più che sufficiente. Mi bastava anche la metà. Ad esempio al Mondiale di Li­sbo­na 2001 c’era solo un cavalcavia e io sono stato l’unico a fare la differenza. Poi siamo arrivati in 100 allo sprint».  
Al Giro d’Italia 2006 c’è stato un diverbio all’Aprica con Ivan Basso. Come sono ora i vostri rapporti?
«Io e Basso non ci frequentiamo».
In compenso negli ultimi quattro anni di carriera sei stato azzurro nella mountain bike.
«Se ho corso fino a 39 anni è merito della mountain bike; mi ha fatto benissimo. Ho avuto belle soddisfazioni. Nel fuoristrada c’è stata molta più considerazione per il sottoscritto: in quattro stagioni ho partecipato ad altrettati   Campionati del Mondo. Su strada in 17 stagioni da “prof” ne ho corsi solo due. Lascio a voi le conclusioni».

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