Van der Poel, il nuovo fenomeno

di Pier Augusto Stagi

Incomincerei dai dubbi e dai so­spetti che non abbandonano mai le menti dei tanti aficionados di cose ciclistiche e che la sanno sempre più lunga di tutti. Par­tiamo da questi signori che han­no le menti ammorbate da scorie negative e hanno la capacità di trovare da ridire anche davanti alla bellezza del­la natalità o ai colori dell’aurora bo­reale.
Sempre con il freno a mano tirato, cosa che Mathieu Van der Poel non sa neppure cosa sia, visto che va sempre di fretta a tutta e fin che ne ha. È fatto così il pupo di mamma Corinne e papà Adrie, ma anche di nonno Raymond Poulidor. Ha preso la scia, dicono i sa­pienti osservatori. Ha fatto qualcosa di pazzesco e inspiegabile, aggiungono. Aveva il motorino, insinuano. Peccato che questo ragazzo ha sì fatto qualcosa di fenomenale, ma è pur sempre vero che l’ha fatto con uno stuolo di avversari attorno e dietro, battuti di un amen sul traguardo, e con davanti Fu­glsang, Kwiatkowski e soprattutto Ala­phi­lippe, con quest’ultimo che ha letteralmente gettato alle ortiche una vittoria pronta da derubricare come cosa fatta.
Detto questo, passiamo al prodigio. A que­sto ragazzo di soli 24 anni che do­po aver dominato in lungo e in largo sul fango del cross vince come il papà, esattamente come lui con un recupero incredibile (Adri vinse sempre l’Amstel nel 1990 con un recupero monstre, ndr). Stessa corsa, stesso finale. In­cre­dulo papà, incredulo il figlio e di conseguenza anche il papà.
Che sia un prodigio della natura lo sa bene chi segue le cose del ciclismo. Nel palmares di questo giovanotto esuberante e coraggioso ci sono già due titoli iridati cross, oltre ad altri due da juniores e, nella stessa categoria, quello su strada. Si aggiunga a tutto questo anche l’argento Europeo conquistato lo scorso anno alle spalle del nostro Matteo Trentin.
Mathieu passa dal cross alla strada con assoluta naturalezza. Il suo approccio è sempre lo stesso: andare all’attacco. Sui prati del cross 31 vittorie in 33 gare compreso il Mondiale e tutte le otto tappe del Superprestige. Su strada, fino al momento di scrivere queste poche note, cinque vittorie (in 15 corse) tra le quali una tappa della Sarthe, l’Attra­verso le Fiandre e la Freccia del Bra­bante. A queste vittorie va aggiunto un più che buono quarto posto al Fiandre, condizionato - ma nemmeno molto - da un ruzzolone da principiante (con il tu­bolare anteriore sgonfio, ha la bella idea di togliere una mano dal manubrio e inevitabile è la caduta) che non gli to­glie però la forza e l’entusiasmo di ottenere un piazzamento ancora migliore.
«Io sono abituato a correre all’attacco perché fa parte della mia natura - racconta Mathieu a chi gli chiede il perché di tanta veemenza nelle sue prestazioni -. Io amo attaccare, diversamente non mi divertirei. Il ciclismo è parecchio no­ioso. Se vuoi che ti seguano devi fare così. Lo faccio per gli sportivi, ma so­prattutto per me stesso. Ho una condotta di gara che può portare anche al­la sconfitta? Pazienza. Quando va male si pensa alla prossima».
Per filosofia assomiglia tantissimo a Peter Sagan, anche se Mathieu pare essere molto più esuberante e incontenibile del corridore slovacco. Molto più sfrontato e spregiudicato, incurante di quello che possono riservargli una corsa e gli avversari. «Mi piace la sfida. Vo­gliono contrastarmi? Che mi vengano a prendere», dice.
In verità sono tanti che vorrebbero pren­derlo. È corteggiatissimo, ma lui -che non ha il procuratore ma guadagna già oltre due milioni di euro - non ne vuole sapere di cambiar squadra. Tra i corteggiatori più assidui c’è quel mago di Patrick Lefevere, il gran capo della Deceuninck-QuickStep che, nonostante sia molto attento ai bilanci, sarebbe disposto a tutto pur di accaparrarsi le prestazioni di questo fenomeno.
«No, grazie. Ho un contratto con la mia squadra fi­no al 2023» è la sua risposta.
La squadra è la Co­rendon Circus, una Pro­fessional belga che come sponsor ha un tour operator turco.
È chiaro che per questo ra­gazzo non c’è posto solo per la bicicletta. Non è nato per fa­re solamente il ciclista, ma per divertirsi e divertire in sella alla sua Canyon. Al suo fianco ha anche una bellissima ragazza, con la quale trascorre il tempo libero. Si chiama Roxanne Bertels, è una ra­gazza belga che lavora al marketing della Porsche. Inu­tile dire che Mathieu ha sia la Porsche che la sua marketing, conosciuta in Fin­lan­dia in occasione di una manifestazione organizzata dal noto marchio te­desco. Quando può, anche se è uno degli sport banditi per un ciclista professionista, gioca al calcio. Non ha una ben definita fede calcistica, non tifa per nessuno, ma ama giocare. Adora gli animali e per questa ragione ha due dalmata: Luna e Solly. Generalmente fa quello che si sente, e non gli interessa assolutamente quello che dicono i ma­nuali del buon ciclista. Adora le patatine fritte, meglio se annegate in grandi quantità di maionese o ketchup. Se ne ha voglia, le mangia. Il suo motto? «Non credo che correrei dieci secondi più veloce se rinunciassi alle patatine fritte».
Si gode la vita, ma sa anche far godere in bicicletta. Su questo non ci sono dubbi. È lì da vedere. Nel giorno di Pasqua, sulle strade della sua Amstel, decide di dare gas quando al traguardo mancano ancora 43 chilometri. Per molti - me compreso - è un attacco troppo precipitoso anticipato. Ma nella testa di questo ragazzo è chiaro che ci sono i tempi e i modi del cross. Quell’ora di gara da vivere a pieni polmoni è dentro di lui.  Mathieu è abituato a fare così. So­prat­tutto nel finale, quando intuisce (e gli riferiscono) che da­vanti cincischiano e fan­no melina. Alaphilippe pensa di aver già vinto, il campione d’Olanda è convinto di non aver ancora perso. Per questo si met­te in testa al gruppetto degli immediati inseguitori e tira a più non posso. Come ha sempre fatto nelle cor­se di ciclocross, solo che qui l’ora da cor­rere arriva dopo quattro ore abbondanti di corsa. Lui mena a tutta e le rifila a tutti. I geni sono importanti, ma anche il genio ha il suo peso. E que­sto ragazzo di creatività e intraprendenza ne ha da ven­dere. Il papà ha dato il suo imprinting: Adrie, prof dal 1981 al 2000, si è portato a casa l’Amstel nel 1990, il Giro delle Fiandre 1986, la Liegi-Bastogne-Liegi 1988, oltre a due tappe al Tour de France, la Clásica San Sebastián 1985 e il titolo mondiale di ciclocross nel 1996. Anche mamma Corinne ha contribuito in ma­niera importante con qualche gene di papà Raymond Poulidor, a sua volta profesionista dal 1960 al 1977, una Vuelta, sette tappe al Tour de France, una Milano-Sanremo e una Freccia Val­lone nel paniere. Raymond, al pari del nostro Tano Belloni, era considerato in Francia l’ “eterno secondo”, ma come il nostro era un vincente. Del nipotino si sa ancora poco, ma s’intuisce il talento purissimo. Una determinazione fuori dal comune. Una voglia di arrivare che non ha eguali. Ha le idee chiare: per Mathieu c’è il sogno olimpico da inseguire e corononare tra un anno a Tokio nel Cross-Country. Ecco perché non ha intenzione di passare di categoria. Il World Tour può attendere. Prima c’è da fare punti sullo sterrato. Prima c’è da appagare l’appetito di un alloro olimpico che il pupo assapora da temp­o. Nel frattempo, comunque vada, c’è da divertirsi. Lui di solito non delude mai.

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