Rapporti&Relazioni
Coppi e il Toro, storie parallele
Mi scuso della prima persona, stavolta abbastanza singolare perché scrivo di un grande tifoso nel ciclismo di Coppi, nel calcio del Torino. Quel grande tifoso sono io. Giornalista sportivo da oltre cinquant’anni e assolutamente giornalista parziale. Da notare che quando, piccino, appena finita la guerra, presi a tifare per Coppi e ripresi a tifare per il Torino da me già percepito agli inizi degli anni quaranta, quando cominciavo ad andare a scuola, non sapevo che Coppi fosse caldo tifoso granata. Lo appresi tardi, molto tardi, quando il Grande Torino era già incernierato nel mito e Coppi era morto da poco.
Il grande tifoso e piccolo giornalista ha pur sempre mandato avanti oltre mezzo secolo da scrivano senza patire troppe critiche e senza accusare troppi cali di dignità, è ormai arrivato al punto in cui si crede di avere capito tutto o almeno qualcosa, eppure adesso rimane stupito di una cosa, una faccenda editoriale, alla quale magari lui stesso ha concorso senza però accorgersene.

Sto parlando della enorme quantità di iniziative appunto giornalistiche o editoriali intorno a Coppi ed al Torino. Nel primo caso si tratta di un grande campione marmorizzato nella leggenda, nel secondo si trattava di una grande squadra, ma adesso si tratta di una squadra in gravi difficoltà, in quasi perenne crisi. Eppure l’intensità delle rievocazioni scritte o filmate è simile per le due entità, e non ha pari nel nostro panorama mediatico sportivo.
Su Coppi fioriscono pubblicazioni, intorno a Coppi crepitano iniziative, nascono raduni e musei, beatificazioni e calendari, trattorie e percorsi stradali. Pare proprio che Coppi «tiri» sempre, intanto che si rassoda anche il mito di Bartali, il quale ottiene ricordi e rievocazioni in misura non pari a quella del rivale ma pur sempre alta.

Qualcuno può leggere in questa propensione del ciclismo al culto degli uomini-leggenda una sorta di resa di fronte al presente, di fuga all’indietro, nel passato, per evitare la giungla del futuro. Possibile. Certo che l’intensità di questo culto dei campionissimi non ha pari altrove nello sport italiano: gli dei del calcio sono comunque oggetto di culti spiccioli, particolari, ad opera di questa o quella confraternita. E qualsiasi timido processo di beatificazione sembra doversi accompagnare ad un esplicito processo di demonizzazione di un avversario, squadra o singolo che sia. Per elogiare Rivera si diceva che Mazzola valeva poco. E adesso Totti «sale» a spese di Del Piero. Nel ciclismo invece Coppi è grande, Bartali è grande, le due grandezze convivono, non si sposano ma convivono, e comunque ognuna ha una sua peculiarità.
Nel calcio il Torino, talora agganciato al Grande Torino ma spesso anche da solo, vive una stravita editoriale che non ha niente a che vedere con la sua povera vita calcistica partita dopo partita. Si pensi che nella città della Juventus il Torino ha quattro trasmissioni televisive settimanali tutte dedicate a lui, contro una per la squadra bianconera, e ha ben quattro pubbblicazioni periodiche sulle sue vicende, contro una della Juventus. Per il club bianconero, gloriosissimo, scudettatissimo, soltanto il mensile Hurrà Juventus, edito dalla stessa società.  Per il Torino in B il mensile analogo Alè Toro ma anche il settimanale Granatissimo, il mensile Il trombettiere del Filadelfia ed il mensile satirico Fegato granata.
Non pensiamo ci possa essere un chiaro perché, e dunque ci e vi esimiamo da ogni indagine sociologica ed ambientale. Le cose stanno così, amen. Naturalmente viene da pensare che se Coppi fosse vivo sarebbe presidente del Torino o almeno editore di un giornale di parte dove il mondo del ciclismo fosse dal Campionissimo portato lentamente ma inesorabilmente alle tremende delizie del tifo granata. Certo che il giornalista che io cerco ancora di essere si sente sfrucugliato da questa situazione, e per ora smista una patata non bollente, però già buona per farci una purea di supposizioni.

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Pare che una possibile e per certi aspetti imprescindibile destinazione di obsoleti velodromi cittadini sia quella di impianti per la fitness sportiva di ultima versione. Velodromi come palestre di esercitazione per panciuti, scheletrati, malformati. Sembra che la bici su pista faccia bene al cervello nel senso che attiva i riflessi e costringe intanto alla continua attività, per via del pignone fisso, nonchè alla continua tensione, per via del pericolo di cadute.

Velodromi dunque come palestre? Possibile, a patto di fare in fretta, prima che il penultimo topo abbia rosicchiato l’ultimo velodromo. Resta il problema della pista classica che muore, che finisce. Ma presto la televisione comanderà campionati su strada che in realtà si disputino in un catino facilmente copribile e riportabile dalle telecamere, meglio se fisse (costano meno). E allora la pista, che è donna, dovrà acconciarsi per sopravvivere a imitare tante povere donne: farsi donna di strada.
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