Editoriale

di Pier Augusto Stagi


«È stata la sfida più grande della mia carriera». Chris Froome per il suo trionfale volo rosa non ha usato parole di circostanza, ma solo superlativi. Per sé e per la “corsa rosa”. Francamente, come anche su tuttobiciweb ho e abbiamo più volte scritto, è stato davvero un gran bel Giro. Ben disegnato e, soprattutto, interpretato alla grande dai corridori. Però, alla fine di questo spettacolare viaggio, mi sento in dovere di analizzare alcune cose che non possono né essere ignorate né tantomeno taciute.

“MONSTRE” IN MOSTRA. Andiamo con ordine. La prima: questo Giro è stato spettacolare perché il livello dei partecipanti in corsa non era “monstre”. La stessa Sky e lo stesso Froome sono arrivati al Giro con una condizione buona, ma non buonissima. Le cadute, di Gerusalemme prima e di Montevergine di Mercogliano dopo, hanno rallentato e anche reso più difficile il cammino del fuoriclasse britannico che, essendo tale, in ogni caso ha rimediato ad una partenza falsa grazie ad una settimana finale da autentico campione. Ma chi ha trovato sulla propria strada? Tom Dumoulin. Eccezionale passista, che però nulla ha potuto sulle salite con pendenze feroci, se non limitare i danni.
Corsa non bloccata. Quindi, corsa apertissima. Con qualche big – Froome e Dumoulin, oltre ad un Aru non giudicabile – e tanti giovani corridori scalpitanti pronti a mettersi in mostra. Corsa divertente perché il livello è stato non eccelso. Al Tour, con tutto il rispetto per la nostra gara, la posta in palio è di tutt’altro genere. Non per niente i migliori corridori del mondo saranno tutti là, dal primo all’ultimo; dal passista allo scalatore per arrivare agli sprinter.
Sulle strade di Francia a bloccare la corsa non è solo il team Sky, ma anche l’Astana, l’Ag2r, la Movistar di Quintana, Landa e Valverde (tutti assenti al Giro). È vero, generalmente sulle strade transalpine vince la noia, per un’andatura folle e controllata dai grandi team. Tutto viene programmato, nulla lasciato al caso: è quasi sempre bandita la creatività, che sulle nostre strade ha avuto il sopravvento. La Sky si è solo intravista nell’ultima settimana, dove ha chiaramente supportato un Froome non stratosferico, ma in grado in ogni caso di fare cose eccezionali e quindi la differenza.
Ne riparliamo tra qualche settimana in Francia, dove ci sarà tutto un altro modo di correre, interpretare la corsa e un livello di partecipazione (Romain Bardet, Nairo Quintana, Mikel Landa, Alejandro Valverde, Vincenzo Nibali, Jakub Fuglsang, Richie Porte, Rafal Majka, Peter Sagan, Bauke Mollema, Primoz Roglic, Geraint Thomas, Mikail Kwiatowski, Greg Van Avermaet, Rigoberto Uran, Warren Barguil, Michael Matthews, Caleb Ewan, Adam Yates, Daniel Martin, André Greipel, Arnaud Demare, Marcel Kittel, Alexander Kristoff tanto per fare qualche nome in ordine sparso) totalmente diversi. Probabile che sia anche tutto meno divertente, ma credetemi, sarà durissima. Perché al Tour è sempre una finale olimpica o di Champions, tra il meglio del meglio, e se finisce al fotofinish o ai rigori non significa che la sfida non sia stata all’altezza. Anzi.

W L’ITALIA. Ho letto di bilanci catastrofici per il nostro movimento. È mancato Fabio Aru, e la cosa è sotto gli occhi di tutti, ma anche nei confronti del campione d’Italia abbiamo il dovere di manifestare la nostra delusione, senza però gettare tutto quello che di buono (e tanto) fin qui il corridore sardo ha fatto. Una vittoria alla Vuelta, un secondo e un terzo al Giro, un quinto un anno fa al Tour: insomma, risultati di rilievo che lo pongono tra i migliori interpreti del mondo nei Grandi Giri. Credete davvero che Fabio si sia dissolto? Io non lo penso assolutamente. Ha subito un durissimo colpo, questo sì, e penso anche che un grande campione che vuole considerarsi tale debba avere la forza di rialzarsi e ripartire da qui. I grandi generalmente si rigenerano proprio dalle loro più profonde sconfitte. È dalle disfatte che traggono linfa e nettare vitale per accrescere la loro fame di rivalsa. E, conoscendo Fabio, sono sicuro che sarà capace di tornare non solo quello di prima, a molto meglio.
È vero, dopo sei anni l’Italia (2012, Hesjedal, Rodriguez e De Gendt, ndr) è scivolata giù dal podio. Domenico Pozzovivo ha stazionato sul terzo gradino fino al terzultimo giorno, prima di saltare e accontentarsi di un più che onorevole 5° posto. Oltre al suo, possiamo registrare il 10° posto di Davide Formolo (benino, ma non benissimo) e il 19° di Gianluca Brambilla. Niente podio rispetto all’anno scorso, ma cinque vittorie di tappa: 4 con Elia Viviani, una con Enrico Battaglin. Contro l’unica di un anno fa con Nibali, il quale chiuse sul podio alle spalle di Dumoulin e Quintana. Però, quest’anno, c’è anche una maglia ciclamino della classifica a punti con Elia Viviani.
Ho letto che mai nella storia del Giro abbiamo piazzato solo 12 corridori nei primi 50. Ma se i numeri dicono tanto, molto va anche detto per spiegare il radicale cambiamento del ciclismo negli ultimi dieci anni. La mondializzazione non è più solo un modo di dire, è un fatto conclamato e reale. Ci sono sempre più stranieri, e tantissimi sono di ottimo livello. Richard Carapaz (4° nella generale), corridore ecuadoriano è un signor corridore, non una suggestiva partecipazione forestiera. Quest’anno al via da Gerusalemme c’erano soltanto 45 corridori italiani su 176. Negli anni Ottanta, tanto per capirci, su 162 partecipanti gli italiani erano 100. Nel 1990, anno di Bugno, al via 197 corridori, con 88 italiani. Nel 1994, vittoria di Berzin, con Pantani che esplode, al via da Bologna c’erano 153 corridori, di cui 81 italiani. Nel ’98, l’anno del Pirata, al via da Nizza c’erano 162 corridori e ben 102 erano di casa nostra. Nel 2000, anno di Stefano Garzelli, da Roma si è mosso un gruppo di 179 corridori, di cui 92 italiani. Il primo vero crollo di partecipazione italica lo registriamo nel 2005, vittoria di Paolo Savoldelli: 197 corridori al via, e solo 52 gli italiani. E lo stesso nel 2006, vittoria di Ivan Basso: 198 corridori e solo 48 italiani. L’anno scorso e quest’anno 45, minimo storico di tutti i tempi. Un anno fa, per la precisione 43, visto che Pirazzi e Ruffoni furono fermati prima di partire.
Numeri e statistiche, tanti i ragionamenti fatti sul numero di vittorie ottenute dai corridori italiani, ma forse è anche il caso di vedere con quanti abbiamo corso il Giro e forse anche con chi. Perché i numeri si contano e si pesano. Perché come sono solito dire, più di Mario Cipollini ha vinto Roberto Gaggioli.

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