Consonni: «Ora voglio un podio tutto mio»

di Giulia De Maio

Non ama la ribalta, ma sogna di conquistare la gloria tut­ta per sé. Simone Con­sonni ce lo aveva rivelato dopo i Giochi Olimpici di Parigi 2024 e lo ribadisce una vol­ta archiviato il campionato del mondo su pista di Ballerup, primo tassello del suo progetto per il nuovo quadriennio a cinque cerchi.
«Avendo vinto tre medaglie olimpiche, di cui due con il quartetto e una in coppia, mi piacerebbe salire sul podio olimpico da solo. Dopo aver fatto parte del “quartetto di Ganna” e aver chiuso il cerchio nell’ultima Madison di Vi­viani, chissà che non possa mettermi alla prova nell’Omnium. Anche se è difficile, sognare non costa nulla» ci aveva confidato con la consueta pacatezza il 30enne di Ponte San Pietro nell’intervista doppia con la sorella Chia­ra, olimpionica nell’americana a Parigi con Vittoria Guazzini, pubblicata su tuttoBICI di settembre. 
Se su strada con la maglia della Lidl-Trek si è ritagliato il prezioso ruolo di ultimo uomo di Jonathan Milan, in pi­sta ha giustamente l’ambizione di ricercare altri risultati in prima persona. Nonostante si celebrino più spesso gli altri compagni di Nazionale, nella sua bacheca brillano un oro, un argento e un bronzo alle Olimpiadi. A To­-kyo 2021, nel quartetto, arrivò in pratica allo svenimento per tenere il ritmo nel finale di Ganna e Milan (do­po il fondamentale lavoro di Francesco La­mon) e conquistare un oro storico. A Parigi 2024 i podi sono stati due: al bronzo del quartetto si è aggiunto uno spettacolare argento nell’americana con Elia Viviani. Può vantare 3 medaglie olimpiche proprio come Elia e Fi­lippo, a cui vanno ag­giunti il mondiale nel quartetto vinto a Roubaix nel 2021 più altre nove medaglie fra argenti e bronzi dal 2017, due titoli europei e otto secondi e terzi posti continentali. 
Dal podio mondiale dell’Omnium che per anni è stato appannaggio del campione veronese oro a Rio 2016, il suo giovane alter ego può davvero iniziare a pensare di giocarsi la sua occasione in una disciplina che è perfetta per le caratteristiche del tenace bergamasco. 
Simone il sogno Los Angeles 2028 non è così lontano... 
«Lo è, ma ci lavoriamo (risponde deciso e con un sorriso malizioso, ndr). E per prendere confidenza con l’America questa sarà la meta delle mie prossime vacanze ad Antigua, dove andrò a rilassarmi con mia moglie Alice dopo una stagione davvero intensa. Sento il bisogno di ricaricare le batterie e trascorrere del tempo con le persone a me più care prima di rimettermi a inseguire nuovi obiettivi. Voglio continuare a fa­re bene con la squadra, essere sempre più protagonista nelle vittorie di Jo­na­than ed alzare le braccia al cielo se si creerà l’occasione. Nel ciclismo di oggi anche quello che sto ricoprendo su stra­da è un ruolo importante e che mi piace». 
Tornando alla pista: volevi la maglia iridata. 
«Sì, avrei voluto regalare a familiari, amici e tutte le persone che girano intorno al nostro gruppo il titolo mondiale. Ce lo meritiamo e sarebbe stato la giusta ricompensa per il lavoro svolto quotidianamente per me e tutta la squadra azzurra. Spero comunque di avervi fatto divertire e di essere riuscito a trasmettervi emozioni belle e in­tense. Secondo nello scratch alle spalle dell’olandese Dorenbos, sesto nella tempo race che di solito mi risulta un po’ indigesta, terzo nell’eliminazione. Mi sono presentato alla corsa a punti, l’atto decisivo, in seconda posizione: a 8 lunghezze da Do­renbos, con 10 di vantaggio su Hayter e Rui Oliveira. Era tutto ancora in gioco, visto che con questo regolamento è proprio la corsa a punti ad avere il peso specifico maggiore nella definizione della classifica finale. Proprio quest’ultima prova dà spazio ad eventuali sorprese come il belga Lindsay De Vylder, che era quinto, ma con due giri guadagnati è riuscito a scavalcarmi». 
Più felice per la medaglia o deluso per aver mancato l’oro? 
«Domanda difficile. È pur sempre un ar­gento mondiale in una specialità olimpica, ottenuto in una gara di livello altissimo. Avendo già nel palmares due argenti europei e un bronzo mondiale, stavolta volevo solo la maglia. Nel­l’ul­tima prova ho cercato un po’ di giocare con i miei avversari, un gioco che è riuscito solo a metà perché il belga ha fatto una corsa incredibile. Come det­to, la strada verso le prossime Olim­piadi è ancora lunga, però nella mia testa ho un progetto e questo argento è un bell’inizio. Nell’Omnium, adesso come adesso, le gambe sono “simili” per tutti. Nella corsa a punti, De Vyl­der è partito a 20 punti da me, quindi era il meno curato. Lui è stato forte e bravo a cogliere le occasioni e si è meritato un bell’Omnium, veramente incerto e chiuso. Parlavo anche con gli altri ragazzi del fatto che solitamente il mondiale dopo l’Olimpiade è sempre un filo più aperto e tranquillo perché si arriva tutti un po’ più scarichi. Invece sia nei quartetti per i primi due posti, sia nell’inseguimento individuale si so­no visti tempi da paura. La verità è che nelle varie prove dell’Omnium, devi andare sempre forte uguale. Per come si era messo, ci credevo. Ad ogni modo ci riproverò, questo è poco ma sicuro».
Con l’argento mondiale al collo in una disciplina olimpica cosa vedi dalla tua finestra sul futuro? 
«L’Omnium mi è sempre piaciuto e quando per qualche ragione non c’era Elia ho sempre tirato fuori delle buone cose. Ai mondiali di Apeldoorn nel 2018 ho vinto il bronzo. Agli Europei di Monaco e poi a Grenchen l’anno scorso ho preso l’argento, per giunta dietro Ben Thomas, che sappiamo tutti quanto valga e a Parigi ha dominato. E quindi mi sono detto: “perché non provarci?”. Non voglio pormi limiti, con quelli perderei di sicuro. Voglio godermi tappa dopo tappa il percorso e cercare di ottenere il massimo possibile per me stesso. Si parla tanto di ricambio generazionale e in termini di età dopo Scartezzini e Viviani arrivo io, ma è presto per pensare alla pensione. A Los Angeles 2028 avrò 33 anni (34 li compirà il 12 settembre, ndr) e sono convinto che la carta d’identità non sa­rà un limite. Anzi magari, per come si corre l’Omnium ultimamente, l’esperienza farà la differenza. Finché si riesce a mettere in campo prestazioni, secondo me l’età non conta».
Viviani è sempre stato il tuo modello. 
«Sì, avendo sempre praticato pista già a Londra quando Elia era in testa nel­l’Omnium che perse all’ultima prova lo avevo come riferimento, correndoci al fianco anche su strada mi ha fatto crescere e completato come atleta. Io penso che fenomeni si nasce, campioni si può diventare. Se Pippo e Jonny appartengono alla prima categoria, io ed Elia possiamo dire di far parte della seconda. Madre natura deve fare la sua parte, ma l’impegno e il lavoro permettono di raggiungere traguardi importanti anche se non si è dei predestinati. Credo di esserne la prova. A Tokyo pensavo di aver raggiunto l’apice e invece tre anni più tardi a Parigi con i miei compagni sono riuscito a confermarmi tra i primi al mondo portando a casa addirittura due medaglie. Non so in quanti se lo sarebbero aspettati, io sì perché sapevo quanto mi ero preparato per essere al top in tre discipline (Omnium compreso, di cui era la riserva di Viviani, ndr)».
È stato difficile mantenere la concentrazione alta per il mondiale dopo le Olim­piadi? 
«No, io mi diverto quando vado in giro con il gruppo della Nazionale, quasi mi sembra di essere in vacanza, quindi non mi pesa minimamente. Ho parlato con il CT Marco Villa della possibilità di concentrarmi bene sull’Omnium perché volevo vincere questa maglia, che mi manca da singolo. Ho vinto medaglie olimpiche e mondiali nel quartetto e nella Madison, sono sempre salito in compagnia di qualcun al­tro sui podi più importanti. Nella mia testa ora c’è la voglia di far vedere che posso conquistare una maglia iridata e una medaglia olimpica da solo. Non per dimostrare chissà cosa agli altri. È una cosa che voglio, a cui tengo per me stesso».
Da bambino cosa desideravi? 
«Non ho mai sognato così in grande, soprattutto da piccolo visto che il ciclismo non era nei miei piani. Nessuno in famiglia lo aveva mai praticato né pre­so in considerazione. Io, e i miei fratelli dopo di me, ci siamo appassionati un po’ alla volta, vivendo la bici come un gioco. Il primo ricordo che ho legato al ciclismo risale alla mia primissima gara, a Bonate. Io avevo 6 anni, papà e nonno Gianni litigavano perché quest’ultimo aveva visto degli altri bambini cadere e aveva paura mi facessi male. “Se chel s-scetì al se fa’ mal, me ta’ cope” gli ripeteva tra ostie e porconi (ride, ndr). Andò tutto bene e ora il nonno che ci guarda da lassù sono sicuro sarebbe orgoglioso di dove siamo arrivati».
Quanta fame ha ancora Simone Conson­ni? 
«Tanta, in tutti i sensi. Ho un debole per i primi. Con i casoncelli, la carbonara, ma anche con una semplice pasta in bianco con olio e formaggio sono felice. È più facile elencare ciò che non mi piace che il contrario, apprezzo an­che ogni tipo di verdura e frutta. Rie­sco a mantenermi in linea senza essere troppo puntiglioso, so che la cotoletta con la maionese non posso mangiarla tutti i giorni, ma non mi sono mai privato di nulla in modo esagerato. Cerco sempre di bilanciare bene il piatto, ci sto attento, accontentando anche il pa­lato. Se non avessi fatto il ciclista probabilmente avrei provato a diventare chef perché ho sempre avuto la passione per la cucina».
Interessante la passione per i primi... 
«Beh, se torniamo a parlare di risultati e non di piatti è chiaro che ogni atleta punta alla vittoria. In questi anni ho imparato che le medaglie olimpiche ti danno tanto seguito, attenzioni, spazio sui giornali. Io non amo stare sotto i riflettori, ma ritengo un privilegio po­ter essere un esempio per i giovani. Dopo l’oro di Tokyo ho subito a livello mentale lo stare sotto i riflettori e un passo dietro ai miei compagni da prima pagina. Mi sono sempre allenato con corridori come Ganna, Milan e Lamon (il migliore al mondo nel suo ruolo quindi per me fenomeno quanto i pri­mi due), stando “nel mezzo” del quar­tet­to, letteralmente. Da Parigi so­no tornato con due medaglie al collo, una nuova consapevolezza e ancora più vo­glia di lavorare sodo per altri quattro anni tra strada e pista. In primis, per me».

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