Edoardo Affini: «I miei mesi più belli»

di Carlo Malvestio

«Sei un compagno fedele che ha sempre messo gli altri davanti a sé stesso. Per anni, ti sei dedicato alle cronometro. Ci sei andato vicino tante volte senza riuscirci. Fino ad oggi, subito dopo una Vuelta che tu stesso hai definito la più dura di sempre. Sei campione d’Europa a cronometro, e nessuno meritava questo titolo più di te, Edoardo. Siamo orgogliosi di te!”. 
Con questo messaggio la Visma | Lease a Bike ha celebrato il titolo europeo a cronometro conquistato da Edoardo Affini nella rassegna continentale in Limburgo, e non servirebbe altro per spiegare la persona, l’atleta e la considerazione di cui gode il corridore mantovano tra compagni di squadra e avversari. È davvero difficile trovare qualcuno che non sia stato contento di questo successo di Edoardo.
Una settimana dopo, inoltre, a Zurigo, Affini ha conquistato anche la medaglia di bronzo mondiale dietro a due fuoriclasse come Remco Evenepoel e Filippo Ganna, senza contare l’oro eu­ropeo e il bronzo mondiale portati a ca­sa nel Team Relay. Comunque vada il proseguo della sua carriera, che vinca ancora o meno, questo settembre 2024 se lo ricorderà a lungo.
Edoardo, sono state le due settimane più belle della tua carriera?
«La risposta è abbastanza scontata, direi proprio di sì! Però devo ammettere che tutti gli ultimi due mesi sono stati positivi. Già alla Vuelta mi sono sentito bene, ho corso come volevo, ho aiutato Van Aert a vincere qualche tap­pa, anche se poi non è finita al me­glio. Quindi allungherei il periodo, sono sta­ti dei bei mesi». 
Oro europeo e bronzo mondiale, sono sta­ti due risultati sorprendenti?
«Alla fine sì. All’Europeo non ero sicuro di come stessi, perché era la prima volta che facevo una cronometro del genere così vicino alla fine di un Gran­de Giro. È andata bene, anzi benissimo, e poi sono arrivato al Mondiale con grande morale. Una Top 10 a Zu­rigo sarebbe stata una buona conferma della mia gamba, una Top 5 un risultato eccellente, il podio… beh, è stato bellissimo». 
Il terzo posto al Mondiale è arrivato sull’onda dell’entusiasmo della vittoria europea?
«Solo in parte. Certo, un oro europeo forse ti dà maggiore consapevolezza nei tuoi mezzi, ma sinceramente non mi sono mai considerato scarso. La forma c’era, al Mondiale non mi aspettavo di andare piano dopo quanto fatto nel Limburgo, e infatti così è stato. Ave­re il morale alto, comunque, qualcosina sicuramente aiuta».
Dopo tanti piazzamenti e lavoro per i compagni, ti meritavi momenti come questi.
«Nei miei sei anni da professionista di secondi posti ne avevo fatti tanti, queste due settimane hanno rappresentato una sorta di ricompensa, se vogliamo definirla così. Una maglia di campione europeo rimane, ma anche un bronzo mondiale è qualcosa di grande, a maggior ragione perché è arrivato a confermare quanto avevo fatto la settimana precedente». 
Comprese quelle delle categorie giovanili, di medaglie cominci ad averne parecchie…
«Beh dai, non ne ho così tante… Co­munque sono divise, ne tengo un po’ in Italia e un po’ in Olanda, dove vivo». 
L’Italia è ormai la Nazionale di riferimento per le cronometro?
«Forse sì, ma non siamo gli unici. Ab­biamo Pippo Ganna, che è un’istituzione, visto che è salito sul podio mondiale 5 volte negli ultimi sei anni, però ci sono anche altre Nazionali, come il Bel­­gio di Evenepoel e Van Aert. Si­cu­ra­mente possiamo dire che rispetto ad alcuni anni fa in questa disciplina sia­mo cresciuti parecchio. Ne parlavamo anche con Mar­co Velo, era impensabile avere due atleti sul podio mondiale fino a qualche stagione fa».
Due medaglie sono arrivate anche dal Team Relay, del quale sei un vagone im­man­cabile. Come si preparano queste gare?
«Non le prepari. Il massimo che puoi fare è la ricognizione tutti assieme il giorno precedente alla gara. Ognuno sa, più o meno, quello che dovrà fare, ma poi il giorno della gara devi essere bravo a gestire eventuali imprevisti, ad esempio la giornata storta di uno dei componenti che obbliga a fare cambi diversi e quan’altro».
È una gara molto discussa, qual è la tua opinione in merito?
«Penso sia una competizione un po’ troppo a sé stante. La fai solo ad Eu­ropeo e Mondiale. La maglia che conquisti poi quando la puoi sfoggiare? Per carità, se vinci fa piacere e ti dà soddisfazione, però il format mi lascia abbastanza perplesso». 
Cosa cambieresti?
«Visto che hanno tolto la cronosquadre per club, la cosa più sensata da fare sarebbe una cronosquadre per Nazio­nali secondo me, con 5 o 6 atleti, e divisa tra uomini e donne. Sarebbe anche più indicativa, piuttosto che le donne si vedano ridimensionata la prova dal tem­po degli uomini, come è successo a noi a Wollongong 2022, e viceversa, come invece è successo nelle Fiandre 2021. Anche nelle logiche della parità di genere, avrebbe molto più senso fare due gare distinte. Questa, comunque, è solo la mia opinione».
Facendo un passo indietro, com’era andato il tuo 2024 prima di questo periodo magico?
«Quest’anno non siamo stati fortunati come squadra tra cadute e problemi fisici. Se i corridori che devono finalizzare non ci riescono perché non stanno correndo, beh, diventa difficile anche per noi che lavoriamo. In tutto ciò, però, nonostante i vari problemi, se­condo me abbiamo fatto un’ottima stagione. Il problema è che si è preso un po’ troppo come riferimento l’anno scor­so, ovvero una stagione irripetibile, che nella storia del ciclismo si è vi­sta e si vedrà poche volte. Qualsiasi co­sa si faceva non sarebbe stata come quella del 2023. Però siamo stati sempre presenti, Kooij ha vinto una tappa al Giro, Vingegaard ha vinto una tappa e ha chiuso 2° il Tour - che dopo la riabilitazione che ha fatto è qualcosa di eccezionale - e alla Vuelta ci siamo portati a casa tre frazioni con Wout.  Senza contare le medaglie olimpiche di Wout e Laporte». 
Lo scorso anno hai rinnovato fino al 2026…
«Quando mi hanno proposto il rinnovo triennale non ci ho pensato due volte. Mi trovo benissimo, e l’impressione è che anche loro siano contenti di quello che faccio, anche se forse sarebbe da chiedere direttamente a loro. Ciò che c’è da fare per i miei compagni lo faccio, e questo alla fine viene apprezzato».  
Lavoro sporco e vento in faccia, ma non hai mai smesso di lavorare sulle cronometro.
«Sì, solo l’anno scorso i risultati sono stati un po’ sottotono. Quest’anno do­po il Giro non sono mai uscito dai 5 in una prova contro il tempo, se non in quella finale di Madrid alla Vuelta. La mia stagione, finora, è sempre stata impostata sulle classiche del Nord e il Giro d’Italia, quindi dopo la Roubaix, in meno di un mese, devo riuscire a voltare pagina ed essere pronto per una corsa di tre settimane, dove magari c’è da prendere vento in faccia e tirare a tutta. È inevitabile che poi capiti che in alcune cronometro non riesca ad es­sere proprio al 100%, perché quello che spendi prima non ce l’hai dopo. La seconda parte dell’anno è diversa, c’è più spazio per respirare, ci sono più cronometro e quest’anno sono stato in ritiro in altura. Direi che l’approccio è stato giusto…».
Con Van Aert che rapporto si è creato?
«Molto buono, ogni tanto ci sentiamo anche al di fuori delle gare. Mi ha fatto i complimenti per i recenti risultati e io gli ho chiesto come stesse, è in fase di recupero. Non ci sono ancora programmi per il prossimo anno, cominceremo a farli a fine stagione, ma in linea di massima sarò ancora al suo fianco per cercare di portare a casa un bel risultato nelle classiche del Nord. Il pavé? Mi piace. Oddio, piacere è un parolone, però è bello fare quelle corse con un grande capitano come Wout e con tutto il tifo che ha attorno».
Ti manca solo il Tour de France, poi le grandi corse le hai fatte tutte…
«Di quelle per me fattbili, sì. Ad esempio il Lombardia non l’ho mai fatto, ma spero di non farlo mai (ride, ndr). Già quest’anno ero in bilico tra Giro e Tour, poi quando sono usciti i percorsi con Kooij e Van Aert al Giro, abbiamo deciso di venire nuovamente in Italia perché sarei servito di più. Prima o poi, però, mi piacerebbe senz’altro fare il Tour».
Quali gare ti mancano prima di andare in vacanza?
«Ce ne sono ancora 3, la Betcity Elfste­den­race in Olanda, la Parigi-Tours e il Gran Piemonte».
Ti attende un bell’inverno da campione europeo.
«Mi darà grande motivazione in vista del 2025 senza dubbio, ma non mi cam­bia come corridore o come persona. Continuerò a fare quello che ho sempre fatto, il professionista, con la consapevolezza che arriveranno mo­men­ti belli ma anche brutti. La maglia, però, me la vorrò godere senz’altro».

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