Tadej Pogacar è già leggenda

di Pier Augusto Stagi

Non c’è l’Arco di Trionfo alle sue spalle, ma i getti d’acqua della Fontaine du Soleil di place Massena. Il volto di Tadej Pogacar è più luminoso della sua maglia e anche della sua bicicletta, che per la prima volta nella storia del Tour ha portato sul podio finale. Per uno che è abituato a fare le cose per la prima volta e quindi a stabilire record su record questo è un gioco da ragazzi, anche se vincere per la terza volta in cinque partecipazioni il Tour non lo è stato affatto. 
«Ho dovuto dare il meglio di me stesso e questo è stato possibile grazie ad un corridore come Jonas Vingegaard - di­ce il fuoriclasse sloveno -. Solo grazie a lui e alla nostra bellissima rivalità avete potuto vedere forse il miglior Pogacar di sempre».
Dalla Fontana del Sole, sorride il Re Sole del ciclismo mondiale, attorno al quale tutto ruota ringrazia il mondo, i tifosi, anche quelli che gli hanno tirato addosso patatine fritte e birra (anche a Vingegaard, ndr). 
«Siamo la generazione di ciclisti più forte di sempre», dice al mondo, stiuzzicando le corde di molti appassionati che si sentono toccati nel vivo, come se la loro vita appartenga solo al passato e non sappiano vivere questo magnifico presente. Guai dire che Taddeo è me­glio di Merckx o Hinault: è come se si cancellasse con un colpo di spugna la loro giovinezza, che è pure la nostra, solo che io vivo anche questo mio presente con gli occhi di un bambino mai cresciuto che vuole ancora credere alle favole e accetta gli si siano raccontate.
Tadej è l’ottavo di sempre a riuscire nella doppietta: Pogi come Coppi (1949 e 1952), Anquetil (1964), Merckx (1970,1972 e 1974), Hinault (1982 e 1985), Roche (1987), Indurain (1992 e 1993) e Pantani 1998. 
«Di Marco ho sentito parlare tanto nel­le prime tappe, in Italia, abbiamo corso sulle sue strade. E ho sentito tan­ti tifosi invocare il suo nome», dice lui.
Non c’è stata storia, ma è stata una grande storia, un racconto d’appendice di tre settimane in cui ha vinto, tremato, rivinto e abbattuto record a grappoli. «La doppietta Giro-Tour è qualcosa di incredibile. Qualcuno pensava che il Giro fosse un piano B, un paracadute nel caso in cui non avessi vinto anche il Tour. Vincere entrambi nello stesso anno porta tutto in un’altra dimensione. Ora voglio la maglia iridata», assicura il ragazzo che in questa stagione si è tolto tutte le soddisfazioni del caso (21 vittorie, ndr), ad eccezione della Sanremo. «Un giorno vincerò anche quella…», confida.  
È il più giovane triplo vincitore di sempre. Sei tappe al Giro, sei tappe al Tour nello stesso anno: 12 tappe  in un anno tra corsa rosa e Grande Boucle nemmeno Merckx le aveva messe as­sie­me. Voci e dubbi non lo toccano, il viso è sempre sereno, disteso, giocoso: «Uci e Wada hanno investito tanto. E questo è uno degli sport più puliti in questo momento. Ora dico che non vale la pe­na doparsi. Sarebbe sciocco. Il ciclismo è gioia. La cosa più importante non è vincere, ma la salute. Non c’è motivo di spingere il corpo più in là», spiega.
Ha vinto dopo due edizioni di Tour piene di amarezza. Ha perso, sonoramente l’anno scorso quando è stato costretto ad inseguire una condizione bloccata, rallentata dalla frattura al me­tacarpo della mano. Vingegaard non gli ha fatto sconti, lui non glieli ha fatti quest’anno. 
«Nel ciclismo non si frena, e soprattutto non si regala niente al tuo rivale. lo sono pagato per vincere, e vinco», ha ribadito dopo la quinta vittoria di tap­pa sul traguardo di Col de la Couillole. «Volevo lasciar andare la corsa e starmene tranquillo in gruppo - spiegò quel giorno -, ma poi gli uomini della Soudal Quick-Step hanno alzato l’andatura per attaccare il secondo posto e tutto è cambiato. Quando Jonas ha contrattaccato, avevo le gambe per seguirlo e alla fine perché non avrei dovuto disputare la volata? Sono così e non cambio», ribadisce.
Da Nizza a Nizza, per Tadej Pogacar quel 21 luglio è stato come chiudere un cerchio, con tanto di festa per il suo terzo Tour vinto in cinque partecipazioni, nelle quali non è mai sceso al di sotto del secondo posto. La Grande Boucle edizione numero 111 lo ha festeggiato per la prima volta nella storia lontano dalla Ville Lumière, per questioni olimpiche e di sicurezza (la città era già blindata da tempo in vista dei Giochi). Un Tour non solo vin­to, ma stravinto e dominato con as­soluta autorità, come fece a maggio al Giro d’Italia. 
Sei tappe nella corsa rosa, sei su quelle di Francia. Tra Giro e Tour ha vinto i1 28% delle tappe che si sono disputate. Al comando al Giro 2024 per 20 tappe su 21. Al Tour 19 su 21 per un totale di 39 due in più di Merckx, che nel 1970 ne aveva collezionate 37.  
Insomma, a soli 25 anni (ne compirà 26 a settembre, ndr), Pogi sta riscrivendo in buona calligrafia la storia del ciclismo, con foga e leggerezza, gioia e determinazione. Lieve è solo nel modo in cui riconosce la resa degli avversari, quando li va a ringraziare uno ad uno. «Se mi avessero detto che avrei vinto così tanto non ci avrei creduto, è una cosa fuori dal mondo», ha aggiunto.
Incantati per il suo sorriso felice, quello di sempre, che lo fa sentire bambino e ci fa sentire uguali a lui quando lo seguiamo rapiti per gesti che pen­savamo appartenessero solo al­la storia dei Giganti della strada, ma oggi, nell’era della playstation, il gigante ce lo abbiamo davanti agli oc­chi in carne e ossa, con il suo ciuffettino e quel sorriso che illumina, senza do­ver ricorrere ad un joystick. 
«Stavolta è stata la vittoria sul Galibier a darmi fiducia e a farmi capire che potevo farcela, negli altri due Tour vinti non andavo così forte», ha continuato Tadej, felice con la sua fidanzata Urska. Giallo che si me­sco­la al rosa di maggio: due colori per un ragazzo che porta con sé tutte le tonalità e le sfumature della gioia. «Il Giro è stata una ot­tima preparazione per fare così bene adesso», ha spiegato lo sloveno, che oggi raggiungerà nell’olimpo Mar­co Pantani, anche se lui sa poco del Pirata. «So che è stato un grande, ma non chiedetemi di fare confronti, perché non ce ne sono». 
Ed è così. Due campioni totalmente di­versi: uno asso come nessuno in montagna, l’altro universale. Uno incompiuto, l’altro già oggi definito in tutto e per tutto. Pantani si esaltava e ci esaltava nella sofferenza, Pogacar dispensa gioia e lievità. Per Marco il ciclismo era dolore, per Pogacar festa. Uno an­dava forte in salita per abbreviare l’agonia, l’altro per provare a superare sé stesso e la storia. Marco un artista crepuscolare e intimista, Pogacar un artista futurista e giocoso, che trasmette felicità piena e sfacciata.
E pazienza se qua e là qualcuno ha scritto sull’asfalto di qualche tornante “pas normal”, non è normale, avanzando dubbi e sospetti su questo prodigioso corridore per un predominio eccessivo e sul ricorso a quelle inalazioni di monossido di carbonio, ammesso però dai regolamenti della Wada, l’organismo mondiale dell’antidoping.  «Io cannibale? Sì, ma di caramelle» ha detto a chi continua ossessivamente a paragonarlo a Eddy Merckx.
Per lui la Uae Emirates è pronta ad aprire ancora i cordoni della borsa, come è giusto che sia: da 7 milioni di euro a stagione potrebbe salire fin su a 12. E dire che prima del ciclismo c’era stato il calcio, per gli sceicchi di Abu Dhabi. La UAE Team Emirates nasce nel 2017 sulle ceneri dell’italiana Lam­pre di Beppe Saronni, che porta in dote il bimbo d’oro. Nasce grazie a Mauro Gianetti che li intercetta e loro accettano di investire con la holding ADQ at­traverso il fondo Chimera Investment, lo stesso che nel 2020 ha acquisito l’azienda Colnago. Pogacar, il ragazzo d’oro, arriva e da quel momento nulla più sarà come prima, né per il team, né tantomeno per il ciclismo. È tra gli sportivi più amati seguiti al mondo Tadej, che può vantare la bellezza di 1,8 milioni di follower su Instagram, più che raddoppiati nell’ultimo anno. Sulla sua bicicletta pedalano ben 8 sponsor personali, da I feel Slovenia (l’ufficio del turismo del suo paese) a MyWhoosh (una piattaforma di ciclismo virtuale nata negli Emirati Arabi). È la pura verità, “pas normal”: Tadej Pogacar non è un corridore normale, è fuori dalla norma, difatti fa parte di quel ristretto gruppo di fuoriclasse come i Bartali e i Coppi, i Bobet, gli Anquetil e Hinault, fino ai Merckx e ai Gimondi. Corridori universali e universalmente riconosciuti, che hanno se­gnato epoche e vinto su ogni terreno e su ogni superficie, perché nulla era lo­ro precluso. Corridori che hanno vinto e lo facevano con una personalità assoluta, senza compromessi, senza se e senza ma, senza curarsi di quello che la gente poteva pensare di loro, chiaramente fino a prova (o provetta) contraria. Se domani Tadej dovesse diventare meno ingordo e agonista, più attendista e generoso? Bene, solo allora po­trem­mo dire: ce n’est pas normal. 

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