Gatti & Misfatti

DOVE VAI SE L'INFLUENCER NON CE L'HAI

di Cristiano Gatti

Tiberi quinto al Giro, Ciccone undicesimo al Tour: l’Italia delle grandi corse a tappe è questa. E onestamente solo un matto potrebbe pretendere di più. Caso mai, anche questo 2024, che aggiunge record negativi a record negativi (non vinciamo tappe al Tour dalle guerre puniche), dovrebbe indurci a un’ulteriore dose di dolorose riflessioni. Più che altro a continui esami di coscienza, senza lesinare i sensi di colpa. Perché così male? Perché così in basso? Perché da così tanto tempo?

Il ciclismo giovanile è sempre più in difficoltà, le mamme sempre più raramente mandano i ragazzini in strada a praticare il ciclismo vero. Queste le ra­gioni sociali, se così possiamo dire. Poi c’è il discorso ormai trito delle mancanza di squadre italiane, anche se a me questo sembra più un effetto che una causa. Resta il fatto che sempre di più il ciclismo ricorda il pugilato, o genericamente il cinema in bianco e nero, vale a dire sempre di più ha i connotati della disciplina in via di estinzione.

Già questo sarebbe un te­ma, capire cioè se si tratti di uno dei tanti cicli ne­gativi già sperimentati (negli anni ’80 al Tour ci andavano quattro gatti, escluso me, e già era moltissimo se qualcuno si piazzava nei primi cinquanta), oppure se si tratti di un tramonto senza possibilità di ritorno, un’agonia irreversibile che porterà ad esalare prima o poi l’ultimo re­spiro. Naturale: vogliamo tutti sperare che si tratti di una stagione buia, come ad esempio ha attraversato la Francia per lunghi anni dopo il doping, e che presto o tardi l’arrivo di un nuovo campione serva a rianimare come per miracolo l’intero movimento. Però. Però c’è un però.

Èdi questo che vorrei parlare, perché dopo tutto se n’è parlato molto poco. Quando si analizzano le cause di questa crisi devastante, poco si dice che in fin dei conti ce la siamo un po’ cercata. Mi riferisco senza lunghi giri di parole alla stagione neanche tanto lontana in cui il ciclismo di vertice, il ciclismo pro, il ciclismo primo e sovrano, in qualche modo ci è venuto a noia. Ricordo bene quella stagione: in federazione mi raccontavano che ormai il professionismo aveva fatto il suo tempo, che la nuova frontiera erano le gran fondo, la mountain bike, il gravel, eccetera eccetera. Il business ormai sta lì, mi raccontavano, il ciclismo dei professionisti è solo un costo a perdere, la nuova frontiera è nelle pratiche collaterali e futuribili. Tempo pochi anni, e dei prof non parlerà più nessuno. Devo dirlo: previsione azzeccata. Anche se nutro seri dubbi sul fatto che questo intendessimo, dico questo deserto avvilente senza possibilità di futuro.
La verità? La verità è che dovremmo tutti imparare la lezione. La crisi del vertice cade a cascata sull’intero am­biente, perché le sue fortune e le sue sfortune hanno effetti diretti su tutto il resto, nel bene e nel male. Ma guardiamoci attorno, fuori dai nostri confini ristretti: con Valentino Rossi abbiamo registrato il boom delle moto, con Federica Pellegrini è esploso il nuoto, a seguire con Jacobs e Tamberi è ripartita l’atletica, con Sinner hanno rianimato persino il tennis, dato ormai per spacciato con tanto di riconversione dei campi in tanti impianti di padel. Questo cosa significa? Significa la conferma schiacciante dell’utilità - direi della necessità - di un grande movimento di vertice, di testimonial campionissimi che fanno da traino e da locomotiva. Adesso i ragazzini vanno in piscina, vanno al circolo del tennis, vanno persino al circuito per correre con le minimoto.
Il campione al giorno d’oggi è di fatto il più formidabile influencer che si possa immaginare, perché influenza l’immaginazione e stimola lo spirito di emulazione più di qualunque chiacchiera. Metti un fenomeno al vertice di uno sport e stai sicuro che quello sport decollerà, diventando di moda.

Alle volte, le combinazioni. Mentre altri sport cercavano e trovavano il campione locomotiva, noi del ciclismo abbiamo fatto di tutto per metterlo in discussione, per depotenziarlo, per togliergli il terreno da sotto i piedi. Quei discorsi, come scordare quei di­scorsi: il futuro sono le gran fondo, del professionismo non interessa più a nessuno. Eccoci qui, davanti al risultato chiaro e tondo: senza campione, senza lo­comotiva, il treno non si muove più. È finito sul binario morto.
A forza di foraggiare il contorno, di illuderci che il mercato lo facesse la pratica di base, abbiamo snobbato il settore vi­tale del grande professionismo, seppellendolo con una certa soddisfazione. Così, adesso ci ritroviamo a frignare perché non funziona più niente. Non abbiamo campioni, non abbiamo vittorie, di riflesso non abbiamo più boom di emulatori.

I ragazzini vogliono diventare Tamberi, Pellegrini, Sinner. Non conosco ragazzini che vogliano diventare Cic­cone, senza nulla togliere. Ne salta fuori qualcuno che ogni tanto, sulla rampa dei box, an­cora dice di essere Pantani. Ma sono gli ultimi dei mohicani.
Se solo Po­gacar fosse italiano, vedresti co­me finirebbero in un amen i no­stri piagnistei sulla cri­si del ciclismo. Invece Po­ga­car non è italiano e gli italiani non sono più nessuno. È proprio quello che in fondo, senza sprezzo del ridicolo, abbiamo cercato: buona gran fondo a tutti.

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