Editoriale

di Pier Augusto Stagi

VENTI DI MARCO PANTANI. Non vi parlerò del perché di una morte, ma del perché Marco Pantani è ancora vivo. Del perché conquistò tutti in vita e in sella alla sua bicicletta, conquistando vette e traguardi, scalando colli e montagne. Venti di primavera che si avvicinano in questo inverno inoltrato. Venti d’amore a vent’anni dalla sua morte.
Venti senza il Pirata, volati via un po’ come sapeva fare lui quando decideva di farlo: si levava gli occhiali e gettava via la bandana. Si alzava sui pedali e via di scatto ad abbreviare l’agonia di una fatica eterna alla ricerca di un traguardo infinito, con quell’incedere progressivo e ossessivo che sembrava per noi danza e armonia, per i suoi avversari sofferenza e dolore.
Non vi parlerò del perché di una morte, ma del perché Marco conquistò tutti, anche chi di ciclismo aveva poca contezza. La sua forza è stata questa, soprattutto questa: catturare la vista e i cuori di tutti, con il suo modo di intendere il ciclismo e le corse, portando lo sport del pedale fuori dai confini del ciclismo. Era magnetico e persino ieratico in sella alla sua bicicletta, anche se lui da ragazzo di mare che amava le montagne si è sempre sentito un brutto anatroccolo, anche quando è diventato cigno.
Era un centauro, metà uomo e metà bicicletta: solo su quell’arnese trovava il suo equilibrio. Pace e gioia. Solo in salita sentiva di avvicinarsi a Dio, puntando verso il cielo, con foga e compostezza. Con ferocia e leggerezza. Con rabbia e sublime bellezza. Per noi è stato tanto se non tutto in quel momento della nostra vita di sconcertante bellezza, di assoluta gratitudine sfociata in adorazione.
Da ragazzino passava inosservato; simpatico e monello lo è sempre stato, come tanti alla sua età, ma con le ragazze il più delle volte era trasparente. Ne soffriva, come tanti di noi, non era il solo, anche se Marco qualche menata in più se la faceva. Con la bicicletta, però, non solo si è reso visibile, ma riconoscibile e unico. Una sorta di supereroe assoluto, capace di scalare le montagne come i più grandi campioni del passato, come i Coppi e i Bartali, i Gaul e i Bahamontes. Ha fatto capire a noi boomer che di Coppi abbiamo solo sentito parlare, cosa devono essere stati quegli anni ruggenti, quell’euforia contagiosa e delirante di un’Italia unita per il ciclismo che si divideva tra Coppi e Bartali. Perché Marco è stato esattamente quella roba lì. Nessuno, dopo di lui, è stato in grado di incatenare i cuori allo stesso modo.
Perché parlate solo di lui?, si lamentavano in tanti. Perché aveva un dono che si chiama carisma. Aveva una capacità innata di fascinazione che nessuno poteva vantare. Anch’io ho vinto un Giro, dicevano. Ma lui vinceva in un altro modo, portandoci in altri mondi. Anche Albertazzi recitava e anche molto bene. È stato un grandissimo, ma Gassman è stato qualcosa di più, non a caso un mattatore, perché sulla scena bisognava avere quella cosa invisibile che ti fa vedere rispetto agli altri. Difficile da descrivere, facile da riconoscere.
Pensatela come volete, ma Marco Pantani in salita è stato di un altro pianeta. Faceva cose con una teatralità assoluta e tragica, seguendo un copione che pareva studiato a tavolino, ma era pura improvvisazione istintiva che noi tutti abbiamo imparato a conoscere e a riconoscere. Sapevamo perfettamente quando sarebbe stato il giorno, quale tappa, su quale montagna e in che punto avrebbe scatenato l’inferno. Aveva trasformato il ciclismo, sport per certi versi prevedibile e noioso, in adrenalina pura. Con i suoi gesti ci aveva educato a riconoscerlo. Ora scatta. Ora parte. Si è tolto gli occhiali, tra poco getta via la bandana. Si spogliava come a liberarsi di un peso, prima di librarsi in cielo, prima di dare inizio alla sua danza carica di rilanci nell’atto di raggiungere una sublime solitudine che si sarebbe trasformata come d’incanto in estasi: sommo godimento.
Venti anni dalla sua morte, ma non ho intenzione minimamente di perdermi in ragionamenti sulla sua fine, perché ho giurato a me stesso e a lui che l’avrei per sempre ricordato soltanto per il suo innato talento. Per quel talento purissimo che aveva quando era a cavallo della sua bicicletta. Per quella capacità di farci battere il cuore, mentre lui batteva tutti. Chi l’ha incrociato o ha provato a tenergli la ruota se ne accorse subito e ancora oggi lo racconta: Marco era un’altra cosa.
Avrei potuto scrivere libri con Angelo Costa che è stato uno dei più attendibili e riservati custodi dei suoi pensieri, grazie ad un rapporto fiduciario che Angelo ed io abbiamo avuto con Marco; abbiamo preferito di no, per il rispetto che si porta a chi è stato tanto e in quel tanto c’è anche del troppo, che ha un peso eccessivo e che fatichiamo a mandare giù.
Preferisco ricordare quelle settimane trascorse a Cesenatico per scrivere un libello uscito nel 1997 nella collana Sperling&Kupfer “I campioni insegnano” (Marco Pantani, il ciclismo, ndr), l’unico uscito con Marco in vita e scritto in quel periodo di quiescenza per la doppia frattura tibia-perone con lui impegnato a fare esercizi di rieducazione con il fisioterapista di fiducia nonché amico Fabrizio Borra. Mi piace guardare quel premio ACCPI che mi fece attribuire proprio Marco nel suo magico 1998 come giornalista dell’anno.
In quel periodo c’era questa abitudine: prima della presentazione del Giro d’Italia, l’associazione dei corridori professionisti (ACCPI, ndr), all’epoca presieduta dal compianto avvocato Enrico Ingrillì, premiava il miglior diesse, la migliore organizzazione oltre al giornalista e al fotografo. Quell’anno, grazie proprio a Marco, toccò a me. Oggi è uno dei ricordi più belli e vividi che conservo e mi porto nel cuore. Lui che mi chiama e mi dà la notizia: «Volevano premiare i soliti noti, i giornalisti dei giornaloni, della tivù di Stato, ma alla fine abbiamo deciso: noi premiamo te!».
Oggi ho in redazione quel blocco di vetro che per me vale oro, come del resto le fotografie che mi ritraggono sul palco del teatro Nuovo oggi intitolato a Giorgio Gaber, con Adriano De Zan che fa da padrone di casa e Adriano Amici (organizzatore), Vittorio Algeri (direttore sportivo) e Sergio Penazzo (fotografo) premiati con il sottoscritto sotto lo sguardo sornione e divertito di un Felice Gimondi in rappresentanza della Lega.
Venti anni senza Marco. Venti di una primavera lontana che sta per tornare, ma non sarà più la stessa. Non vi parlo del perché di una morte, ma del perché Marco è ancora vivo.

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