Kuss, un cowboy a Madrid

di Francesca Monzone

La storia di Sepp Kuss sembra uscita da un’antologia epica: il soldato devoto all’improvviso diventa condottiero e conquistatore e finisce per essere por­tato in trionfo dal suo po­po­lo. Un mese fa il ventinovenne scalatore nato in Colorado non pensava certo di poter vincere la corsa spagnola e di regalare alla Jumbo Visma il terzo grande giro della stagione (impresa mai riuscita a nessun team nella storia) e nemmeno che sarebbe stato il secondo corrisore statunitense a far sua la maglia rossa nella storia della Vuelta.
A Madrid, invece, Kuss è salito sul podio più alto e al suo fianco si sono accomodati Jonas Vingegaard e Primoz Roglic, i capitani designati che lui per primo aveva scortato alla vittoria in Francia e in Italia e che stavolta sono diventati suoi scudieri.
Il ragazzo di Durango ha conquistato la maglia rossa dopo l’ottava tappa, to­gliendola al giovanissimo talento francese Lenny Martinez (Groupama FDJ) e difendendola fino a Madrid per 13 tappe.
Kuss è riuscito a riportare la bandiera a stelle e strisce sul gradino più alto di un grande giro: prima di lui Chris Hor­ner, che nel 2013 aveva vinto la Vuelta davanti al nostro Vincenzo Nibali e ad Alejandro Valverde.
Kuss è al sesto anno da professionista ed è noto per essere uno dei migliori scalatori al mondo, anche se di solito corre al servizio dei suoi compagni Vin­gegaard e Roglic. Il suo spirito di sacrificio e la sua determinazione sono straordinari e al termine dell’ultimo Tour i compagni di squadra lo hanno soprannominato “il postino” perché consegna sempre al proprio capitano la vittoria finale. 
L’anno in cui Sepp Kuss si è presentato nella sua veste migliore è stato il 2020: tutti ricordano il suo lavoro in salita per scortare Roglic e nella tappa regina, con arrivo al Col de la Loze, il suo arrivare quarto al traguardo, sollevato per aver portato lo sloveno al secondo posto dietro a Lopez e davanti a Pogacar.
Al termine di quella incredibile Grande Boucle, lo statunitense disse che forse non sarebbe mai stato in grado di vestire i gradi di capitano in un grande giro, ma a distanza di tre anni il suo pensiero evidentemente è cambiato.
«Non so se sono adatto a diventare un uomo da corse a tappe. Non penso che siano adatte a me - disse quella volta Kuss a Parigi -: se un anno dovesse es­serci un percorso con tante salite in alta quota e senza prove a cronometro, allora for­se potrei provarci».
Sempre in quel settembre del 2020, Kuss aveva parlato anche del suo ruolo in squadra, evidenziando la gioia che provava nel portare a termine con successo il lavoro assegnatogli.
«Ti senti bene quando hai finito il tuo compito in squadra. Quando portavo Primoz al sicuro oltre il traguardo, mi sentivo bene, ero più leggero, perché il Tour è sempre stressante e basta una sola tappa per capovolgere la corsa».
Già, ci vuole poco per ribaltare una corsa e questa volta a cambiare la sorte della Vuelta è stato proprio il cowboy con la maglia della Jumbo Visma che, oltre a prendere il comando della classifica generale, è riuscito anche a creare scompiglio in squadra, perché questa volta Roglic e Vingegaard hanno dovuto lasciare la vittoria al terzo capitano.
Quando ha indossato la maglia rossa per la prima volta, sorridendo Kuss ha detto di non essere abituato a stare in prima fila e che era strano per lui partire davanti a tutti e dover raccontare a fine corsa come fosse andata la giornata.
Anche a Madrid, dopo l’abbraccio con con mamma Sabina e con la moglie Noemi, Sepp - nella sua semplicità - è riuscito ad esprimere pienamente la propria personalità. «Faccio spesso parte di squadre che vincono, ma questa volta è diverso perché sono io quello che è arrivato per primo. È difficile descrivere quello che sento in questo momento. Ci sono tutti adesso e questa sera potrò festeggiare con le persone più importanti per me e rivivendo con i miei compagni quello che abbiamo affrontato in tutti questi giorni».
Sepp è un ciclista di grande classe e il suo modo di correre è diverso dagli altri, perché va forte senza essere ag­gressivo ed è per questo che nel gruppo è uno di quelli che non ha nemici. Il suo sorriso è sincero e contagioso e anche nelle foto private, al fianco della moglie Noemi, si diverte a fare facce buffe, quasi come se in quel modo vivesse la sua seconda vita, quella fatta di amici e di cani, che sono la sua passione, e lontano dalla bici.
Kuss si allena spesso in Spagna ed è proprio in questo Paese che ha conosciuto sua mo­glie Noemi Ferrè e ad ottobre dello scorso anno si sono sposati, a nord di Barcellona. Adesso vivono ad Andorra e a rallegrare le loro giornate c’è Bimba, una barboncina che portano in tutte le gare in giro per il mondo.
Il ragazzo di Durango ha iniziato a correre in bici non per passione, ma per acquisire resistenza nello sci di fondo, il suo pri­mo sport: il padre Dolph è stato allenatore della squadra olimpica americana di sci nordico durante i Giochi del 1972 e del 1976. Il giovane Kuss preferiva la mountain bike alla bici da strada e si divertiva a sfidare gli amici sui sentieri sterrati e nei bo­schi. Lo scalatore statunitense non è diventato professionista giovanissimo, aveva 23 anni compiuti, e sa cosa vuol dire andare in uf­ficio per lavorare, portandosi dietro la bici per potersi allenare a fine giornata.
Una volta arrivato in Jumbo Visma ha chiesto di essere al via di Stra­de Bian­che, perché era la corsa più simile alla Mountain bike e nel 2018 arrivò 53°, ovvero ultimo perché i due terzi del gruppo a causa del mal tempo si ritirarono. A fine giornata però era felice e in una intervista disse che quella era stata una meravigliosa gita in bici.
Kuss è un ragazzo solare che dagli Stati Uniti è volato nei Paesi Bassi per di­ven­tare un corridore professionista, ma la sua casa è in Spagna dove ha conosciuto Noemi e la Vuelta è per lui la gara più bella, tanto che tra i tre grandi giri (che quest’anno tra l’altro ha affrontato tutti e tre!), la corsa a tappe spagnola è la sua preferita.
«Sono felice di aver vinto la corsa che più amo e per me è stato importante correre su queste strade sentendo la gente che urlava il mio nome, perché per me quella era la mia gente».
Adesso che ha compiuto 29 anni e l’americano si sente per alcuni aspetti arrivato e lui, che non ama la notorietà, ora che ha realizzato il sogno più bello, può tornare nel gruppo per aiutare la squadra, anche se qualche vittoria spera che ci possa ancora essere. «Per quanto riguarda il mio futuro forse posso essere un jolly. Io sono un corridore che non ha nulla da perdere o da vincere, perché i miei avversari non sanno fino a che punto posso spingermi veramente. Per questo io posso aiutare la mia squadra, ma allo stesso tempo posso vincere per me stesso».
Parola di Durango Kid.

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