Van Aert, il campione risorto

di Francesca Monzone

Nelle Fiandre, è nato a Heren­tals nella regione di Anversa, Wout Van Aert è considerato un “risorto”. Nel 2019 a Pau, durante la cronometro del Tour de France, il ventiseienne talento della Jumbo Visma fu protagonista di un bruttissimo incidente finendo in curva contro le transenne e procurandosi una ferita profonda alla gamba: stagione finita e due mesi di riabilitazione, ma anche il rischio di non tornare più il campione di prima.
Van Aert si racconta ripartendo proprio da quel giorno del 2019, quando tutto si era fermato. Quello che vi proponiamo è un viaggio in compagnia del campione belga, primo nella classifica World Tour dedicata alle corse di un giorno, con i suoi successi, la rivalità con Van der Poel e quelle due medaglie d’argento conquistate al Mon­diale di Imola e che solo adesso, dopo tanto tempo, Wout riesce a ve­de­re come un successo e non come una sconfitta.
Tornando indietro alla cronometro di Pau, cosa le è rimasto di quel periodo?
«Spesso quando siamo in attività vorremmo avere dei momenti di riposo, ma quando sei in un letto d’ospedale o rimani su una sedia per un mese, ti ren­di conto di quanto sia bello andare in bicicletta. Il periodo dopo l’incidente a Pau è stato veramente molto difficile, non soltanto per il fisico, ma an­che mentalmente. L’aspetto più difficile della riabilitazione era la responsabilità sul mio corpo, perché non mi era permesso costringerlo ad oltrepassare cer­ti limiti. Da quel periodo posso dire di aver anche imparato molto».
Lei è stato fermo per molto tempo, dopo la riabilitazione ha iniziato ad allenarsi e quando era pronto per le gare è arrivato il lockdown. Pensa che quel periodo in più di riposo l’abbia ulteriormente aiutata?
«Spesso mi è stata fatta questa domanda, forse il riposo in più mi ha aiutato, ma non saprei dirlo onestamente. Già in primavera ero pronto per provare a vincere, venivo dal ritiro fatto a Te­ne­rife e poi in febbraio alla Omloop Het Nieuwsblad mi sono sentito davvero bene, pronto per affrontare un’ottima primavera. Le gambe erano buone ed ero già concentrato sulla Strade Bian­che, purtroppo poi è arrivata la notizia della sospensione di tutte le gare. È stato davvero un momento di  grande delusione».
Ad agosto la stagione è ripartita e per lei è arrivata subito una vittoria importante proprio alle Strade Bianche. Com’è andata quella giornata?
«Strade Bianche è sempre stata una corsa speciale per me da quando l’ho affrontata per la prima volta nel 2018. Sul nuovo calendario era la prima gara, quindi avevamo lavorato tanto per quell’appuntamento ed eravamo molto concentrati. Non avevo gare nelle gambe, come tutti del resto, ma venivo da tre settimane in altura e ricordo che il caldo di quel giorno mi sembrava in­sopportabile. È stata anche la prima gara senza pubblico e tutti ci chiedevamo come sarebbe stata. Oggi ci siamo abituati, ma il giorno prima della Stra­de Bianche tutti si interrogavano su co­me sarebbe stato. In corsa, poi, il caldo ha fatto la prima selezione e chi non si era idratato bene è saltato presto. Ho osservato il piccolo gruppetto in cui pedalavo, ho visto che molti era­no cotti e, a dirla tutta, lo ero anche io ma sapevo che dovevo attaccare. Ho pensato tra me e me: non badare troppo alle condizioni o quanto ti fanno male le gambe, devi attenerti al tuo piano. Così sono riuscito a prendere un piccolo vantaggio in discesa e poi a guadagnare un po’ di più sulla salita. Ero nervoso perché avevo solo un piccolo gap, ma avvicinandomi a Siena, il distacco degli avversari era salito a mezzo minuto e questo è bastato. Il centro di Siena sembrava davvero strano, di solito c’è gente ovunque ma quel giorno non c’era nessuno. Quel primo agosto ho conquistato non solo una vittoria, ma molta fiducia in me stesso e tutte le ga­re che sono venute dopo sono state decisamente mol­to più facili da affrontare perché or­mai avevo ri­trovato una piena confidenza nelle mie capacità».
E pochi giorni dopo è arrivata la Milano-Sanremo, la sua prima vittoria in una Classica Monumento. Che vittoria è stata per lei?
«È stato tutto incredibile perché venivo da una vittoria importante ottenuta la settimana prima e, anche se mi sentivo be­ne, una vittoria alla Sanremo non può mai essere scontata. Il Poggio resta il punto chiave, lo fai a 40 km all’ora o qualcosa del genere. Non mol­ti corridori possono fare la differenza su quella salita come fa Julian Alaphi­lip­pe, che invece è molto esplosivo. Era difficile stare sulla sua ruota, ma non potevo di certo tornare indietro e, una volta che eravamo insieme davanti, pensavo di avere buone possibilità per giocarmi la vittoria allo sprint. Julian stava interpretando in modo davvero intelligente la corsa, ma io mi stavo in­nervosendo, perché il gruppo era abbastanza vicino e dovevamo fare ancora diversi chilometri. Poi siamo arrivati sull’Aurelia, a me piace lanciare uno sprint lungo, penso che sia uno dei miei punti di forza, quindi sono partito molto presto, ma Julian è arrivato vicinissimo a me e penso di avere vinto tagliando il traguardo con il vantaggio della sola ruota davanti. Ma posso dire che tutto è stato perfetto».
Lei, grande dominatore delle Classiche, al Tour de France si è messo a disposizione del suo capitano Roglic. È stato difficile come ruolo?
«Assolutamente no e poi la squadra mi ha dato la possibilità di andare a vincere due tappe, quindi mi sono preso le mie soddisfazioni e lavorare per un corridore come Primoz è molto bello».
Nel penultimo giorno di corsa avete perso la maglia gialla. Cosa le è rimasto più im­presso di quel giorno a La Planche des Belles Filles?
«Non è facile ripercorrere quella giornata, prima della partenza eravamo certi di aver vinto il Tour. Io ho seguito la corsa di Primoz su uno schermo televisivo nei suoi primi chilometri: lui si è subito reso conto che stava perdendo tempo e non aveva la sua solita freddezza, la pedalata di sempre. Dopo un Tour molto duro è terribile perdere co­sì, ricordo che avrei voluto subito an­da­re via, ma non potevo la­scia­re Pri­moz così, quindi l’ho atteso e sono andato da lui do­po il traguardo e gli ho messo un braccio intorno alle spalle per confortarlo».
Dopo il Tour è arrivato il Mondiale di Imo­la e lei ha conquistato due medaglie d’ar­gento: una nella prova a cronometro e l’altra nella prova in linea. Per lei quelle medaglie sono state un successo o una sconfitta?
«Nella crono Ganna è stato bravissimo, sulla bici ha una posizione perfetta e si vede che ha lavorato per anni per perfezionarsi in questa disciplina. Ora devo analizzare i miei errori e capire perché ho accusato da lui un ritardo di 26 secondi e dovrò lavorare anche in pista per poter migliorare e un giorno conquistare il titolo mondiale. Nella corsa su strada, quando ha vinto Ala­phi­lippe, la delusione è stata tanta, lo ammetto: i primi giorni ho pensato molto a quella medaglia d’argento che vedevo come una sconfitta. Ma analizzando bene tutto, posso dire che Julian ha corso il Tour in preparazione al Mon­diale, mentre per me è stato diverso. Sono certo che mi rifarò il prossimo anno».
I Campionati del Mondo del prossimo anno si disputeranno nel suo Belgio. Sarà un percorso per lei?
«Il prossimo anno mi piacerebbe arrivare da solo sul traguardo del Mon­dia­le. Il percorso è da Classica, da An­versa si va a Lovanio, e penso che sia perfetto per me. Abbiamo anche un Mondiale di ciclocross a Ostenda nel 2021 che mi ispira, ma il mio obiettivo principale è diventare campione del mondo su strada. Spero di avere molte più opportunità nei prossimi anni per conquistare questo titolo, è uno dei miei grandi obiettivi».
Con il ciclocross sono iniziati i suoi duelli con Van der Poel. Lei in questo 2020 lo ha battuto a Strade Bianche e Sanremo, ma lui è stato più forte al Giro delle Fiandre. Com’è stata quella volata?
«A volte sono stanco dell’eterno confronto con Mathieu, ma lo capisco. Per il ciclocross sicuramente siamo stati uno lo stimolo per l’altro e per questo oggi siamo i corridori più forti. Il Giro delle Fiandre è stato completamente diverso da tutte le altre Classiche, in particolare per noi. Nel finale eravamo in tre con Alapahilippe e Mathieu, poi è arrivata quella moto ed è stato uno shock per noi: sfortunatamente, Julian è caduto e tutto è velocemente cambiato. Mathieu e io ne abbiamo tratto be­ne­ficio per andare verso il traguardo. Mi sentivo in condizioni perfette ma ha vinto Mathieu: sono certo che se nel finale fossimo stati in tre, sarebbe stata scritta un’altra storia. Devo dire che quel secondo posto non mi ha fatto dormire per qualche notte, ma ora pos­so parlarne senza problemi».


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