Andrea Bagioli, l'uomo nuovo

di Valerio Zeccato

Alla prima stagione tra i professionisti, o meglio dopo aver fatto solo 14 giorni di corse e poco più di 2100 km percorsi con la casacca della Deceuninck-Quick Step, il valtellinese Andrea Bagioli, ventun anni compiuti a marzo (fratello minore di Nicola, prof con l’Androni Giocattoli-Sidermec), ha già timbrato il successo. E che successo! Alle spalle si è messo corridori di “alto bordo”, atleti di grandissimo livello come lo sloveno Primoz Roglic, gli olandesi Tom Dumoulin e Bauke Mollema. È accaduto nella prima tappa del Tour de l’Ain in Francia, la Montréal la Cluse-Cey­zeriat di 139,5 km.
La prima vittoria tra i prof non si scorda mai: ecco il racconto del valtellinese nato il 23 marzo del 1999 che vive a Lanzada, in Valmalenco, con papà Ro­berto e mamma Stefania.
«C’era uno strappo a 1,5 km dall’arrivo con pendenze intorno al 7-8%, Roglic è partito subito forte appena è iniziata la salita, il gruppo era tutto sfilato ed io ero abbastanza indietro, direi intorno alla ventesima posizione. Però andavo su bene e ho visto che rimontavo in fretta nonostante davanti tirassero fortissimo non solo Roglic ma anche Du­moulin; sentivo di avere la gamba giusta per fare la volata e mi sono lanciato. Ai 100 metri sono scattato dalla sesta posizione e ho saltato Roglic proprio agli ultimi metri: un momento bellissimo, un sogno che si è avverato!»
Come hai reagito quando hai capito cosa avevi fatto?
«Ad essere sincero per una ventina di minuti non riuscivo a capire quello che avevo combinato, poi mi hanno chiamato per le premiazioni, le interviste e le fotografie, e allora ho realizzato che davvero avevo vinto la prima corsa tra i professionisti! Non mi aspettavo una cosa del genere: a febbraio quando è partita la stagione prima della pandemia mi ero piazzato, avevo iniziato bene e sentivo buone sensazioni, ma non pensavo di essere già a festeggiare».
Eri abituato ai successi sin dalle categorie giovanili, cosa cambia salire sul podio dei prof?
«È un altro mondo! Al primo anno è dura visto che corri con certi corridori che sono fortissimi ed hanno quell’esperienza che naturalmente manca a chi arriva per la prima volta in quel contesto. Sono molto contento proprio per tutte queste cose che rendono davvero molto difficile vincere così presto».
Sei arrivato alla breve corsa a tappe francese dopo aver corso la Vuelta a Burgos in Spagna (buon 34° posto nella classifica finale). Sentivi che la condizione era così esplosiva?
«Dopo la Spagna le sensazioni erano ottime. Sono uscito molto bene da quella corsa e dopo aver fatto un po’ di recupero mi sentivo in buona condizione. Certo però mai mi sarei aspettato di vincere! Piazzarmi bene era il mio obiettivo, ma chi poteva pensare alla vittoria? Tra l’altro la prima tappa del Tour de l’Ain sulla carta era per velocisti, tanto è vero che noi della Deceu­ninck-Quick Step dovevamo correre per il colombiano Hodeg che è molto veloce. Solo che Roglic ha scombinato i piani di tutti ed è finita come è finita...».
Quando ci eravamo sentiti durante il lockdown, alla domanda se ti sentivi corridore da corse a tappe o per le gare di un giorno, giustamente avevi risposto che dovevi capire. Sono passati alcuni mesi, purtroppo senza gareggiare, ma ora siete ripartiti. Hai le idee più chiare?
«Sto capendo che forse, adesso come adesso, secondo me sono più da corse di un giorno su percorsi misti. Non sono ancora pronto per le corse a tappe anche brevi. Per i Giri bisogna rimandare a più avanti, quando avrò la giusta esperienza e il giusto ritmo gara».
La drammatica caduta dell’olandese Fabio Jakobsen al Giro di Polonia ha colpito tutto il mondo del ciclismo e soprattutto la tua squadra...
«Ero a casa e ho visto in diretta televisiva la caduta. Si era capito subito che era qualcosa di molto serio, di grave. Con Fabio non ho ancora cor­so insieme, però ho fatto il ritiro con lui e mi sono trovato benissimo: è un ragazzo sempre sorridente e gli piace scherzare. Speriamo che tutto si ri­solva al meglio e possa tornare alle corse. Certo la paura ti viene forte quando vedi queste cose seduto sul divano di casa tua, ma quando sei in corsa scompare tutto e pensi solo ad ottenere il massimo del risultato. Quando sei sulla bici e pedali in gruppo non pensi a queste cose».
Hai una dedica speciale per questa ma­gnifica e inattesa affermazione?
«Sicuramente ai miei genitori e alla squadra. La Deceuninck-Quick Step è un team che lascia tanto spazio ai giovani, anche al primo anno, e non sono tante le squadre che lo fanno: per questo meritano un ulteriore ringraziamento. Poi la dedica è chiaramente per Fabio e per la mia fidanzata Letizia, anche lei fa molti sacrifici nel senso che questa mia attività ci permette di vederci davvero po­chissimo”.
Come ti sei trovato con il protocollo UCI per le corse?
«Il problema Covid-19 purtroppo c’è ancora e quindi non è possibile al momento tornare alla normalità. Noi corridori, lo staff e la carovana delle gare siamo tranquilli visto che facciamo i tamponi e quindi sappiamo la situazione praticamente in tempo reale e ci sentiamo sicuri. Certo qualche rischio c’è quando il pubblico si avvicina troppo o per avere un au­tografo, la borraccia o il cappellino per ricordo. A noi spiace dire di no, ma per forza di cose dobbiamo farlo e quindi chiediamo anche ai tifosi di fare questo sacrificio».
E poco dopo il successo transalpino Bagioli si è messo un’altra volta in bella mostra raccogliendo un ottimo quinto posto nella 103a edizione del Giro dell’Emi­lia, l’impegnativa classica che presenta nel fi­nale la scalata per ben cinque volte del colle San Luca a Bologna, erta bre­ve ma davvero spacca gambe. Il valtellinese ha sciorinato una pregevole prestazione restando con i migliori praticamente fino alla fine quando il talentuoso russo Vaslov (Astana Pro Team) ha allungato andando a tagliare il traguardo in solitaria.
Sono passati solo cinque anni dal trionfo a Darfo Boario Terme dove con una bellissima azione solitaria eri andato a cucirti sulla pelle il tricolore della categoria Allievi, allora con la maglia del Pedale Senaghese. Cosa è cambiato da allora in Ba­gioli?
«Io sono rimasto sempre lo stesso: sono determinato come lo ero allora! Certo sono maturato, pen­so sotto tutti i punti di vista, nel 2015 ero un bambino che praticavo lo sport, il ciclismo, come un gioco. Ora è diventato un lavoro vero e proprio e cerco di farlo nel miglior modo possibile, e di curare i dettagli che, secondo me, alla fine fanno la differenza. Il livello del ciclismo attuale è talmente elevato che se sgarri di pochissimo e se non curi tutto al meglio, non riesci in nessun modo a stare davanti, ad essere competitivo e ad andare lontano».

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