Gatti & Misfatti

Se fossi la mia bici

di Cristiano Gatti

Se fossi una bicicletta, non mi sentirei tanto bene. Il che è anche un po’ strano da dire e da ascoltare, trattandosi in definitiva del veicolo di gran lunga più in salute, almeno a li­vello di pratica e di diffusione, sul piano puramente sociale co­me su quello più specificamente sportivo.

Eppure io bici non mi sen­to per niente tranquilla, nonostante questo indiscutibile boom epocale. C’è un gran movimento, là fuori, per rendermi la vita impossibile. Al­meno, diversa. Molto diversa. A quanto pare, nonostante il miei successi e il mio consenso, non vado più bene così come sono. È da qualche tempo che tutti quanti si agitano alla morte per cambiarmi, ringiovanirmi, attualizzarmi, stravolgermi. Io sono una pura e semplice bicicletta da più di un secolo, ho superato epoche di tutti i tipi e di tutte le salse, qualche volta sono finita nel di­menticatoio e altre sono ricomparsa di prepotenza, proprio co­me in questo ventennio di riscoperta ecologica e salutista. In un modo o nell’altro, senza drastici stravolgimenti, sono comunque andata avanti nel tempo e nei chi­lometri, sempre allo stesso mo­do. Io non sono mai cambiata, il mondo è cambiato tantissime volte attorno a me.

Adesso però proprio fatico a capire. Parlano di me come del pugilato, del ba­sket, della stessa Formula 1, cioè di tutte quelle pratiche che in modi diversi vivono una grande fatica, una vera lotta per stare al passo coi tempi, in certi casi per la sopravvivenza. Sono tutti settori che impazziscono per tornare a essere affascinanti, popolari, attraenti. È una lotta giusta, è un lavoro faticoso che va fatto, perché se la storia presenta il suo conto non è possibile assistere im­potenti al declino. Qualcosa bisogna inventarsi, se si profila l’ineluttabile.

Ma io, dico, io cosa c’en­tro con tutta questa fregola del cambiamento? Con questa frenesia dell’innovazione? Con questa nevrosi del lifting, per sembrare sempre più giovani e più belli? Dati alla mano, questo è un periodo buo­no, per me. Ci sono le più grandi metropoli del mondo che mi stendono passatoie rosse per agevolarmi il passaggio. Ci sono nuo­ve fasce sociali, anche scollate e incravattate, che non si vergognano più di montami, anche a costo di sudare quel poco, perché dopo tutto questo sudore è ormai uno status-symbol. Davvero, se mi sentissi reietta ed emarginata, se vedessi che l’umanità mi rinnega, sarei la prima a pormi delle domande. Ma se tante volte ho accarezzato questa tentazione, in questa nuova era mai e poi mai sento di dovermi fare l’esame di coscienza.

Nonostante questo, c’è un sacco di gente che non sta ferma un attimo, che non placa la sua pulsione demolitrice. Cavalcando alcune necessità legittime e sacrosante, come quella di malati e anziani che proprio non ce la farebbero, stanno andando in giro a dire che il futuro sarà della bici elettrica, che io sparirò dalla circolazione, come se abolire quel minimo di fatica, calcolata sulle capacità e sulle possibilità di ciascuno, non fosse di fatto eliminarmi dalla cir­colazione. Nelle corse, con la scusa di eccitare lo spettacolo, ci sono battaglioni di progressisti che ogni mattina si alzano con un’idea nuova, dai grandi giri rimpiccioliti alle tappe mignon di 65 chilometri, dalle cronometro con partenza in base ai distacchi di classifica alle bici con il motorino.

Non sarò certo io, una ba­nale bicicletta, a negare che qualcuna di queste idee è indubbiamente buona, de­cisamente originale. Ma non è del­la singola novità che vorrei di­scutere. Io vorrei concentrare l’at­tenzione sulla tendenza generale, su questo psicodramma collettivo del cambiamento a tutti i costi, sempre e comunque, come se per definizione quello che so­no da un secolo vada nascosto e rimosso con vergogna.

Vorrei essere molto chiara. Tanto per cominciare, mi piacerebbe molto che a studiare e introdurre novità fosse gente affidabile, che mi conosce, che sa di cosa parla, che ha ben pre­senti i miei pregi e i miei di­fetti. Prego non presentarsi perditempo e nullafacenti, cervelloni e tuttologi. Se il vero scopo non è rendermi più bella, ma farsi belli sulla mia pelle, per andare in gi­ro come pavoni mostrando quanto sono avanti, geniali, moderni, ecco, se ne stiano a casa loro. Va­dano a cambiare un altro pianeta, se proprio non ce la fanno a sta­re fermi. Non ho bisogno di cer­ti demolitori.

Ma soprattutto, non pos­so accettare in silenzio che si cambi tanto per cambiare. Non sta scritto in nessun manuale che a giorni alterni me ne debbano inventare una nuova. La novità piace anche a me: ma ragionata, ponderata, mi­surata, perché poi sia effettiva e visibile, efficace e divertente. Per questo genere di passi avanti, sarò sempre disponibile. Per il circo equestre, mai. Senza superbia, ne faccio una pura questione di orgoglio e di dignità: vorrei far presente ai forsennati del ritocco che non devo sempre essere io, per definizione, a cambiare. Qual­che volta, può cambiare an­che il mondo. Cambiate voi, se riuscite. È già successo tante vol­te, nell’ultimo secolo, mentre io me ne stavo ferma e tranquilla. Proprio ultimamente, su giornali e televisioni, parlano sempre di me come di un autentico fenomeno. Vorrei fermarmi al fenomeno. Non ho così voglia di diventare fenomeno da baraccone.

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