Editoriale

di Pier Augusto Stagi

COPIARE È UN DOVERE. Non ci basta la Slovenia, che ha tanti abitanti quanti Milano (2 milioni) in giornate lavorative, ma c’è anche la Norvegia (5,5 milioni), che è la metà della Lombardia, a dare lezioni di sport al mondo. Dietro la Norvegia pigliatutto in ogni sport - 41 medaglie olimpiche a Milano-Cortina, prima nel medagliere davanti agli Stati Uniti - c’è un concetto di vita, che è anche una vera e propria filosofia di vita e sociale. Si chiama “friluftsliv”: “vita all’aria aperta”, che significa rilassarsi, aprire la mente e ricollocarsi in una nuova dimensione senza stress e distrazioni.
Lo sport aiuta e i norvegesi lo sanno bene e lo fanno meglio. Basti vedere i successi ottenuti agli ultimi Giochi dove il 30enne Johannes Klaebo è assurto ad atleta di riferimento e manifesto olimpico con le sue sei medaglie d’oro (11 in carriera, più 15 iridate e 5 Coppe del mondo). Ma dietro a questo fenomenale fondista c’è il mezzofondista Jakob Ingebrigtsen, campione olimpico a Tokio dei 1.500 metri piani e dei 5.000 a Parigi. Il tennista Casper Ruud, numero due del mondo nel ’22-23. Erling Haaland, attaccante del City e della nazionale che non ha bisogno di presentazioni, ma bastano i suoi gol. Con il City 107 in 123 partite; in nazionale 55 in 48. Kristan Blummenfelt, oro olimpico nel Triathlon a Tokio. Kaster Warholm, oro olimpico dei 400 ostacoli, oltre a tre titoli mondiali.
In Norvegia lo sport come divertimento non è solo un modo di dire: è un modo di fare. È un mantra didattico-educativo. Nel 1987 è stata varata la “Carta dei Diritti dei Bambini nello Sport”. Un documento che evidenzia le esigenze dei ragazzini “senza tener conto del sesso, dell’origine etnica, della fede, dell’orientamento sessuale, dello sviluppo fisico e delle disabilità del bambino e dei suoi genitori”. Fino ai 13 anni, infatti, è vietato pubblicare qualsiasi tipo di ranking o classifica legata alle prestazioni e ai risultati. Ai genitori viene distribuito un “manuale” comportamentale, una sorta di bussola con cui orientarsi quando i figli praticano sport. La parola d’ordine è: prestate attenzione, ma senza stressare.
A Tokyo 2020 la Norvegia ha centrato una storica medaglia d’oro nel beach volley con il tandem Christian Sorum-Anders Mol. Viktor Hovland, nato e cresciuto a Oslo, nel 2020 è diventato il primo golfista norvegese a vincere un torneo nel PGA Tour. Ma oltre a grandi atleti, la Norvegia può vantare la bellezza di 11.000 club sportivi locali basati sul volontariato. Difatti, l’accesso allo sport è quasi totalmente gratuito. Lo sci di fondo dove primeggia Klaebo, il Phelps delle nevi, si pratica a scuola nelle ore di educazione fisica. Dietro a tutto questo c’è una data e un luogo: Lillehammer 1994, olimpiadi invernali organizzate in casa. Quell’Olimpiade è stata l’occasione per rinnovare o costruire da zero strutture all’avanguardia.
Noi, nel nostro piccolo, abbiamo costruito e costruiremo impianti di assoluta eccellenza che dovranno essere però supportati da un piano di sviluppo degno di questo nome. Un progetto sportivo che possa essere integrato nell’attività didattica, non solo come modo di dire, ma con fatti concreti. Da noi lo sport è impegno privato, lasciato in mano alle famiglie. L’idea di Milano è quella di privatizzare gli impianti e lasciarli in mano a chi deve fare business: sarà vincente? Una cosa la possiamo già dire: si andrà nella direzione opposta a nazioni come Slovenia e Norvegia. Criticare sarà anche facile, ma copiare e ispirarsi a chi sta facendo meglio di noi, in certi casi, è un dovere.

L’ITALIA C’È. I Giochi sono finiti, la stagione del ciclismo è appena iniziata, anche se si corre da due mesi. In verità lui, Tadej Pogacar, non l’abbiamo ancora visto: ha lasciato fare. Nessuno può lamentarsi di noia e dittatura: è stato più che generoso, lasciando la scena agli altri. In particolare a Remco Evenepoel che ha fatto, finché ha potuto, il Pogacar. Poi quando sono cominciate le salite, quelle vere, in una breve corsa a tappe come l’Uae Tour, il re belga si è scoperto ancora una volta “nudo” e indietro con la preparazione - così dice lui -. Io penso che indietro, in certe corse e in certe situazioni, ci resterà a lungo, anche se lui e il suo staff la pensano diversamente. Il suo terreno di caccia sono le corse di un giorno, le corse a tappe, seppur brevi, sembrano troppo esigenti, anche per uno come il belga che ha un motore super ma che dopo tre giorni si normalizza. Perde cilindrata e minuti. Noi italiani, alla faccia di chi si ostina a dire che siamo il terzo mondo, nella sostanza siamo la terza forza del ciclismo mondiale. Non lo dico io, ma i numeri di un movimento che è radicalmente cambiato e non può essere più confrontato con quello di qualche anno fa. La musica è cambiata, i confini si sono assolutamente allargati e se un tempo esistevano dei blocchi di dominio, oggi siamo di fronte ad una polverizzazione che parla eritreo e sloveno, americano e messicano.
L’Italia, nonostante tutto, c’è. Con un Jonny Milan che ha iniziato con il piede giusto, così come Antonio Tiberi e Cristian Scaroni (vincitore del Tour of Oman, ora numero 15 del ranking mondiale), Giulio Pellizzari, Matteo Malucelli e Filippo Ganna, solo per fare qualche nome. Il bacino degli italiani nel World Tour conta 56 atleti (solo il Belgio ne ha di più: 76), abbiamo ancora il nostro peso e alle spalle di quei tre-quattro insuperabili ai quali si è aggiunto recentemente e prepotentemente il messicano Del Toro (vincitore dell’Uae Tour), c’è una piccola Italia che sta facendo comunque grandi cose. Troppo ottimista? Forse, ma sono i numeri a dircelo, così come le parole stanno a zero: solo alla fine faremo i conti

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