Gatti & Misfatti

Non mi sembra il momento di far pagare i tifosi

di Cristiano Gatti

A quanto pare il ciclismo sta trovando la soluzione perfetta ai suoi sogni di business: far pagare il biglietto ai tifosi. Lineare, ai limiti del candore, il ragionamento: ormai si pa­ga tutto, si paga persino per vedere un affresco in chiesa, negli altri sport più popolari da sempre si paga il biglietto d’entrata, perché solo il ciclismo deve regalarsi, dove sta scritto?

Devo dire che la questione non mi sembra così entusiasmante, tanto meno così rivoluzionaria. Da tempo il ciclismo “vende” pezzi di sé, sotto va­rie forme: diritti televisivi, tratti sui vialoni d’arrivo o su certi strappi delle grandissime corse, gli stessi serragli vip ai villaggi di partenza cos’altro sono se non spazi venduti (al­lo sponsor, che poi ci manda dentro i suoi invitati). Dun­que, non è vero che il ciclismo sia totalmente e perennemente spettacolo gratuito. Di­cia­mo che resta libero l’accesso lungo le strade, sul suolo pubblico, cioè dove il ciclismo vi­ve da sempre. Caso mai, allora, l’idea precisa sarebbe: perché non estendere di molto le zone a pagamento?

A domanda sensata, ri­sposta ugualmente sensata: fatelo. An­zi­chè un chilometro a pagamento, intero o a pezzi, fatene die­ci, cento, mille. Però bisogna sapere una cosa: più l’impegno s’ingrossa, maggiori sono i costi dell’investimento, vai a capire se poi diventa così conveniente. E comunque: non si può rispondere a questa fregola di ingigantire il botteghino senza porsi prima la domanda più seria e più vera: esiste il mercato?

Ho il timore che quando si parla di biglietto tutti quanti pensiamo all’Alpe d’Huez o an­che solo al Colle delle Fi­ne­stre. Ma dai, come resistere, biglietteria ai piedi delle mitiche salite e incassi stellari mungendo le folle delle grandi occasioni. Attraente, invitante. Cosa aspettiamo a partire, è ora che anche il ciclismo faccia cassetta, magari persino sold out.

Io però non riesco a pensare soltanto con l’Alpe d’Huez davanti agli oc­chi. Puntualmente mi compare davanti tutto il resto. So­prattutto lo stato di salute del ciclismo nostro. Alla fatica mortale che ormai ogni anno si fa per attrarre gente, sempre di più. Stiamo messi che sarebbe il caso di pensare a pagarlo, il pubblico, perché venga alle corse, anziché trastullarci le cervici su come, dove e quanto farlo pagare. Non serve un giudizio sull’idea, se sia sì o se sia no, perché convenga e perchè non convenga: si tratta semplicemente di capire che non è il momento, anche se risultasse un’idea in sé buonissima. Io posso immaginare di trascorrere una spettacolare settimana bianca sugli sci, ma senza neve è illusione. A livello italiano, di tutti i momenti in cui il ciclismo avrebbe potuto decidersi a staccare i biglietti, questo è sicuramente il peggiore. È l’infallibile legge del mercato, se non c’è domanda ogni offerta è penosa. Vo­glia­mo definirla una pura questione di tempismo? In tutti i teatri, se gli attori sbagliano il tempo dell’entrata, è un fiasco garantito. Temo che an­che la compagnia del ciclismo stia sbagliando il tempo.

Ma guardiamoci in gi­ro. Sono io un te­tro pessimista o cor­risponde al vero che ormai persino il Giro e i nostri Mo­nu­menti faticano a spuntare cifre con i diritti televisivi, persino con quelli, prima voce delle entrate? Mica solo il ci­clismo, ci mancherebbe: lo stesso calcio vorrebbe i diritti della Premier, la serie B e la serie C vorrebbe i soldi della A, il calcio femminile vorrebbe le cifre dei maschi, passando oltre ci sono discipline co­me basket e pallavolo che pietiscono qualche ripresa Rai a costo di chissà quali concessioni, per far parlare di sé comprano le pagine sui giornali, andiamo pure sul tennis, ormai per un Sinner-Al­ca­raz qualsiasi network pa­gherebbe cifre spaziali, ma nei secoli non s’è trovato un cane disposto a metterci due soldi per rilanciare i normali tornei. Tornando dopo il lun­go giro alla casella zero del nostro ciclismo: dico eresie ricordando che per il Tour le televisioni pagano bene, ma che per tutte le altre gare è un continuo gioco al ribasso, con la fondata prospettiva di non trasmettere niente del tutto (chiedi ai nostri organizzatori le acrobazie e persino le umiliazioni per ottenere una telecamera il giorno del loro avvenimento).

Qui lo dico e qui non lo nego. Se il ciclismo davvero ha intenzione di insistere con questa si­rena suadente dei tifosi a pa­gamento, immagino finali terribili. Il primo che mi vie­ne in mente: un Tour, citando a caso, farà magari il pieno di presenze e di incassi, ma tutto il resto dovrà arrangiarsi con dei cartonati a bordo strada per rompere l’atmosfera da mortorio. Fanta­scienza lugubre? Non direi. Basta vedere quanta gente c’è a bordo strada in tante corse d’oggi. Non sono tutte il Fiandre, non è tutto Belgio. Il resto è sempre più solitudine e depressione. Falli pure pagare, i pochi volonterosi che ancora si affacciano, poi vediamo cosa resta. Proposta: parliamone più avanti, in un altro momento. Magari mai più.

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