Gatti & Misfatti

La versione di Luca

di Cristiano Gatti

Quel poco che resta di Italia non è poco. Basta saperlo vedere, perché purtroppo come dice il Piccolo principe quello che abbiamo sotto gli occhi non lo notiamo più. Ma è lì, in gruppo, a capo di una squadra americana, però gestita all’italiana perché neppure mille studi e mille mondializzazioni possono cancellare una formazione, un’impronta, una cultura.

Quel che resta del­l’Italia nasce a Lodi nel ’73, figlio di un operaio e di una bidella. Cresce a Baggio, sobborgo non proprio snob di Milano, per confermare comunque che anche nel grigiore delle cupe periferie spuntano gi­nestre. A quattro anni, il suo pa­pà muore nel cuore di una not­te maledetta, mentre guida un’ambulanza come volontario della Croce Ver­de, travolto da un Tir che non rispetta la precedenza e lo prende in pieno. Re­sta un orfano che piange il suo pa­pà supereroe, ha accanto una mamma titanica che tra sacrifici e lavoro duro non gli lascia mancare niente, quel bam­bino è il suo ometto giudizioso e posato, che comunque va bene a scuola, ama lo sport, sogna i suoi sogni infiniti. Più avanti la mamma gli porterà in casa un secondo papà, ma dopo le prime gelosie l’ometto saprà accettarlo e amarlo co­me si ama un vero papà, quasi quasi si considera fortunato perché lui in fondo ne ha avuti due. E poi, e poi...

La bicicletta da corsa co­me regalo per la promozione in prima liceo scientifico. La tentazione irresistibile di diventare corridore, lasciandosi per strada basket, calcio, corsa a piedi. La prima squadretta, le prime corse, le prime musate che parlano chiarissimo: sei fatto per il ciclismo, non per correre. La passione non si sgonfia per così poco, continuerà imperturbabile fino a 23 anni, sen­za lasciare traccia nella storia, nemmeno negli ordini d’arrivo più scalcagnati. La laurea all’Isef con fior di professori, la prima ammiraglia, quell’inguaribile curiosità intellettuale affacciata su tutto quanto riguarda l’allenamento, l’organizzazione, la gestione degli atleti. L’arrivo nel cerchio magico di Carlo Sassi all’accademia Mapei, l’ammirazione per il metodo Squinzi, il di­vertimento di crescere i ra­gazzi giovani, con quel Poz­zato che a 17 anni è un ma­teriale poetico da maneggiare. Le miserie della fine, il crollo del sogno nel 2002, Squinzi che se ne va schifato dal doping. In fondo al buio del tunnel la chiamata di Crespi e Lefevre alla Quick-Step, dieci anni da preparatore e diesse, la combriccola attorno al talento del pony purosangue Bettini. Dal 2011 alla Leopard, segnata dalla discesa del Bocco, nel pieno di un Giro da sogno, come una Gardaland personale finalmente raggiunta, quel ra­gazzo belga rimasto sull’asfalto, diventando per sempre il compianto Wey­landt. Il consolidamento nell’orbita Trek, il passaggio nella stanza dei bottoni, co­struire budget e mettere a bolla i conti, dal ruolo esecutivo al ruolo che fa eseguire, “come togliere le rotelline” e scoprire un nuovo e­qui­librio. A seguire il crash-test più atroce, una malattia che segue la stagione tetra del Covid, dentro e fuori dall’ospedale, qualche volta l’idea sicura che non ci sarà più un fuori. Gli affetti più forti, una famiglia vera a tenuta stagna, gli amici sinceri, la resistenza e quel disperato fon­do di ottimismo che per fortuna non si prosciuga mai, fino alla risalita...

Ogni vita è un romanzo, tutti sono convinti che la propria sia più ro­manzo degli altri, ma la vita di Luca Guer­ci­lena raccontata con Pier Augusto Stagi (questo nome non mi è nuovo) è un ro­manzo (titolo: “Da zero a uno”) che fa bene al ciclismo d'oggi.

Quel poco che resta di veramente italiano nel pieno della grande crisi è proprio questa storia pienamente italiana, ve­nuta su dal niente, costruita un giorno alla volta, un gradino alla volta, una musata alla volta. Fosse di un secolo fa sarebbe la bella storia del self made man. In­ve­ce Guercilena è dei tempi d’oggi, dei modi d’oggi, però agli an­tipodi dai modelli del mo­mento, gli improvvisati, i finti, i vuoti, gli involucri senza contenuto che sanno solo vendersi bene. A dimostrazione che co­munque la passione, il senso del dovere, la volontà, la lealtà, ma soprattutto un cuore e un cervello, restano razzi ai piedi per l’uomo che crede in se stesso, che sogna, che disegna futuro. Partito da Baggio, oggi te­nuto in palmo di mano da quegli americani che non regalano niente a nessuno, tanto meno agli italiani, Luca è per il no­stro ciclismo come un portabandiera olimpico, un simbolo e un emblema, rispettato e stimato. Prendendo tremendamente sul serio il lavoro, senza prendere troppo sul serio se stesso, questo giovane uomo saggio tiene acceso per l’Italia il lume flebile eppure cocciuto di un metodo, uno stile, un contenuto. Ci ha messo tanto a decidere se raccontarsi in un libro, l’ha deciso in un letto d’ospedale, nel punto più basso e più angoscioso della sua cor­sa, ma bene ha fatto a decidersi. Tanta umanità, tanto ciclismo, tanta storia degli ultimi decenni. Come un ripasso ge­nerale di vita comune, di vita vera, di vita che tutti abbiamo vissuto. Con una consolazione che vale il prezzo del biglietto: dopo l'epopea del made in Italy firmato Boifava, Ferretti, Stanga, ancora oggi possiamo offrire al mondo un vero made in Italy del capo taglio umano.

PS: io un Guerci­lena lo ve­do presidente federale del domani, fatto e finito. Se qualcuno vede in giro di meglio, mi faccia un colpo di telefono.

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