Editoriale

di Pier Augusto Stagi

W GPO. Abbiamo perso un amico, un grande amico, Gian Paolo Ormezzano, un fuoriclasse della scrittura che ebbi la fortuna di intercettare per inglobarlo fin dal maggio del ’95 in quella che io consideravo e considero la nazionale della buona scrittura: quella di tuttoBICI. Abbiamo perso un gigante di bravura e modestia: è difficile trovare un fuoriclasse che si senta esattamente come gli altri. Lui, GPO, era semplicemente un eterno ragazzino che giocava con le parole e l’ha fatto fino alla fine, con la gioia e l’entusiasmo di sempre. Per molti era bravissimo, ma… Solo perché non la metteva giù dura. Perché non se la tirava. Perché era un inguaribile ragazzo che buttava spesso tutto in vacca in nome di una battuta o di una freddura, di un calembour, il tutto con quell’aria birichina, carica talvolta di autoironia che lo rendeva unico. Non era Gianni Brera solo perché non era seduto su uno scranno ieratico, tutt’al più su un cavallo a dondolo, dove si trovava più a suo agio, ma come cultura, preparazione e scrittura non gli era assolutamente secondo, anzi. Per quanto mi riguarda era anche meglio, come del resto Gianni Mura, ma questo è tutto un altro discorso. Mi limito a dirvi che in questo numero troverete il suo ultimo regalo, anche se è stato seguito da un bruttissimo scherzo, che non avremmo mai voluto ricevere. Resta il ricordo di una grande collaborazione, durata quasi 30 anni: dal primo numero di tuttoBICI nel maggio del 1995 ad oggi. Trent’anni meno quattro numeri. Trent’anni da privilegiati. E dopo tante parole, una chiosa ricorrendo allo stesso GPO: «Ho un record di fedeltà con Famiglia Cristiana, che ho abbandonato prima che mi abbandonasse, ma non abbandonerò mai tuttoBICI, perché con voi mi piace ancora abbandonarmi. W noi!». W GPO.

RISPETTO. Ci siamo lasciati alle spalle un anno che, ciclisticamente parlando, ci ha deliziato come pochi e ci apprestiamo ad assistere ad una nuova stagione che speriamo possa essere sulla falsariga di quella appena passata: se ci sarà un pochino più di Italia ben venga, altrimenti ce ne faremo una ragione.
Ci siamo lasciati alle spalle un anno segnato da un sostantivo molto importante: rispetto. Peccato che non si possa portarcelo dietro. Peccato che l’Istituto della Enciclopedia Italiana Treccani abbia scelto questa parola solo sul finire dell’anno, adottandone come motivazione la seguente formula: «Per la sua estrema attualità e rilevanza sociale».
Se ci fosse rispetto, se fosse adottato da tutti, saremmo a metà dell’opera. Nella nostra “piccola parrocchia” del ciclismo, come definiva il nostro ambiente il grandissimo Mario Fossati, non sempre ne facciamo ricorso. Spesso e volentieri siamo più propensi all’invidia, alla maldicenza che al rispetto. Però ci sono delle eccezioni, se Dio vuole e tra queste c’è Ivan Basso, per esempio, uno di quelli che da manager il rispetto lo conosce benissimo, e come lui la famiglia Reverberi. Ivan non ha mai mancato di rispetto a nessuno. Non si è mai permesso di andare a “rubare” uno sponsor ad un collega, anzi se un merito il giovane manager della Polti ce l’ha è proprio quello contrario, visto che di sponsor nuovi in questi anni ne ha portati parecchi alla causa ciclistica. Yamamay, Carpisa e adesso anche Fineco, sono solo gli ultimi di una serie che faranno quest’anno il loro esordio nel ciclismo che conta. Mi dicono di investimenti giusti e ragionati, pensati e misurati in attesa di conoscere (il nostro ambiente) e capire (le potenzialità del nostro sport). Tre brand di chiara riconoscibilità e di assoluto valore, che tra qualche mese o qualche anno potrebbero fare molto di più, ma è già molto - per adesso - che abbiano deciso di intraprendere questa nuova avventura. Basso ha sempre fatto la propria corsa, come del resto i Reverberi, che non solo si sono procurati sponsor seri e profittevoli, ma non se li sono fatti scappare, raggiungendo in questi anni record di assoluta fidelizzazione. Insomma, sia Basso che i Reverberi conoscono alla perfezione il termine rispetto e vanno catalogati tra le persone rispettabili.

SPERANZA. Alle ore 19.17 del 24 dicembre è iniziato il Giubileo. Il Papa, seduto sulla carrozzella, ha appoggiato la sua mano alla Porta Santa della Basilica di San Pietro, che si è subito aperta, dando così il via alla celebrazione dell'Anno Santo ordinario 2025, intitolato alla Speranza. Con le dovute proporzioni e ambizioni, anche noi del mondo del ciclismo ci affidiamo, oltre che al rispetto, alla Speranza. La speranza di ritrovare il bandolo della matassa. Quella centralità ciclistica nell’universo mondo che da qualche anno non ci vede chiaramente più al centro della costellazione celeste.
L’anno nuovo ci porta in dono le elezioni (Roma, 19 gennaio), e queste ci condurranno a un nuovo presidente o ad una riconferma. Quattro i candidati, tre gli sfidanti al presidente uscente Dagnoni, con uno (Lino Secchi) che pensa già seriamente di fare un passo indietro. Chiunque si prenderà la briga di gestire una delle Federazioni più blasonate e importanti del nostro Paese si spera lo possa fare in coscienza richiamandosi a quel senso di rispetto di cui sopra, in particolare di noi tutti, che di questo sport ci nutriamo.
Dovrà essere un presidente paziente e competente, scevro dal desiderio di sprecare energie per attuare tutta una serie di regolamenti di conti che portano solo a divisioni in un momento in cui dovremmo essere davvero squadra.
Prendiamo l’attuale presidente di Lega, l’onorevole Roberto Pella. Eletto il 29 aprile scorso, si è messo subito al lavoro, istituendo sette nuove commissioni e coinvolgendo figure di alto profilo anche al di fuori del nostro mondo. Sta portando avanti la proposta di semplificazione burocratica per le gare ciclistiche e ha promosso in questi giorni un emendamento che garantirà alla Lega 7 milioni di euro in 3 anni. Ha portato a casa 14 milioni di euro per la mobilità dei Comuni e ha siglato un Protocollo con la Conferenza delle Regioni, così come quello nominato Magna Grecia. Inoltre ha istituito la Coppa Italia delle Regioni (salvataggio gare con produzione TV) e, visto che con le mani in mano non ci sa proprio stare, ha anche definito un protocollo denominato Diabete e stili di vita sani. Credete che il nostro ambiente gli abbia detto bravo, avanti così? Certo che no. Quello che prevale va dall’invidia alla diffidenza: sarà tutto oro ciò che luccica?
Intanto Pella lavora e produce, chi sarà chiamato sul soglio del ciclismo italiano il 19 gennaio prossimo dovrà fare perlomeno altrettanto, magari affiancandosi a lui, appoggiandolo e promuovendo iniziative di pari prestigio, cercando di sfruttare le sue conoscenze politiche e i suoi canali - che sono tanti -per il bene di un movimento che deve ritornare a sedersi nel salotto buono del ciclismo che conta. Cordiano Dagnoni ha un lavoro iniziato che andrebbe finito e vorrebbe assolutamente concludere, Daniela Isetti, Silvio Martinello e forse Lino Secchi ne vogliono iniziare uno tutto nuovo. Comunque vada, si spera che il tutto si svolga in nome di quel rispetto che è necessario per provare a trovare tutti assieme delle soluzioni per uscire dal guado dove il nostro movimento -  in particolare quello professionistico - è finito. Per quanto mi riguarda, non posso far altro che affidarmi alla Speranza. Buon anno, Santo.

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